IN RICORDO DI GIULIO BROGI (1935-2019)

L’angolo di Michele Anselmi

Proprio ieri sera è comparso in un episodio della serie tv sul commissario Montalbano, “Un diario del ‘43”. La barba bianca, i bei capelli folti, la voce meditabonda: era Carlo Colussi, in gioventù fascista e bombarolo per vendicare la fidanzatina stuprata da alcuni soldati americani, in vecchiaia frate saggio e misericordioso intento ad aiutare i tossicomani. C’era qualcosa di mesto nella sua prova toccante, solo pochi minuti, come un approssimarsi della fine; infatti Giulio Brogi è morto oggi a Negrar, vicino a Verona, dove era andato a vivere.
Aveva 83 anni, essendo nato a Verona nel 1935. Un attore profondo, energico e duttile allo stesso tempo, di quelli che incutevano un po’ di timore, ma pure capace di prendersi in giro, sfidando alcuni atteggiamenti “tromboneschi” tipici della sua generazione.
A me piaceva molto, e se da ragazzino l’avevo apprezzato in televisione nei panni di Enea, da grande, senza dimenticare le punte alte della sua prestigiosa carriera cinematografica, mi aveva molto colpito per una sequenza di “La grande bellezza”, tagliata insensatamente al montaggio ma recuperata nel dvd, nella quale dava corpo a un vecchio regista malato che racconta a Jep Gambardella il progetto di un film destinato a non farsi mai.
Certo, i Taviani, Bellocchio, Bertolucci, Cavani, Olmi, ma anche Luchetti, Mazzacurati, Angelopoulos, Rocha, appunto Sorrentino, più di recente Fabiana Sargentini con “Non lo so ancora” e Paolo Franchi con “Dove non ho mai abitato”. Per non dire del teatro dei classici: con Strehler, Squarzina, Zeffirelli, Trionfo, Missiroli, Carriglio.
La sua era una presenza carismatica: da giovane perfetto per incarnare il nevrotico o l’umorale, anche il “sovversivo” o l’eroe perdente; da vecchio, grazie a quella barba fluente e a quella voce unica, sempre ben calibrata ma non impostata, ideale per personaggi lambiti da una malinconica rassegnazione di fronte al tempo che passa, all’esaurirsi delle attese, all’incombere degli acciacchi, al tramontare degli ideali. L’ho sentito solo una volta al telefono, quando Sorrentino tagliò quella scena: lui c’era rimasto molto male, non capiva perché, e tuttavia ricordo la sua voce, venata di una strana allegria dopo una passeggiata nel bosco insieme alla moglie che sarebbe morta qualche anno dopo.

Michele Anselmi

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