“LA PARANZA DEI BAMBINI”: A BERLINO IN GARA E SUBITO IN SALA. NICOLA E I BABY-CAMORRISTI SECONDO GIOVANNESI & SAVIANO

L’angolo di Michele Anselmi

Ci sono almeno sei significati attribuibili alla parola “paranza”, quasi tutti legati al gergo marinaro, ma quando si parla di camorra ne vale solo uno: gruppo o batteria di fuoco, nel senso di sparare. Esce il 13 febbraio targato Palomar e Vision Distribution, dopo il passaggio in concorso alla Berlinale, il nuovo film di Claudio Giovannesi, già apprezzato per “Fiore”; appunto “La paranza dei bambini”, tratto dal romanzo di Roberto Saviano (2016, Feltrinelli). Cambiano un po’ i nomignoli e le storie, entra in campo l’amore adolescenziale per una scafata ragazzina di un altro quartiere, si accentua il côté “romanzo di formazione”, ma resta ben impresso il tema di fondo espresso dallo stesso Saviano, co-sceneggiatore con Giovannesi e Maurizio Braucci, nelle note per la stampa. Laddove si legge: “A compiere azioni efferate e inspiegabili sono spesso ragazzi che non appartengono a famiglie criminali (…); e questo accade essenzialmente perché l’invenzione della violenza senza alcun fine predatorio è la risposta al vuoto”. Al vuoto essenzialmente dello Stato, verrebbe da dire, anche se lo scrittore di “Gomorra” non sarà d’accordo.
Già Michele Santoro, su un piano più documentaristico, aveva affrontano l’argomento col notevole “Robinù”, del 2016, raccontando perlopiù il “dopo”, cioè il carcere, quando c’è. Perché questi criminali ragazzini a quindici anni imparano a sparare, a venti sono killer provetti, a trenta spesso non arrivano. Adolescenti che si giocano tutto e subito, ossessionati da un solo comandamento: “I soldi li ha chi se li prende”.
Il Nicolas Fiorillo della pagina scritta diventa qui solo Nicola, un quindicenne dal volto solare e gentile, figlio di una mamma sola che gestisce una lavanderia nel cuore del Rione Sanità a Napoli. Nicola e i suoi cinque amici per la pelle, soprannominati Tyson, Briatò, Biscottino, Lollipop e O’Russ, sono solo bulletti, al massimo rifilano qualche cazzotto tra una corsa in motorino e una bravata in galleria. Ma vedono attorno a sé feroci “guappi” fare soldi a palate con le estorsioni ai danni di commercianti e “bancarellari”; e così anch’essi cominciano a pensare che valga la pena di armarsi per scalzare i clan al potere, magari stringendo alleanze con vecchi boss in declino.
“La paranza dei bambini” racconta la bruciante ascesa di questo sestetto criminale. Nicola e i suoi imparano dapprima a smerciare erba davanti alle scuole, poi traggono vantaggio da una retata poliziesca durante un matrimonio che più kitsch non si può; infine, dotatisi di mitragliette e Kalashnikov grazie all’aiuto di un boss ai domiciliari incarnato da Renato Carpentieri, imparano a sparare su un tetto, durante i fuochi artificiali, mirando alle parabole. D’ora in poi, a cavallo dei loro scooter e con le tasche ricolme di soldi, saranno loro i nuovi ras del quartiere; ma una cosa è sparare alle antenne, un’altra alle persone.
Spiega il regista: “Anche se il percorso di malavita non è un desiderio innato nei ragazzi, ma nasce come conseguenza di una condizione di illegalità diffusa, il film non vuole avere un punto di vista sociologico”. La prospettiva non è inedita, nel senso che “La paranza dei bambini”, come altri film del genere, non giudica i sei giovani balordi, ma li asseconda nella spirale criminale, ne descrive riti apotropaici, ambizioni, euforie, cadute, lasciando affiorare via via un senso di minaccia, pure di vendetta, che prelude a un sanguinoso showdown.
In bilico tra le canzoni neomelodiche di Tony Colombo e le solenni arie di Felix Mendelssohn, il film estrae dai giovani interpreti, specialmente dal “capo” Nicola interpretato da Francesco Di Napoli, che nella vita fa il pasticciere, una naturalezza espressiva che sigilla l’aspetto più interessante, anche inquietante, della vicenda: intendo gesti, discorsi, atteggiamenti, il culto adorante delle armi semiautomatiche, anche l’illusione di una “camorra etica”, giusta. La calibrata fotografia di Daniele Ciprì, ormai uno dei più gettonati dal cinema d’autore, completa la buona riuscita dell’opera (anche se qua e là permane una sensazione di già visto).

Michele Anselmi

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