Quindici19, un festival veramente innovativo. Ecco perché nessuno ne parla

Gentili critici e giornalisti di cinema svegliatevi! Arriva in Italia un festival interamente gestito da e per giovani, ma non vi degnate neppure di una riga. Fortuna che c’è Cinemonitor. Accorrete a Cannes, a Venezia e a Roma, dove spesso va in scena il già visto, ma quando c’è qualcosa di innovativo, che racconta come sarà il cinema di domani, rimanete a casa. Non voglio usare termini spregiativi, come ebbe a scrivere Luchino Visconti, quando vi accusò di boicottare il nuovo: “che i giovani d’oggi si debbano trovare come bastoni tra le ruote numerosi cadaveri, ostili e diffidenti, è cosa ben triste”.

Sto parlando di Quindici19, il festival diretto da un gruppo di studenti della Bocconi che si rivolge ai registi di domani. Si è tenuto a Milano poche settimane fa sotto la presidenza di Gianni Canova, critico e volto noto di Sky, fresco della nomina di Rettore di un’altra università milanese, lo Iulm. Al festival sono arrivate decine di giovani aspiranti registi da ogni parte del mondo, persino dall’India. Tutti a loro spese, per confrontarsi con altri ragazzi tra 15 e 19 anni e soprattutto per riflettere sul cinema nell’era di Internet. Hanno avuto l’opportunità di incontrare i direttori dei festival internazionali uniti nell’iniziativa Festival For Our Future.

Sorprende che un’occasione così ghiotta sia stata disertata dai media nostrani. Avrebbero potuto sondare il futuro, ascoltando dei ragazzi che lo stanno praticando. Possibile che non li abbia motivati la curiosità, la sola cosa, come diceva Federico Fellini, “che mi fa svegliare la mattina”? Quest’anno la rassegna si è fregiata del patrocino dell’ONU, che ha invitato i partecipanti a immaginare il prossimo decennio. Infatti il tema della rassegna era Duemila30. Proponete idee, riflessioni e soluzioni concernenti le tematiche enunciate nei 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile dalle Nazioni Unite. Una sfida in poche domande: cosa dovremmo fare, come può contribuire il cinema? In concorso sono pervenuti più di mille filmati da oltre 80 paesi. Dall’Italia circa il 20%. Mi ha commosso vedere arrivare da Nairobi una ragazza paralitica sulla sedia a rotelle accompagnata dalla madre. Ha portato al festival il suo documentario sugli albini in Kenya. Un duro atto di accusa sul razzismo alla rovescia: trucidati nella terra dei neri solo perché la loro testa è bianca. Si chiama Gracie Matu e il suo filmato è stato giustamente premiato con una menzione speciale dalla Sapienza, l’università di Roma. I finalisti, giudicati da una giuria internazionale, anch’essa formata per lo più da giovani, sono stati suddivisi in 3 categorie, il cui nome è già un programma: gli Innovatori (Universitari), i Sognatori (Liceali), la Tech Generation (età mista, tema l’impatto della tecnologia nella vita di tutti i giorni).

Per la prima categoria hanno vinto due ragazzi venezuelani con il cortometraggio “Creole Balls”, nel quale si descrive una realtà distopica, dove il governo impone a tutti di girare nudi: un’allegoria contro la follia della dittatura. Spero che quando torneranno in patria il presidente Maduro non abbia a perseguirli. Per i sognatori ha vinto il filmato “On Life’s Shores”, realizzato da un diciannovenne turco, che racconta il dramma degli sbarchi attraverso gli occhi innocenti di una bambina. Infine per la tech generation ha vinto “Artificial Bid”, realizzato da una ragazza inglese, che con ironia invita a considerare noi umani ancora degni di non essere sostituiti dai robot. Tra i temi più affrontati l’ambiente, il clima e una diffusa critica ai social network, intesi come generatori di spirali pericolose. Una polemica che venendo dai giovani mi ha stupito. Se noi adulti porgessimo di più le orecchie ai ragazzi forse faremmo meno cazzate. Dài Salvini, che ne pensi?

Roberto Faenza

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