Mai voltare la testa dall’altra parte

Il 27 gennaio, come sempre da quando è stata istituita la “Giornata della memoria”, quest’anno si è celebrata la ricorrenza con un’attenzione superiore agli anni precedenti, forse per la situazione politica che sta attraversando l’Europa, dove spirano venti sinistri di razzismo. La “Giornata della memoria”, non tutti lo ricordano, non riguarda solo le persecuzioni subite dagli ebrei, ma al tempo anche da zingari, omosessuali e antifascisti. Il popolo ebraico, essendo tra i più antichi, ha subito persecuzioni sin dall’antico Egizio, per non dire dei massacri ad opera delle legioni romane, sino ai putsch in Russia. Certo allora non c’erano le camere a gas né la selezione razziale dei nazisti, ma la tragedia della persecuzione resta uguale. Come pure l’hanno subita in modi diversi e in tempi più recenti le popolazioni armene, i curdi e molti altri. Resta impressa nei nostri occhi la terribile fotografia del piccolo bambino curdo di 3 anni, Aylan, steso sulla spiaggia, annegato nel tentativo di raggiungere la nostra “innocente” Europa, con indosso una maglietta e i pantaloncini con i colori di Pinocchio. Tra pochi anni non ci saranno più testimoni della Shoa, dunque la memoria di quegli orrori sarà affidata alla letteratura, ai film, ai documentari, alle interviste dei sopravvissuti.

Il cinema può fare molto, soprattutto se rivolto ai ragazzi. Ma attenzione, vanno avvicinati con modalità diverse dagli adulti. Ho constatato di persona che i più giovani non sono in grado di resistere al troppo orrore, come quello mostrato in quello straordinario documentario sulla Shoa realizzato nel 1985 da Claude Lanzmann, scomparso proprio di recente nel luglio del 2018. Per coinvolgere i ragazzi, occorre dosare il troppo orribile e cercare di suscitare momenti di identificazione. Mi sono attenuto a questi principi quando ho diretto Jona che visse nella balena. Qualche tempo fa ero presente a una proiezione in una scuola di Milano e si è verificata una strana reazione da parte dei più piccoli. Alla scena dei genitori che fanno l’amore nell’infermeria del lager mentre il piccolo Jona resta presente, di spalle, non potendo andare altrove, i ragazzi in sala si sono divisi. Alcuni dei più grandi ridacchiavano, mentre i più piccoli piangevano. E uno dei più piccoli si è alzato in piedi e ha gridato alla volta dei più grandi “state zitti voi che non sapete neppure piangere”. Cito l’episodio per dire che certe emozioni vanno dosate.

Come pure occorre fare attenzione a spettacolarizzare quei terribili eventi, come nel caso della messa in scena teatrale a Broadway della vita di Anna Frank, rappresentata come una spensierata ragazzina americana, col risultato di banalizzare e appiattire quella che è invece stata una storia tragica. Un altro elemento al quale occorre prestare attenzione è la retorica, un virus capace di uccidere il ricordo e ridurlo a celebrazione stanca e ripetuta. Urge la memoria del presente, titolava qualche giorno fa in prima pagina un articolo (da incorniciare) pubblicato su il Manifesto. Ecco un altro punto importantissimo. Non fare della Shoa una ricorrenza di un giorno all’anno e poi negli altri 364 dimenticare quanto accade attorno a noi. Si finge di ignorare che qualcosa di simile, fatte le dovute differenze, avviene oggi, ahimè quasi ogni giorno, con le stragi dei clandestini ai quali l’Europa assiste indifferente, facendo a gara per centellinare l’accoglienza, lasciandone morire a migliaia in mare o nei campi di concentramento in Libia. Sta ripetendosi qualcosa di orrendo, come quando negli anni ’40 l’Europa fingeva di non sapere quanto avveniva nei campi di concentramento. E pensare che Chaplin già ne parlava nel 1937, quando scriveva la sceneggiatura del suo capolavoro, Il grande dittatore, un duro atto di accusa nei confronti di chi sapeva ma taceva. Per chi cade in mare o sotto i colpi dei torturatori moderni la morte non è diversa da quella dei deportati. Ecco perché soprattutto nei confronti dei più giovani è importante coniugare il presente al passato.

“Mai girare la testa dall’altra parte”, lo ha raccomandato ai bambini di una scuola Liliana Segre, che è stata bambina a Auschwitz. Le ha fatto eco Gino Strada, accusando chi gira la testa dall’altra parte di fronte ai clandestini che muoiono per colpa dell’indifferenza dei governi. Giustamente c’è chi, come Marco Revelli, scrive che “prima o poi ci sarà una Norimberga”. Là si processò Eichmann, domani potrebbe essere il turno di una Europa che ormai da anni ha voltato la testa di fronte a migliaia di morti innocenti. E forse ha ragione il disegnatore Vauro, quando invita il cantautore Guccini a inserire in quella sua struggente canzone “Auschwitz” un’ultima strofa, in ricordo di troppi che oggi lasciamo morire voltando la testa dall’altra parte.

Roberto Faenza

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