IN ATTESA DI GLASS, RIANNODIAMO I FILI DELLO SHYAMALANVERSE

Come nei migliori racconti di formazione, la carriera di M. Night Shyamalan si è resa protagonista di un percorso accidentato e ricco di difficoltà. Dopo il clamoroso debutto con Il sesto senso, che gli ha fruttato il contratto più remunerativo che sia mai stato strappato ad una major, e gli eccellenti risultati raggiunti da Signs e da The Village, il regista di origine indiana è diventato uno dei personaggi hollywoodiani più odiati. Colpa del fallimento al botteghino di Lady in the Water (film giudicato incomprensibile dai più) e di E venne il giorno e del disastro di critica e pubblico di L’ultimo dominatore dell’aria ed After Earth. Insomma, a cavallo con il secondo decennio degli anni 2000, uno dei più talentuosi registi della sua generazione, creatore di immaginario e di configurazioni del visibile, sembrava destinato all’ingeneroso limbo degli has been, l’inferno delle promesse non mantenute. Colpa di un talento che non è stato messo, effettivamente, a frutto o, piuttosto, di un’epoca settata su ritmi diversi e poco incline alla dimensione ipnotica della fiaba e dei sentimenti?

La rumorosa rottura con la critica di tutto il mondo ha iniziato ad essere curata dal metodo Blum. A segnare la rinascita di M. Night Shyamalan, infatti, è stato The Visit, uno strano mockumentary con cui ripartire da zero. Budget ridotto all’osso, traumi familiari e rinnegamento apparente del decoupage classico che, tuttavia, lascia sopravvivere la memoria cinematografica assorbendo le principali immagini perturbanti della storia del cinema.

Nel 2017, l’anno di Split, l’anatroccolo è tornato cigno. A fronte di 9 milioni di dollari di budget, il film, che racconta la storia di Kevin Wendell Crumb (ribattezzato l’Orda), individuo dalle identità multiple, ha raggiunto la cifra di 280 milioni di dollari a livello globale, affermandosi come il maggior successo di sempre per Blumhouse. Ma c’è di più. La scena finale del film, infatti, ha stabilito una sorprendente e non annunciata connessione con Unbreakable, straordinario flash-forward shyamalaniano del 2000. Insomma, lavorando sul corpo della narrazione, Shyamalan ha costruito uno sfasamento percettivo totale per spettatori e personaggi. Il film, infatti, transita fluidamente tra molteplici personalità (dal thriller psicologico all’horror di serie B fino alla sorpresa da cinecomic) e costruisce sul tradizionale colpo di scena finale uno slittamento di senso, fuggendo dalle catalogazioni predefinite.

Facciamo un passo indietro…
Con l’apparizione a sorpresa di Bruce Willis nel finale di Split, le ipotesi soprannaturali relative allo sviluppo del racconto inscrivono il film all’orizzonte dei supereroi. L’Orda, infatti, era nato per essere uno degli antagonisti di David Dunn in Unbreakable, finendo per essere espunto dal montaggio definitivo che avrebbe altrimenti raggiunto un minutaggio esagerato. Nessun altro cineasta al mondo avrebbe avuto il coraggio di sviluppare una trilogia sul mondo dei supereroi nel giro di 19 anni, a partire dal lontano 2000, quando il genere cinecomic non era ancora stato definito né codificato. I pochi film di supereroi usciti fino a quel momento e nel trentennio precedente (Superman di Donner, Batman di Burton ed il primo X-Men) rappresentavano soltanto un fenomeno estemporaneo che non lasciava presagire uno sviluppo del genere degno di nota. In tal senso (ribaltando i topoi di un genere non ancora nato), Unbreakable di M. Night Shyamalan è stato un vero e proprio predestinato. Perché, collocandosi in un contesto di mercato totalmente vergine, annullando la spettacolarità a favore di un’epica del cuore, decostruendo lo stereotipo del supereroe, analizzando la sua interiorità ed umanità, il film ha anticipato e persino piegato al proprio sguardo un’evoluzione cinematografica che, ancora, non si era minimamente palesata a livello industriale.

Unbreakable è la storia di David Dunn, l’unico superstite a un incidente ferroviario. L’uomo prende lentamente coscienza dei propri superpoteri grazie all’aiuto di Elijah Price, afflitto da una rarissima malattia che lo rende fragile come un cristallo. Questa origin-story racconta l’eroe dentro ognuno di noi, il giustiziere che veglia sul grigiore della quotidianità, l’eccezionalità nascosta tra le pieghe di disagi e fratture familiari. Ma, soprattutto, il cinema di Shyamalan racconta, ancora una volta, la necessità dei sentimenti e dell’unione familiare come scudo protettivo contro le incertezze della vita.

Il 2017 ha riallacciato tutti i frame trascorsi nell’arco di tempo tra Unbreakable e Split, proiettandoci direttamente al 17 Gennaio, data di uscita di Glass, la resa dei conti. La conclusione della trilogia, infatti, porterà in scena lo scontro tra David Dunn, Elijah Price e Kevin Wendell Crumb, veri supereroi o semplici persone suggestionate dalla loro singolarità a tal punto da credere di essere superuomini? Del film di prossima uscita, sappiamo che, eccezionalmente, due major “nemiche” come Universal e Disney collaboreranno per la sua strategia distributiva. Universal, infatti, con cui Shyamalan ha realizzato Split curerà la distribuzione americana di Glass, mentre Disney, che ha prodotto Unbreakable tramite Buena Vista, si occuperà della distribuzione nel resto del mondo.

Cosa speriamo di trovare in Glass? Senza dubbio, la stessa sincerità del resto del cinema di un regista che, da anni, si nutre dell’invisibile per creare sentimenti, l’etica di uno sguardo che usa il controcampo come forma di redenzione ai demoni interiori ed un racconto che, attraverso la sola composizione dell’immagine, riesce a farsi coinvolgimento assoluto e glorificazione del cinema e dei suoi meccanismi.

Matteo Marescalco

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