“Il Conte incubo”: Dracula messo a nudo nel nuovo saggio di Franco Pezzini

Grande studioso di letteratura gotica, Franco Pezzini torna in libreria con Il Conte incubo – Tutto Dracula (Odoya, Bologna, 2019), il primo di due volumi che forniscono una rilettura originalissima e inedita del capolavoro di Bram Stoker, completi di note biografiche, mappe dei Carpazi, appunti, foto, cimeli, riflessioni e approfondimenti di vario genere. Abbiamo incontrato Franco Pezzini per parlare del nuovo lavoro.

Il Conte incubo – Tutto Dracula volume 1 è legato a doppio filo al ciclo di seminari sul romanzo organizzato dalla LUI (Libera Università dell’Immaginario). Per iniziare, puoi parlarci della LUI? Da dove nasce l’idea?

FRANCO PEZZINI: Anzitutto, grazie dell’attenzione. La LUI nasce nell’autunno 2012 ma da un progetto covato per più di dieci anni: un centro sull’immaginario – fantastico e non solo – che in forma di incontri (conferenze, lezioni) e di prodotti derivati (libri, eventuali video) mi permetta la condivisione dei risultati di una serie di studi. L’occasione arriva quando l’amico Max Ferro, regista, responsabile di una scuola di lingue e appassionato di fantastico, mi offre di tenere degli incontri nella sua sede: è il centenario della morte di Stoker, e insomma è naturale partire con uno dei miei libri di una vita. Iniziamo così con TuttoDracula, ventotto incontri in tre stagioni, capitolo dopo capitolo dell’opera e a partire dal racconto “L’ospite di Dracula”, più cenni sul cinema e l’immaginario derivato. Della durata di un paio d’ore ciascuno: il che permette di coinvolgere come ospiti amici narratori, saggisti, uomini di spettacolo, presenti fisicamente oppure interpellati coi semplici mezzi di un telefono in viva voce o via skype. Fondamentale per aiuto e contagioso entusiasmo è la presenza della scrittrice Cristiana Astori, che citerà affettuosamente quest’avventura nei ringraziamenti del suo magnifico Tutto quel buio (Elliot, 2018), incentrato appunto sulla ricerca del film perduto Drakula halála del 1921.
Quando Max interrompe per suoi impegni la collaborazione, e passo a tenere i corsi (gratuiti, senza iscrizioni) in un’enoteca-trattoria, ovviamente cambia un po’ la formula: incontri di un’oretta che tengo da solo, e dopo chi vuole si ferma e continuiamo a parlare davanti a un boccone. Ma la formula è sostanzialmente la stessa: io racconto il testo e intanto lo commento, come potrebbe fare un amico che consiglia un libro.
A oggi alla LUI, con un calendario abbastanza serrato e cercando di diversificare ogni anno con due o più progetti, abbiamo affrontato parecchi capisaldi del fantastico – Il castello d’Otranto, Il diavolo in amore, Vathek, Frankenstein, Carmilla e altro – ma anche testi di letteratura antica come L’asino d’oro, il Satyricon e l’Eneide, e alcuni argomenti trasversali tra opere letterarie, pittoriche e filmiche, per esempio su Lilith e altre dark lady del mito. Attualmente siamo alla terza stagione di un Tutto Poe che percorre passo passo tutta la narrativa e la prosa dello scrittore americano, e ho appena iniziato in parallelo l’Iliade. Ma c’è già una serie di nuovi progetti. E poi tutto, in prospettiva, è destinato ai volumi. Soprattutto quelli della sottocollana I Classici Pop edita da Odoya, che ovviamente ringrazio per la fiducia dimostratami.
La LUI partecipa poi a un tavolo comune, il Club Villa Diodati, assieme al MUFANT | MuseoLab del Fantastico e della Fantascienza di Torino e al TOHorror Film Fest: un modo per supportarci, non sovrapporre iniziative e anzi trovare occasioni di collaborazione che sta dando i suoi frutti.

Nel tuo saggio offri una miriade di interpretazioni del testo stokeriano, usando via via le lenti dello strumento squisitamente critico-letterario, folclorico-antropologico, biografico, tematico. Qual è il metodo di avvicinamento al testo che, in questo senso, segna una novità nell’approccio a Dracula?

F.P.: Mah, su un testo tanto studiato, su cui esistono intere biblioteche, sarebbe presuntuoso pensare di identificare qualche nuova “grande” chiave critica. È però possibile proporre qualche piccola novità in dati e relativa interpretazione o, come suggerisci, nell’approccio pratico. Nel caso del mio saggio penso a quella sorta di immersione empatica, di Dracula Experience legata appunto agli incontri LUI, e che impronta il testo scritto. Cioè anzitutto un sistema di rinarrazione forse anche un po’ teatrale (come sarebbe piaciuto a Stoker, penso) ma comunque al servizio del testo, per permettervi di entrarvi e sgranarne i nodi, frase dopo frase. Poi una verifica critica, virtualmente in dialogo con il pubblico, di quanto appartiene a convinzioni diffuse e non necessariamente fondate – penso all’ottimo lavoro di Elizabeth Miller in Dracula: Sense and Nonsense che smonta una serie di luoghi comuni e affermazioni incontrollate. E in terzo luogo un lavoro sotto testo alla ricerca del non-detto, del non esplicito. Ovviamente cercando di non barare/forzare: non posso attribuire a Stoker il mio modo di pensare, mentre è interessante evidenziare i problemi sul piatto (le paure, le ossessioni, i pregiudizi…), e far emergere quegli aspetti che restano un po’ sottotraccia nella sua lettura vittoriana della realtà. Non mi interessa provare a fornire psicologismi da rotocalco su Stoker (gli autori del fantastico non sono più “strani” del resto del mondo, e occorre una certa cautela nell’interpretazione delle loro fantasie letterarie) mentre mi interessa cogliere, per esempio, la presenza di talune strutture simboliche forti. Per esempio i temi di doppi e duplicazioni in Le Fanu, o della simmetria in Stoker – entrambi in rapporto con il motivo-chiave della specularità. Affrontando la fiction sul fantastico è necessario lavorare sul linguaggio del simbolo e del mito: il che comporta cercare di capire simboli e miti di un’epoca che non è la nostra. Emerson – mi pare fosse lui – diceva “Siamo simboli e viviamo in essi”: un’affermazione che ancor oggi fa pensare.
Il tentativo è di avvicinare il romanzo – diciamo – a due marce. Da un lato forti della sensibilità e degli strumenti odierni: infinitamente maggiori, per dire, di quelli dell’era pre-internet. Pensiamo solo ai tesori di intere biblioteche avvicinabili sul web senza muoverci da casa, o alle reti di colleghi studiosi facilmente raggiungibili per informazioni o confronti. Ma dall’altro mettendoci per quanto possibile nei panni dei primi lettori. Noi vediamo Dracula come un romanzo sul passato, su un’età vittoriana vero e proprio Paradiso perduto dell’immaginario: ma per loro era il presente aperto al futuro, nessun medioevo fantasioso come nel Castello d’Otranto, e invece tutti i ritrovati della modernità. Macchine per scrivere portatili, macchine fotografiche, fonografi… e in tale età moderna irrompe il predatore venuto dal passato, irriconosciuto anzitutto perché considerato non credibile nel mondo moderno. Quanti passati che non passano si ripropongono anche oggi?
Ecco, si tratta di mantenere questa doppia focalizzazione, questa doppia marcia, altrimenti si perde per strada qualche essenziale elemento di comprensione.

In che misura, l’esperienza personale – al di là di quella critico-professionale che è assolutamente affine al tema trattato – ha inciso sui percorsi di interpretazione e sulle analisi del testo stesso?

F.P.: È una domanda molto bella. Io invidio molto gli amici narratori: tendo a essere molto censurato sulla narrazione scritta delle mie emozioni (un po’ vittoriano, forse?) e non riuscirei a instillarle in personaggi, mi sentirei messo a nudo. Riesco invece con la saggistica, dove racconto robe tremende anche di me, però in forma più asettica sotto una maschera (diciamo così) “scientifica”. Perché è indubbio che, al di là della serietà di un lavoro che deve cercare una certa oggettività (dati biografici, precisione nei riferimenti, differenza tra elementi provati e semplici ipotesi…), nel nostro avvicinarci alla letteratura ci sia qualcosa di molto personale, soggettivo e intimo: un conoscerci e riconoscerci affettuoso e spiazzante. E la narrativa fantastica gioca molto sul Perturbante, il conosciuto non riconosciuto, e su ciò che invece riconosciamo con imbarazzo, perplessità… è il tema todoroviano, in fondo, del fantastico come incertezza, che guarda anche a dimensioni personalissime. Il vampiro poi è una figura che gioca sulla nostra rifrazione oscura (Carmilla) o – il che può essere la stessa cosa – non riconosciuta (Dracula). È chiaro che anche nell’analisi di un testo noi partiamo da domande, rovelli, suggestioni della nostra vita profonda. Se dunque inseguo il vampiro fin nel sottofondo del Dracula non è solo per un genuino divertimento – che pur c’è, non dobbiamo vergognarcene –, per interessi generici o per un certo curriculum (compresa magari una laurea sul tema dell’esorcismo…). Ma anche perché nei conflitti profondi che emergono in questo tipo di letteratura ritrovo fantasie personali, suggestioni identitarie, temi che mi toccano dentro in quel che ho vissuto e vivo. Sia per quanto riguarda temi forti e che mi interpellano in concreto a livello di posizioni anche ideali: come appunto identità, problemi generazionali, peso del passato, forme di vampirismo nei rapporti personali, di lavoro, economici, politici eccetera. Sia quanto a ricordi, per esempio di gioventù, di un’epoca in cui erano vive persone a me care e di questi libri discutevamo. Per me la lettura e anche la scrittura sono realtà molto “corali”, che dal minimo di due persone del rapporto scrittore/lettore dilagano in realtà in infiniti confronti, voci, scambi anche affettivi. Sono casse di risonanza dei mei rapporti con gli altri, di testa e di sentimenti. Tutto questo resta un po’ dietro i paraventi della ricerca, ma forse un lettore può coglierlo…

Dracula, ancora di più di altre opere, racchiude in sé gli aspetti dell’epoca che lo ha generato, riuscendo a svelarne anche i segni più profondi. In questo senso, il tema identitario e l’incapacità di potersi vedere riflesso in uno specchio anticipa di molto la letteratura del Secolo che sarebbe iniziato da lì ad un manciata di anni…

F.P.: Assolutamente sì. Dracula è un precipitato prodigioso della realtà del suo tempo, una sorta di opera-mondo in cui si ritrova di tutto, dalla scienza all’economia, dai timori legati a sesso, malattie, alterità culturali a elementi più ottimistici di una quotidianità aperta al futuro. E un nodo fondamentale è appunto il tema identitario. Dove Stoker sottolinea con il ricorso alla potenza del mito qualcosa che – se ci pensiamo – il fantastico già incalzava fin dalla sua nascita, come genere “moderno” più o meno da metà del Settecento. Se un po’ tutta la letteratura moderna si confronta con il tema dell’identità, le relative crisi – doppi, rifrazioni speculari nel segno dell’opposto, frammentazioni, possessioni, imposture… – riempiono la letteratura gotica e i generi derivati o affini, con provocazioni che vanno a turbare i sonni dei lettori sia dal fronte dell’identità sociale che di quella personale. Si pensi al peso di questa doppia faccia tematica nel genere sensation novel, o per altri versi nelle intuizione prefreudiane dei grandi autori di ghost stories: citare Le Fanu è doveroso, e Stoker raccoglie da lui il testimone e porta il discorso all’ennesima potenza in una lettura della storia con tanto di accenti escatologici. Peraltro è lui, probabilmente, a inventare la storia che i vampiri non si rifrangano allo specchio, sia pure sulla base di confusi precedenti folclorici. E se non vediamo il vampiro allo specchio è forse perché non ci riconosciamo in quel riflesso predatorio, umbratile, non-morto… O forse anche perché, in questa età del narcisismo dove tutto dev’essere celebrato con un selfie o uno schermo, scopriamo di non riuscire più a vederci. L’eccesso di autocelebrazione rivela un grande vuoto.

Come altri tuoi testi, penso personalmente a The Dark Screen – Il mito di Dracula sul grande e piccolo schermo e Peter & Chris. I dioscuri della notte, questo Il Conte incubo ha il pregio di una scrittura appassionante, in grado di catturare il lettore e fargli dimenticare quel peso che il genere “saggistico” porta con sé. In che modo riesci ad ottenere questo effetto di “leggerezza” nonostante l’enorme mole di stimoli suscitati?

F.P.: Grazie davvero per le tue parole. Allora, i miei testi possono essere considerati di buona divulgazione, benché contengano anche il frutto di ricerche e tesi personali “nuove” che un lettore addetto ai lavori può riconoscere: qualcuno è stato anche usato in contesto universitario, ma è chiaro che non si tratta di testi accademici. Ecco, mi pare che almeno la fascia saggistica cui miro io non dovrebbe “ammazzare” di tedio e cattiva scrittura l’opera esaminata. Nel mondo anglosassone esiste una tradizione di grandi studi – storici, per esempio – di una limpidezza esemplare, e che si leggono con il fascino dei grandi romanzi. Così dovrebbe essere, mi pare, per la presentazione di opere che riteniamo importanti, da leggere o comunque da avvicinare (vedere se è un film, sentire se è musica…). Gli studi dovrebbero far venire voglia di leggerle, non banalizzarne il contenuto e non sostituirle. Io racconto il testo, ma per spingere a leggerlo: se ci riesco, ho svolto bene il ruolo di scudiero dell’autore. Ma allo stesso tempo, e proprio per avvicinare (torniamo all’empatia, a una scrittura come rapporto), desidero che il commento oltre che serio sia godibile: e per esempio uno dei miei modelli di riferimento è la straordinaria produzione RAI degli anni Sessanta-Settanta con cui sono cresciuto. Grandi sceneggiati che avvicinavano il pubblico in chiave anche emotiva ai classici; tanto teatro o drammatizzazioni di vicende storiche; documentari basati sui contenuti e non sul presentatore-divo (non sto polemizzando, è solo per spiegare)… eccetera. E in effetti io ormai scrivo sempre con l’orecchio a una presentazione a voce, similteatrale. Anzi, con l’orecchio (inevitabilmente) al mio modo di parlare: ritmo, pause, eccetera sono i miei. Una volta scrivevo in modo molto più denso, ma già nei volumi per Gargoyle mi era stato chiesto di renderlo più amichevole; e ora questi ultimi volumi sono nati proprio in forma orale, tenendo presente un pubblico che nel corso della serata deve venir conquistato e non perdersi. I volumi de I Classici Pop Odoya hanno un po’ tutti questo passo espressivo.
Anzi di recente, per la Compagnia Marco Gobetti di Torino che da anni porta avanti un progetto almeno parallelo, le Lezioni recitate – vere e proprie lezioni ma presentate da un attore, forte dei suoi ferri del mestiere – ho così prodotto il mio primo testo teatrale, un Enea profugo ora portato splendidamente in giro in Italia da Andrea Caimmi. È edito in un volume a più voci, Conflitti, lavoro e migrazioni, a cura di Marco Brunazzi e Marco Gobetti, SEB27 2018.

Parliamo dell’effetto sui primi lettori. In breve, cos’ha rappresentato questo romanzo per un londinese del 1897? Accenniamo, se possibile, anche al rapporto tra Oriente e Occidente a cui nel testo ricorri più volte…

F.P.: Dracula è stato (uso un’espressione forte per capirci) una sorta di shock culturale, un po’ sul tipo di quello recato in anni più vicini a noi dal romanzo e soprattutto dal film L’esorcista. Prima parlavo di ciò che resta sotto testo, implicito in alcune suggestioni o in alcune formule: ecco, si pensi solo a quanta Bibbia e in generale quante allusioni alla cultura, all’immaginario, al linguaggio religiosi stiano sotto il Dracula, lo innervino, lo rendano ai suoi tempi tanto provocatorio. Non è strano, è un mondo di lettori abituati a frequentare la liturgia anglicana e i testi biblici e che in Dracula ne riconoscono gli echi – ma provocatoriamente volti in nero. Non perché Stoker appartenga, come si è fantasiosamente ipotizzato, a qualche conventicola satanista: ma perché costruisce una saga contemporanea dove attraverso una simbolica potente (si pensi solo al tema del sangue) la partita sul mondo nuovo vede una sorta di conflitto escatologico con Dracula Anticristo. Solo se noi percepiamo questi echi possiamo comprendere davvero cosa il romanzo racconti, quali inquietudini rechi: ma per noi non sono più altrettanto ovvi, e dobbiamo sforzarci di riconoscerli. Ecco una funzione del commento.
Poi certo, per esempio c’è anche il confronto tra Occidente e Oriente. Il discorso sull’identità che facevamo prima va a toccare anche quello di identità nazionale – con tutto il codazzo di stereotipi, di pregiudizi anche beceri che covano in una società, al tempo di Stoker come oggi. Il vampiro terrorista con tanto di harem sultanesco che vi aggrega a forza l’inglesina Lucy Westenra (“la luce dell’Occidente” come qualcuno ha interpretato), in vista di un’infezione su larga scala nel cuore dell’Occidente civile e moderno, non è più mitico di talune convinzioni che oggi muovono certi atti governativi o i coretti razzisti. Prima di sorridere di fronte alle pagine del Dracula guardiamo l’oggi, guardiamoci dentro. La rifrazione tra il vampiro e quel che noi siamo – o diventiamo per paura, goccia dopo goccia, come per effetto di una vampirizzazione – rende questo tipo di letture meritevole di qualche riflessione.

Uno dei molti motivi di interesse suscitati dalla lettura del tuo saggio è la restituzione di un personaggio (così come di un romanzo) infinitamente complesso, ben lontano dalla semplicità di alcune delle ultime declinazioni.

F.P.: Sì, normalmente si ha l’idea di Dracula come un romanzo dove tutto è chiaro, dalle tabelle dei treni ai dettagli sui luoghi alle minuzie delle attività quotidiane… e in effetti l’autore ha un’attenzione spasmodica, pignolesca a questo effetto-realtà. Ma se poi leggiamo con attenzione, ci accorgiamo che tutto può essere messo in dubbio: conosciamo il vampiro solo attraverso le parole dei suoi nemici, tutte persone dall’equilibrio mentale fragile o perturbato, e per assurdo il Conte potrebbe persino rappresentare una loro semplice ossessione. Tutta la seconda parte del romanzo potrebbe costituire il delirio di gente che non sa reagire a una catena di lutti… compresi quelli causati da trasfusioni troppo disinvolte, praticate senza conoscere i gruppi sanguigni. Addirittura, ci viene detto più avanti, tutto il materiale che leggiamo è dattiloscritto: cioè si sono persi i manoscritti originali con la freschezza delle diverse grafie… ma a quel punto tutto potrebbe essere inventato di sana pianta da un’unica persona (Mina Harker dattilografa o Stoker stesso, non importa). Certo noi vogliamo che il vampiro ci sia, lo cerchiamo nelle pagine del testo, saremmo desolati di scoprire che esiste solo nella testa dei personaggi: e il Dracula di Stoker è una figura insieme grandissima e sordida, il condottiero antiturco e “l’impostore” come archetipo di Male nell’età vittoriana. Ma niente paura, Dracula esiste ben più concretamente di quanto talora desideriamo a livello di effetto narrativo: e in fondo ci ha già raggiunti, ci inabita nei nostri aspetti oscuri. Mi pare sia stato Gianfranco Manfredi a usare l’espressione che il vampiro è un ossimoro: comunque una figura liminare tra realtà opposte, un arconte dell’indecidibile… a partire dagli opposti, dalle contraddizioni irrisolte e dall’indecidibilità (post)adolescenziale che tentano noi, figli di un tempo di categorie in crisi.
Ovviamente tutto questo è difficile da rendere sullo schermo, al di là della straordinaria efficacia di alcune interpretazioni: a mio parere, per esempio, l’attore che meglio di tutti ha reso il Conte di Stoker è Christopher Lee, indipendentemente dalla libertà delle sceneggiature. Ma è tanto più difficile pensare di trovare tutto ciò su schermo nell’odierna età di vampiri insipidi, forse maschera di certa pochezza dilagante di obiettivi e di sogni.

Quando uscirà Il Conte incubo – Tutto Dracula volume 2  e cosa dobbiamo aspettarci di diverso dal nuovo testo?

F.P.: In realtà non ho ancora una data dall’editore e penso uscirà prima un robusto volume sull’Eneide (stessa collana, a sua volta “figlio” del relativo corso): ma sostanzialmente il testo è pronto e per aver tutto il più fresco possibile inserirò gli ultimi aggiornamenti – si usa ancora l’espressione? – in Zona Cesarini… Ovviamente tratta la seconda metà del romanzo, sempre sottotitolo Tutto Dracula ma titolo diverso. In questo primo volume appena uscito incontriamo il Conte e più in generale una dimensione che sfida i nostri paradigmi e convinzioni (credere cose per voi impossibili, sintetizza Van Helsing); il secondo sarà incentrato sulla caccia al vampiro, dunque un contenuto più “epico” ma con tutta la pesante ambiguità relativa. Il fantastico è anche un linguaggio dell’ambiguità, che sfida a confrontarsi con tale categoria: tanto più necessaria da mettere a fuoco oggi, in un tempo di semplificazioni forzate e svianti. La realtà è complessa, ambigua: il fantastico ce lo ricorda.

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