DURA LA VITA DEL PROFESSORE EMERITO IN UN LICEO DI PERIFERIA. LA FRANCIA, VICTOR HUGO, UN ATTORE COME DENIS PODALYDÈS

L’angolo di Michele Anselmi

Curioso: lo stato dei rapporti diplomatici tra Italia e Francia è ai minimi termini, tra ambasciatori richiamati e affondi polemici, eppure il cinema non sembra risentirne. Insieme a “Le nostre battaglie” di Guillaume Senez, di cui s’è parlato ieri, è uscito in sala, giovedì 7 febbraio, anche “Il professore cambia scuola” di Olivier Ayache-Vidal; e il 21 toccherà a “Parlami di te” con Fabriche Luchini. Ci sarà un pubblico per questi film? Vai a saperlo. Ma intanto arrivano nelle sale, e spesso rappresentano una boccata d’ossigeno se paragonati a certi titoli italiani di svelto consumo.
Prendete, appunto, “Il professore cambia scuola”, che si muove su un terreno consolidato, e cioè il racconto di un anno scolastico in un liceo “difficile”, periferico, popolato di studenti turbolenti e disinteressati. Quanti film abbiamo visto sul tema, a partire dal drammatico “Il seme della violenza” di Richard Brooks? Infiniti, declinati nei modi più diversi, anche con tonalità più morbide: da “La scuola” di Daniele Luchetti a La classe” di Laurent Cantet.
Il 49enne Ayache-Vidal punta al sorriso ma senza evitare note asprigne. Vi si racconta di un azzimato e pomposo professore di lettere, tal François Foucault, di stanza nel prestigioso e centralissimo liceo “Enrico IV”, il quale si ritrova a insegnare in una scuola quasi di frontiera, nella banlieue parigina, la “Barbara de Stains”. Tutta colpa di una frase detta a un party per farsi bello: “Andare è al fronte è inimmaginabile per la maggior parte dei professori”. Una funzionaria del ministero lo prende in parola; sicché il professor emerito, per non fare una figuraccia, si ritrova alle prese con “i carnivori” della sua nuova classe multietnica. Inutile provare a leggere Petronio in latino, come faceva un tempo; è già un miracolo arrivare alla fine della lezione, quando non succede di peggio (a una festicciola gli offrono dolcetti ripieni di erba che lo fanno sbarellare).
Insomma avete capito: il problema è come “catturare” l’attenzione degli studenti facendosi al tempo stesso rispettare. La soluzione? Tra una delusione e l’altra, mentre l’intemperante allievo Seydou gliene fa vedere di tutti i colori, l’insegnante troverà il modo di rovesciare la situazione, acchiappando i suoi allievi a colpi di anagrammi e giocando la carta di Victor Hugo: in fondo “I miserabili” li riguarda da vicino…
Benissimo incarnato da Denis Podalydès della Comédie Française (i francesi tengono molto alla dizione), il sofisticato prof trapiantato in quel contesto asociale popolare non sfugge a qualche cliché e tuttavia il film bordeggia il genere con spiritello gentile, tra infelici storie d’amore che sbocciano ed episodi anche buffi come la gita a Versailles, mentre l’iniziale diffidenza si scoglie nel corso dei mesi. Anche se…
Si vede che il regista s’è documentato bene prima di girare, e bene hanno fatto Pfa Film e Emme Cinematografica a rischiare su “Il professore cambia scuola”, il cui titolo originale, però, suona terribilmente meglio, più allusivo e raffinato: “Les Grands Esprits”.

Michele Anselmi

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