IL GALLERISTA AVIDO E IL PITTORE IN CRISI: “IL MIO CAPOLAVORO”. DALL’ARGENTINA UNA COMMEDIA FARSESCA MA NON TROPPO

L’angolo di Michele Anselmi 

Se “Il cittadino illustre” era una divertente e asprigna commedia sul mondo dei premi letterari, “Il mio capolavoro” sposta l’obiettivo su quello dell’arte, delle gallerie, anche degli affari più o meno leciti ad esse collegate. Passato a Venezia 2018, il film dell’argentino Gastón Duprat, stavolta diretto senza il consueto co-regista Mariano Cohn (solo produttore), esce in un weekend fitto di proposte interessanti per iniziativa di Movies Inspired. Eppure meriterebbe un posticino nell’agenda dello spettatore intelligente, perché “Il mio capolavoro” è una riuscita: per come gioca a rimpiattino dicendo e non dicendo, per la tessitura spiritosa dei dialoghi, anche per il tono vagamente amorale che alimenta la storiella d’arte & amicizia.
Siamo a Buenos Aires, dove il famoso gallerista Arturo Silva, s’intende sofisticato e senza scrupoli, tribola un po’ nel vendere i quadri del protegé Renzo Nervi, un anziano pittore in crisi, scontroso e ubriacone, molto bohémien, attratto dalle fanciulle in fiore e pieno di debiti. Silva prova ad aiutare l’amico, gli procura lavori su commissione, ma ogni volta riceve calci in faccia dall’insopportabile artista. Il quale, investito per strada da un camion, finisce in ospedale, non troppo grave ma con qualche amnesia; eppure Nervi sente su di sé l’alito della morte, l’ombra di un ulteriore declino. A quel punto Silva avrà un’idea, un po’ per affetto un po’ per denaro.
Non si può svelare più di tanto con “Il mio capolavoro” (in originale “Mi Obra Maestra”), perché lo stesso Duprat dissimula la svolta cruciale che imprime al film un tono più avvincente, pure divertente, da “stangata”. Il mondo dell’arte è osservato dal regista con spirito malizioso, anche vagamente caricaturale, ma sempre dentro una dimensione realistica; e certo lo spirito argentino traspare nell’orchestrazione dei duetti, anche nelle citazioni spassose. Silva, sempre fighetto e con l’occhio alla bella vita, è uno che liquida i rompiscatole con raffinati proverbi cinesi, del tipo: “Non parlare, a meno che tu non possa migliorare il silenzio”. Nervi, sessualmente frustrato dalla giovane allieva nonostante l’aiutino del Viagra, è un ateo che si vanta d’essere nato “nel 332 dopo Rembrandt”.
Particolarmente pimpante in spagnolo e amabilmente interpretato da Guillermo Francella (Silva) e Luis Brandoni (Nervi), il film in stile “buddy-buddy” maneggia i materiali della truffa artistica con l’aria di voler parlare d’altro: del tempo che passa e dell’immortalità, del vero e del falso, della fuga dalla metropoli, delle strettoie dell’esistenza, delle giravolte del caso. Ben sapendo che di fronte alle meraviglie della natura, in questo caso le scabre e suggestive montagne della provincia di Jujuy, anche l’arte deve arrendersi.

Michele Anselmi

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