SE IL MANAGER SPREZZANTE PERDE LA FAVELLA E POI SI REDIME. “PARLAMI DI TE” CON FABRICE LUCHINI. MA HA FATTO DI MEGLIO

L’angolo di Michele Anselmi

Quando esce un film con Fabrice Luchini io non me lo perdo mai. Trovo che il 67enne attore francese, che apprezzo sin dai tempi di “La discrète” (1990), sia un gigante nel suo campo: per eleganza, perfidia, eloquenza, capacità di cesellare personaggi ora pomposi ora meschini, talvolta ridicolmente romantici. Purtroppo “Parlami di te” di Hervé Mimran, che esce il 21 febbraio con Bim, non è una riuscita, per quanto Luchini, specialmente nella versione in francese, ce la metta tutta per rendere credibile, anche dolente, il suo Alain Wapler: “un homme pressé”, come recita il titolo originale.
Che cosa fa Wapler nella vita? È uno sprezzante e carismatico manager di una casa automobilistica transalpina che sta per varare una nuova vettura ibrida, la LX2, necessaria a salvare baracca e burattini dalla crisi. “Mi riposerò quando sarò morto” è il suo motto. L’uomo è un rullo compressore, insensibile a tutto, specie alle richieste della figlia infelice. Ma sin dalla prima sequenza scopriamo che il suo corpo sta dando segnali di cedimento; di lì a poco si ritrova in ospedale, salvato dall’angariato autista, con un ictus che gli procura un bizzarro deficit cognitivo.
Lui, che era abituato a maneggiare le parole con funambolica abilità oratoria, non azzecca più verbi, aggettivi e sostantivi, sfarfalla, inverte le lettere, dice “mazie grille” invece di “mille grazie”, “sono toffuto” invece di “sono fottuto”, con effetti dapprima spassosi, ma poi, a mano a mano che si avvicina la presentazione del prototipo al Salone di Ginevra, sempre più imbarazzanti. E intanto la sua vita va in pezzi, se non fosse per una paziente ortofonista di origine araba, Jeanne, che si prende cura di lui mentre è alla ricerca della madre biologica.
Siamo dalle parti di “A proposito di Henry”, ma in una chiave meno coinvolgente. Anche se il concetto è quello: uomo arido e insensibile, dedito solo a far soldi, si scopre fragile e ritrova se stesso nel rapporto con le persone che gli vogliono bene. Qui, addirittura, in un solitario cammino a piedi verso Santiago de Compostela.
“Parlami di te” parte bene, diverte per le buffe acrobazie verbali del protagonista, ma presto si ritrova a girare a vuoto, un po’ come Alain Wafler. Il quale se una volta si rilassava soltanto ascoltando “As Time Goes By” da “Casablanca” (sai che novità) o maltrattando chiunque gli capitasse a tiro, alla fine capirà, facendo i conti con l’infermità, il senso della vita.
Ispirata alla storia vera di Christian Streiff, che fu amministratore delegato di Airbus e Psa Peugeot Citroën, la commedia di redenzione mette alla prova anche il talento di Luchini, che deve aver accettato come una sfida professionale, essendo egli un fine dicitore di estrazione teatrale, l’idea di far buffa confusione con le parole.

Michele Anselmi

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