ANNI 70, UNA STOICA FAMIGLIA NERA DI FRONTE ALL’INGIUSTIZIA. “SE LA STRADA POTESSE PARLARE” UN FILM DA NON PERDERE

L’angolo di Michele Anselmi 

Stavolta avrebbe avuto senso lasciare il titolo originale, e cioè “If Beale Street Coud Talk”. Meglio del generico “Se la strada potesse parlare”. Perché Beale Street, nella poetica dello scrittore James Baldwin (1924-1987), custodisce una valenza fortemente simbolica, universale, essendo, parole sue, “una strada di New Orleans dove sono nati mio padre, Louis Armstrong e il jazz: ogni afroamericano nato negli Stati Uniti è nato a Beale Street”. Infatti sia il romanzo, ripubblicato ora da Fandango, sia il film, scritto e diretto da Barry Jenkins, già regista dell’oscarizzato “Moonlight”, sono ambientati altrove, ad Harlem, nei primi anni Settanta, dentro una dimensione realistica e al tempo stesso allegorica, pure spudoratamente romantica nella tessitura musicale, quasi a far emergere il contrasto tra la vibrante coesione di una piccola comunità di colore e la violenza insensata del sistema giudiziario “bianco”.
Gran film, che cresce nel ricordo, per il tono disteso, lirico e dolente, per le accensioni cromatiche e l’eleganza della ricostruzione (abiti, case, acconciature); soprattutto per la qualità dei dialoghi, la finezza delle osservazioni, l’intima verità delle situazioni, il distacco dai cine-cliché. Ha fatto bene Lucky Red a comprarlo per distribuirlo, da giovedì 24 gennaio, dopo l’anteprima alla Festa di Roma 2018.
La diciannovenne Tish Rivers e il ventiduenne Alonzo “Fonny” Hunt sono belli, innamorati, decisi a sposarsi. Lei s’è scoperta incinta, ma nessuno in famiglia ne ha fatto motivo di scandalo, di esecrazione; lui, cresciuto in un contesto meno sereno, ha saputo reinventarsi come scultore, negandosi alla piccola criminalità. Ma Alonzo è nero, sta sulle scatole a un truce poliziotto bianco, e in un “confronto all’americana” viene accusato di aver stuprato una giovane donna di Santo Domingo. Non ci sono prove, soprattutto non è vero; ma la vittima, spaventata, non vuole ritrattare e così il poveretto, per non rischiare di peggio, dovrà patteggiare e beccarsi parecchi anni di galera.
Il film procede per salti avanti e indietro nel tempo, affidando ai pensieri di Tish il compito di guidare lo spettatore nella complessità di una vicenda incentrata sui temi della dignità, della forza d’animo, della sobrietà (non fatemi dire: resilienza). Brava Tish, appesantita dalla maternità, nello stare comunque vicino al suo compagno in carcere mentre scorre il tempo; saggio Alonzo, da giovane parecchio fumantino, nel non soccombere all’umiliazione della condizione carceraria, anche ai pestaggi.
Il toccante gospel “My Country Tis of Thee” di Billy Preston chiude solennemente il film con una nota di speranza, ma la scelta non sembri troppo rassicurante o ingenua, anche se l’ultima scena infonde uno strano senso di pace, anche di riconciliazione nazionale. Ma fino a quando?
“Se la strada potesse parlare” dura due ore, magari non è facile intonarsi subito al “mood” esistenziale del film, a tratti quasi di impianto teatrale (non è un difetto per me), quieto nell’andamento del racconto ma con improvvise torsioni drammatiche. Tutto concorre alla buona riuscita, a partire, s’intende, dalla prova degli interpreti, precisi e naturali: l’esordiente Kiky Laine fa Tish, il già noto Stephan James è Alonzo, anche se la più brava in campo forse è Regina King nei panni della madre benevolente, audace, capace di prendere un aereo e di trasformarsi in “femme fatale” per il più doloroso dei confronti.
Naturalmente è meglio vederlo nella versione originale coi sottotitoli.

Michele Anselmi

 

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