L’EMEROCALLIDE E LA COCAINA, EASTWOOD FA DI NUOVO CENTRO. A 88 ANNI SI INVECCHIA ANCORA UN PO’ PER ESSERE “THE MULE”

L’angolo di Michele Anselmi 

Ho visto “Il corriere – The Mule” accanto a una coppia che ha sbadigliato e sbuffato per tutto il tempo, cioè quasi due ore. Eppure non bisogna essere sperticati cultori di Clint Eastwood per accorgersi che il nuovo film dell’ottantottenne regista-attore non scivola via sulla pelle. Perché è toccante e complesso, classico e spiazzante insieme. Era dal 2008, da “Gran Torino”, che Eastwood non recitava in un suo film, temevo che il suo ritorno davanti alla cinepresa, una decade dopo, sarebbe stato patetico. Mi sbagliavo. Il film, nelle sale da giovedì 7 febbraio con Warner Bros, è senile ma tutt’altro che piagnone, a tratti pure divertente. E certo un po’ meraviglia che gli Oscar l’abbiano completamente snobbato, nonostante gli oltre 100 milioni di dollari incassati sul solo territorio americano.
Chi ha visto o letto qualcosa sa che Eastwood, classe 1930, si cuce addosso il ruolo di Earl Stone, un personaggio ispirato a Leo Earl Sharp (1924-2016), che fu il vero corriere assoldato dal potente cartello messicano di Sinaloa per trasportare su un pick-up, confidando sulla rassicurante presenza e sulla guida tranquilla a prova di multe, centinaia e centinaia di chili di droga, in barba alla Dea.
Eastwood è magnifico nell’invecchiarsi un po’ rispetto alla realtà, mostrando ogni singola ruga del viso, delle braccia e del corpo smagrito, incluso il sedere piatto ormai inesistente, attraversando il film come un enigma umano: pessimo padre e marito ma delicato coltivatore di fiori, veterano politicamente scorretto che dice ancora “negro” ma anche uomo spiritoso e galante. Un vecchio amorale a suo modo moralista.
Perché diventa “un mulo” del narcotraffico? Per soldi, ovviamente, nella speranza effimera di poter comprare anche il tempo. Con piglio malandrino, del tutto consapevole della china criminale, l’uomo decide di assicurasi un personale risarcimento rispetto alla “modernità” che l’ha depredato (non a caso detesta i telefoni cellulari e i computer). Ha ragione Eastwood quando, parlando del personaggio, spiega che il film “mette in luce il lato negativo del suo lato positivo” (o viceversa?), nel senso che Stone usa le banconote da 100 dollari che trova nel cruscotto, dopo ogni corsa, per aiutare le persone in difficoltà, ristrutturare la vecchia sala-bar dei veterani di guerra, recuperare e rinnovare l’amata serra, ingraziarsi la famiglia che lo detesta per la sua assenza. A suo modo si sente un salvatore, pur avvertendo i morsi di un collasso morale che presto lo metterà di fronte a una scelta tanto dignitosa quanto rischiosa. E ci fermiamo qui.
Scarnificato, lungagnone e dinoccolato, Clint Eastwood ricorda un po’ il Robert Redford di “Old Man & the Gun”, anche se la ballata è meno romantica, crepuscolare, nostalgica. Earl Stone non rapina banche con stile da gentiluomo, non corteggia una “ranchera” vedova; fa il “corriere” della droga approfittando cinicamente della propria età avanzata, tanto è vero che i narcotrafficanti lo ribattezzano “El Tata”, nonnetto; e non disdegna, in quella botta di inattesa gioventù, di godersi le sode señoritas che il boss messicano gli mette a disposizione nella sua villa, per ringraziarlo dei servigi resi.
“Hai vissuto così tanto che forse non hai più filtri” gli dirà a un certo punto l’ignaro poliziotto della Dea, interpretato da Bradley Cooper, in un dialogo stupendo davanti a una mattiniera tazza di caffè. Ma forse lui, Stone, non ha mai avuto filtri, e qui sta la forza bizzarra e antiretorica della storia scritta da Nick Schenk: intessuta di riferimenti al cinema e ai personaggi passati di Eastwood, di vecchie canzoni come “On the Road Again” di Willie Nelson o di melodie jazzate scaldate dall’organo Hammond, di battute sarcastiche del tipo “L’unica persona che vuole campare fino a 100 anni e quella che ne ha 99”.
L’emerocallide è il fiore preferito da Earl Stone, perché sboccia e quasi subito muore, e vai a sapere se nella delicatezza commovente con la quale l’orticoltore maneggia quei petali, per forma armoniosa e colori caldi, non si possa leggere la parabola di questo antieroe nel quale, si direbbe, Eastwood fa confluire anche qualcosa di intimo, forse di autobiografico.
Oltre a Bradley Cooper, “Il corriere -The Mule” sfodera un cast di tutto rispetto nel quale compaiono Laurence Fishburne, Michael Peña, Dianne Wiest e Andy Garcia, il tutto ben impacchettato nella funzionale, poco effettata, fotografia di Yves Bélanger.

Michele Anselmi

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