SALEMME E ABATANTUONO RIFANNO TOTÒ E FABRIZI (CI PROVANO). “COMPROMESSI SPOSI” DI MICCICHÉ, CON UNA PUNTA DI POLITICA

L’angolo di Michele Anselmi

Alla base c’è una commediola del 1960, “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi” di Mario Mattoli, che i cinque sceneggiatori in campo hanno largamente saccheggiato per scrivere, aggiornandolo ai giorni nostri, il copione di “Compromessi sposi”. Il film di Francesco Micciché esce giovedì 24 gennaio con Vision Distribution, ma ci si chiede se abbia ancora senso raccontare, per il grande schermo, storie del genere.
Pure perché sembra essersi impallidito, strada facendo, lo spunto che doveva fare la differenza, e cioè il malizioso scontro, politico e antropologico, tra un padre “cinquestelle” meridionale e un padre leghista del profondo nord. La diatriba interna al cosiddetto governo del cambiamento si perde quasi subito, a parte un riferimento scherzoso a Grillo e uno stentato al “contratto”, mentre affiora qua e là un’atmosfera in stile “L’ora legale” di Ficarra & Picone, con una punta di Federico Moccia.
Gaetano De Rosa, cioè Vincenzo Salemme, è infatti l’irreprensibile sindaco del M5S appena eletto a Gaeta: non guarda in faccia a nessuno, intende smantellare vecchi vizi cittadini e piccole consorterie, ma dovrà fare i conti, suo malgrado, con una serie crescente di compromessi. Il tutto a causa di quanto gli sta capitando in famiglia.
La figlia, una giovane e pepata fashion-blogger, ha deciso infatti di sposare un ricco giovanotto milanese con ambizioni da cantautore; i due ventenni sembrano irremovibili, al punto da fare le pubblicazioni di nozze in Comune. Apriti cielo. Il sindaco, separato dalla moglie, intende sabotare quel matrimonio, fedele al motto: “Dovrebbe essere proibito sposarsi prima dei trent’anni, non dura”; trovando manforte nel padre dello sposo, l’imprenditore milanese Diego Loperfido, ovvero Diego Abatantuono, col quale però ebbe un diverbio al porto un anno prima.
Insomma avete capito: mentre procedono i preparativi della cerimonia e le rispettive mamme provano a fare amicizia, Gaetano e Diego ne inventano di ogni tipo perché i due promessi sposi litighino e si lascino prima del tempo.
La trovata del film consiste nello scontro di caratteri, soprattutto fisici: il piccolo e dinamico sindaco contro il monumentale e lento industriale, insomma il lillipuziano “pappagone” contro il gigante “polentone”. Ho la sensazione che non si potesse fare altrimenti, perché Abatantuono ormai non recita più, fa in buona misura sé stesso (capelli, barba, sciarpe, palandrane, occhiate) in ogni film che gira. Per la serie: prendere o lasciare. Sicché i due mattatori procedono col pilota automatico, hanno l’aria di pensare ad altro, mentre il versante più squisitamente comico è affidato ai duetti tra le mamme, cioè la romanesca Elda Alvigni e la milanesissima Rosita Celentano, nonché alle smorfie di Dino Abbrescia.
Naturalmente il tono è gentile, innocente, anche un po’ inerte; la canzoncina di Carolina Rey è intonata al clima generale, e Micciché movimenta la prevedibile storiella con inseguimenti, feste licenziose e qualche battuta spiritosa. Il tutto si gioca nel giro di 90 minuti.

Michele Anselmi

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