“La mano guantata della morte”, in libreria una sceneggiatura che omaggia il periodo d’oro del nostro giallo

In libreria per i tipi di Shatter, “La mano guantata della morte” è un tuffo nel giallo italiano che ha reso grande il nostro cinema. Sceneggiatura per un film che c’è da augurarsi si farà, è una storia che ha il sapore degli anni Settanta benché sia ambientata nella contemporaneità, tra flashback, omicidi efferati, meta-cinema e un certo gusto per l’effetto a sorpresa. Autori dell’agile volumetto sono Nico Parente, cultore e studioso di cinema di genere, e Antonio Tentori, saggista d’eccezione e sceneggiatore per Argento, Fulci, D’Amato, Mattei e Stivaletti. Li abbiamo incontrati per parlare di un’operazione non comune e piuttosto interessante.

“La mano guantata della morte”, dichiarato atto d’amore verso il giallo italiano, ha una pulizia di scrittura più americana che nostrana. Quali sono stati i riferimenti a livello di costruzione dei dialoghi?
Nico Parente: In realtà i riferimenti sono i medesimi che hanno influenzato l’intero lavoro di scrittura, dal soggetto sino alla sceneggiatura, e cioè le pellicole di genere di casa nostra anni Sessanta/Settanta.

Antonio Tentori: Non so se i dialoghi siano più all’americana o altro. Diciamo che per questa storia servivano dialoghi serrati, di un certo tipo, essenziali. Nico in questo è stato abile a costruirli, poi li abbiano rivisti insieme.

Scegliere come protagonista un regista di thriller alle prese con una serie di omicidi che ricalcano il suo ultimo film mette in circolo non pochi ragionamenti che riguardano il meta-cinema tout court. Quale grado di consapevolezza avevate al riguardo? O meglio, è stata più un’idea di pancia o di testa?
NP: L’idea è nata da un mix di letteratura e cinema di genere che da sempre ha una forte influenza su di me: potrei citare gli autori e i titoli più svariati: da Stephen King a Lucio Fulci, da Bava ad Argento, quest’ultimo vero e proprio mentore. La definirei un’idea di testa quindi, il risultato di visioni e letture di anni.

AT: L’idea di Nico di eleggere a protagonista un regista di film thriller mi ha subito interessato. Fa parte delle mie corde narrative il discorso meta cinematografico, che ho sperimentato per la prima volta in Un gatto nel cervello di Lucio Fulci e in seguito anche in altre occasioni.

Oltre al giallo italiano, certamente più argentiano che baviano, lo script mi sembra suscitare immagini – non saprei nemmeno dirti con esattezza quali, è più una sensazione diffusa – del De Palma thriller. Come se fosse più smaliziato rispetto ai film nostrani… Cosa ne pensi?
NP: Il tuo commento mi inorgoglisce, se comunque lo script suscita immagini e/o ricrea atmosfere simili è il risultato inconscio della fase di stesura. Ripeto, i riferimenti sono vari, seppur personalmente mi reputo più influenzato dalle pellicole italiane che non a stelle e strisce.

AT: Riguardo De Palma non è stata una nostra intenzione precisa. Se hai trovato qualche riferimento ci fa piacere, perché è un autore che entrambi amiamo. Ma per le suggestioni che appaiono nella trama ci siamo ispirati, oltre a Dario Argento, anche al cinema thriller italiano anni Settanta (Fulci, Martino, Pradeaux, Ercoli).

Qual è la tua idea sull’annosa questione se la sceneggiatura può definirsi in sé un prodotto letterario? Il volume pubblicato da Shatter è di lettura molto piacevole. In questo senso, sai se la casa editrice ha intenzione di mettere in commercio una collana di script?
NP: Non è forse un prodotto letterario molto in uso in Italia, ma reputo la sceneggiatura una forma di scrittura alta e certamente interessante, seppur tecnica, soprattutto per chiunque voglia meglio approfondire l’ambito della scrittura per il cinema. No, credo si tratti di un caso isolato per la casa editrice, invogliata certamente dalla partecipazione di un professionista quale Antonio Tentori. Sinceramente, lo reputo anche un coraggioso e pionieristico esperimento editoriale. Avercene!

AT: La sceneggiatura non è un romanzo, questo è chiaro. Può avvicinarsi a un’opera letteraria, ma si tratta comunque di una base tecnica che deve servire alla realizzazione di un film, soprattutto se si parla di film di genere. Non so se Shatter pubblicherà altri testi analoghi, credo che questo rimanga un caso a se stante.

Dal nome della sala cinematografica all’omicidio nella vasca da bagno fino all’escamotage dell’assassino copycat come in Tenebre, Argento è il nume tutelare di questo lavoro. In che misura il modo piuttosto originale che ha il maestro di approntare una sceneggiatura ha segnato il vostro lavoro?
NP: Come già detto, rimane il principale riferimento per me. Quindi, direi che “La mano guantata della morte” è certamente un tributo al suo cinema. Poi, la partecipazione di Tentori, grande fan del cinema di Argento e suo collaboratore, ha certamente apportato un significativo contribuito in merito.

AT: Argento è senz’altro l’autore che abbiamo scelto quale imprescindibile punto di riferimento. Ho avuto l’onore e il piacere di lavorare con lui, è il mio Maestro. Mi ha insegnato a essere essenziale e diretto nel modo di raccontare per creare tensione e paura.

Nella rappresentazione globale della sessualità del protagonista o nel siparietto del produttore alle prese con la procace segretaria, “La mano guantata della morte” si mostra più vicino a certi titoli di Martino o ad alcun slasher dell’inizio degli Ottanta. Sei d’accordo? Cosa ti interessava di questo aspetto?
NP: Sono un grande amante di tutto quello che la buona critica, i moralisti e gli pseudo-intellettuali hanno definito “B-Movies”, commedia sexy compresa. Quindi, assolutamente sì. Sono stati degli inserti voluti per tributare un altro grande filone del cinema made in Italy, stimato e amato in ogni dove.

AT: Con Nico abbiamo volutamente lasciato l’erotismo sullo sfondo della vicenda. Ci sono delle situazioni, qualche allusione, ma niente di particolarmente insistito. Non serviva al racconto dare di più in questo senso. D’accordo su Martino, come si diceva prima, meno sugli slasher americani, nel senso che ritengo sia una vicenda essenzialmente italiana, omaggi compresi.

In che modo hai lavorato insieme ad uno sceneggiatore di culto come Tentori?
NP: Ho avvicinato Tentori per la prima volta diversi anni fa, per un’intervista poi inserita in una mia pubblicazione. Nel corso degli anni, il nostro rapporto di stima reciproca si è trasformato via via in amicizia e questo mi ha agevolato molto per questo lavoro. Premetto che Tentori mi ha tenuto un corso di sceneggiatura, su mia richiesta, e “La mano guantata” è il frutto di quel corso.

In che modo hai lavorato insieme a Parente?
AT: Con Nico siamo amici da molti anni. Lui ha scritto il soggetto, la scaletta e quindi la sceneggiatura. Io sono subentrato in un secondo momento, quando si è trattato di revisionare e sistemare storia e personaggi. È stato un lavoro di collaborazione, che partiva da una bella idea di Nico e che ci piaceva sviluppare.

Che futuro auguri a “La mano guantata della morte”?
NP: Inutile dire che sarebbe bello vederne un giorno una trasposizione cinematografica, ma sono anche molto realista e conoscendo il cinema italiano e la direzione intrapresa da produttori e distributori, mi limito a dire che è già un gran risultato averne fatto una pubblicazione. Poi i tentativi non mancano, ma senza illusioni.

AT: Che diventi un film!

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