TIENI PIU A LUI O AL TUO DOLORE? L’ENIGMA MARGUERITE DURAS. “LA DOULEUR”, NON SI CAPISCE PERCHÉ IL TITOLO IN FRANCESE

L’angolo di Michele Anselmi 

Non capirò mai. Il libro di Marguerite Duras dal quale è tratto il film è stato regolarmente tradotto e pubblicato in Italia nel 1985, da Feltrinelli, col titolo “Il dolore”. Ma il film che ne ha appena tratto il regista 57enne Emmanuel Finkiel da noi si chiama “La douleur”, in francese, pur uscendo doppiato. Perché? Non si sa, forse perché la parola suona più esotica, o drammatica.
Nelle sale da giovedì 17 gennaio per iniziativa di Valmyn e Wanted, gli stessi del curioso “Il giovane Marx”, il film piacerà soprattutto alle donne: per l’irrequietezza che l’attraversa, anche per l’ambiguità che permea quest’infelice storia d’amore a distanza ambientata a Parigi nello scorcio finale della Seconda guerra mondiale, diciamo tra l’estate del 1944 e l’estate del 1945. Il romanzo, pare nato in forma di diario, è formato da tre racconti, due dei quali confluiscono nel film, e di sicuro Finkiel si attiene con rispetto allo spirito e al testo, spesso usando le parole originali in chiave di “io narrante”, di pensiero ad alta voce.
La Marguerite della storia è naturalmente Duras, anche se non sentiamo mai fare il suo cognome. Una donna trentaduenne, minuta e abbastanza bella, colta, affiliata alla Resistenza, che sembra andare in pezzi quando suo marito ebreo, Robert Antelme, viene arrestato, tenuto prigioniero in un campo di concentramento francese, infine avviato alla destinazione finale di Dachau.
Nell’andirivieni temporale assistiamo alla sofferenza crescente, un misto di tormento, dolore e tristezza, che si impadronisce della donna, spinta a fare i conti con la reale consistenza del sentimento coniugale. Profondamente scissa, e il film materialmente la ritrae doppia in qualche sequenza, iMarguerite pone su di sé quasi lo sguardo di un entomologo; e intanto eccola alle prese con un influente poliziotto collaborazionista, un certo Pierre Rabier, che l’ammira sul piano letterario e forse la desidera, nonché con l’amico e compagno Dyonis Mascolo, suo amante da tempo.
E Robert, il marito? Un’assenza e una presenza al medesimo tempo; l’amore probabilmente è svanito da anni ma è difficile ammettere quella verità, riconoscere che il ritorno dell’uomo non reggerebbe alla prova matrimoniale. Antelme ritornò da Dachau, in fin di vita, riuscì a guarire, a scrivere dei libri, il più famoso dei quali è “La specie umana”, ma nel 1946 i due divorziarono.
“A cosa tieni di più: a Robert o al tuo dolore?”. La domanda dell’appassionato Dyonis risuona nell’epilogo del film e ne riassume il senso ultimo. “La douleur” è a tratti solenne, in generale divagante e meditabondo, di sicuro ben girato e fotografato; e l’aria del tempo, come sanno fare i francesi, è restituita con precisione: tinte rugginose, abiti, ambienti, facce, acconciature. Soprattutto colpisce il ritorno dai campi di sterminio dei sopravvissuti, così macilenti, storditi, silenziosi. L’irresolutezza, morale e amorosa, è dunque la chiave per lasciarsi andare alla visione del film, lungo più di due ore e interpretato da attori intonati al clima generale, specie nella versione in francese. Mélanie Thierry fa della sua Marguerite una donna vibrante, stordita, anche un po’ stronza; Benoît Magimel è il corpulento Rabier, Benjamin Biolay l’elegante Dyonis, Shulamit Adar l’anziana madre israelita in attesa della figlia disabile, Grégoire Leprince-Ringuet il Morland dietro il quale si celava Mitterrand.

Michele Anselmi

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