Glass. Credere nell’incredibile nel nuovo straordinario film-compendio di Shyamalan

Durante l’ultima settimana, la critica mondiale, con rarissime eccezioni, si è dedicata alla distruzione sistematica e perversa di Glass, ultimo film di M. Night Shyamalan, nonché chiusura della trilogia dedicata ai supereroi, iniziata nel 2000 con un dramma intimista e portata avanti, a sorpresa, nel 2017, con un thriller psicologico old school. I film in questione sono Unbreakable – Il predestinato e Split che, convergendo attraverso uno straordinario twist ending, hanno dato vita ad un affresco ambientato nello stesso universo narrativo. Insomma, nel finale di Split si scopre che il malato di mente che soffre di identità multiple abita lo stesso mondo di David Dunn, il Sorvegliante, e di Elijah Price, l’Uomo di Vetro, il collezionista di fumetti ed esperto d’arte che, nel lontano 2000, convinceva Dunn del suo statuto supereroistico. Abbiamo già dedicato un approfondimento allo Shyamalanverse, soffermandoci sulla sua straordinaria capacità di leggere (e persino anticipare) il proprio tempo. Pur tra debolezze ed incertezze, un po’ come fosse un bambino insicuro («Bisogna avere sempre 9 anni per vedere il mondo così com’è»), Glass riesce persino a fare di più e ad affermarsi come un manifesto del cinema di Shyamalan, nel bene e nel male.

L’ultimo film del regista di origine indiane parte dalle stesse premesse che affondano le radici in Unbreakable – Il predestinato ma ne ribalta la prospettiva (“through the looking glass”). Come il film del 2000 convinceva i suoi personaggi della reale esistenza dei supereroi, Glass compie il percorso opposto. David Dunn continua la sua personale battaglia contro la criminalità, l’Orda rapisce ancora ragazze colpevoli di non aver mai sofferto e di non poter attingere alla più alta forma di conoscenza umana e l’Uomo di Vetro è chiuso da 19 anni in un manicomio criminale. Lo scontro tra Dunn e la Bestia è inevitabile ma qualcuno sta tenendo sott’occhio entrambi gli uomini, osservando ogni loro singola mossa. Catturati dalla polizia, i due vengono rinchiusi nello stesso ospedale psichiatrico in cui è in cura anche Elijah Price e sottoposti alle cure della dottoressa Ellie Staple il cui obiettivo è curare le persone che credono di essere dei supereroi. Il contatto tra i tre offrirà a Price la possibilità di completare la stesura del suo personale fumetto nonostante i ripetuti interventi della dottoressa che vuole convincerli della falsità delle loro opinioni. I veri supereroi esistono o, semplicemente, credere nella propria singolarità rende straordinarie le persone comuni?

«Sono tempi mediocri, signora Dunn. La gente comincia a perdere la speranza. Per molti è difficile credere che ci siano cose straordinarie dentro di loro, come dentro chiunque altro». Il cinema di M. Night Shyamalan, in fin dei conti, è sempre stata una questione di fede in ciò che si vede ma, soprattutto, in ciò che non si vede. Nessuno meglio di lui, durante l’ultimo ventennio, è stato in grado di andare alla ricerca di quel legame di soprannaturale materialità che scorre tra i corpi degli esseri umani. Passando per trionfi di critica e di botteghino e per rovinose cadute, Shyamalan non ha mai smesso di prestare fede in un qualcosa di indefinibile che si è sempre agitato convulsamente nel suo universo immaginario. Qualcosa che potesse discutere il già visto e raccontato e le traiettorie lineari della vita, in cerca di un vizio strutturale. E tutto ciò, il regista di Philadelphia lo ha fatto con un candore difficilmente ravvisabile altrove, riuscendo anche a trasformare le sue oscure fiabe della buonanotte in cinema politico. Glass riesce a condensare l’universo shyamalaniano nelle 2 ore e 10 minuti di durata. I personaggi si aggirano in un mondo in cui ogni azione è ripresa e resa virale da smartphone, in cui dispositivi di sorveglianza servono ad innalzare muri e ad erigere fortini che possano proteggere da ogni forma di alterità, in cui ogni differenza è anestetizzata e resa sterile.

Ecco che Glass, aprendo il proprio tessuto narrativo a scarti di memoria tratti dalla carriera ventennale del regista, si dimostra pienamente consapevole del suo sentimentale “passato”, in cui riflessi d’acqua e paure infantili si fondono con storie di amori perduti e di contatti umani. Insomma, nonostante sia un testo (troppo) aperto in grado di restituire innumerevoli suggestioni che rischiano di fargli perdere il baricentro, l’ultimo film di M. Night Shyamalan è soprattutto una dolorosa (de)costruzione antispettacolare, un racconto di apocalissi interiori, di normalità e sofferenze. E, più di ogni altra cosa, è un monumento alla diversità che si nutre di abbracci improvvisi in grado di rivoluzionare la vita di ogni essere umano, un inno a quel risveglio di massa (ricordate Lady in the Water?) capace di farci cambiare sguardo sul mondo.

Matteo Marescalco

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