“MODALITÀ AEREO”. PIÙ CHE UN FILM DI BRIZZI, UN FILM “SU” BRIZZI. OGNI BATTUTA SEMBRA UN RIFERIMENTO ALLE NOTE VICENDE

L’angolo di Michele Anselmi

Più che un film di Fausto Brizzi, “Modalità aereo” è un film su Fausto Brizzi. Nel senso che il regista romano, reduce dalle note disavventure giudiziarie chiusesi con l’archiviazione, vi ha profuso, neanche tanto sottotraccia, un tonante mix di vittimismo, amarezza, invettive, accuse, risentimenti, meditazioni, il tutto in una chiave di riacquistata serenità, direi quasi di redenzione, se la parola non suonasse troppo grossa per un film di Brizzi.
La farsa sulla maldicenza, insomma, è solo un pretesto per parlare di sé, il telefonino un artificio pop per togliersi qualche sassolino da entrambe le scarpe. Il che appesantisce il film, per chi sappia o voglia cogliere, finendo col dilatare la storiella fino a 108 minuti e impoverire quel poco di stile che pure un tempo, diciamo fino a “Ex”, Brizzi possedeva.
Il plot del film, prodotto da Luca Barbareschi con Raicinema che pure distribuisce, ormai lo conoscete. L’amministratore delegato di una famosa casa vitivinicola, nonché giovanotto avido e arrogante e padre anaffettivo, cioè Paolo Ruffini, dimentica nel bagno dell’aeroporto il suo prezioso cellulare, a causa di un alterco con due ometti delle pulizie, e una volta in viaggio verso l’Australia si accorgerà di essere “nudo”. Peraltro il suo smart-phone non custodiva solo numeri di vip planetari, ma camuffati riferimenti segreti a conti bancari off-shore. Quando i due poveracci, incarnati da Lillo Petrolo e Dino Abbrescia, vengono licenziati via sms, scatta la tremenda vendetta ai danni del manager protervo: il cellulare sarà l’arma migliore per sputtanarlo, in un crescendo di messaggi sconclusionati, di fronte al mondo intero.
Questa è solo la prima parte del film, forse la più azzeccata, per quanto all’insegna di una lasca corrività; nella seconda assistiamo alla faticosa risalita del tumefatto uomo d’affari, al quale un bagno d’umiltà e la complicità inattesa dei due proletari faranno riscoprire il senso della vita.
Il copione è trapunto di battute di questo tipo. “La reputazione gli dobbiamo rovinare!”. “Ecco la macchina del fango”. “Oggi nessuno controlla se una notizia è vera. Basta solo darla”. “Anche un calcio in culo ci fa andare avanti. Qualsiasi cosa di brutto possa capitarci l’importante è non scoraggiarsi”. “Nella vita di ciascuno di noi la cosa più importante è la fiducia”. Insomma avete capito l’aria che tira. E anche se il tono è ilare, tra un omaggio a Sabrina Salerno e uno a Little Tony, un balletto di Lillo e un altro balletto di Lillo, si capisce che Brizzi adopera il potenziale comico della “stangata” per suggerire qualcosa di abbastanza serio. Fors’anche un pizzico di autocritica, se dobbiamo dar credito alla confessione del protagonista: “Ho sempre fatto sesso senza che me ne importasse niente”.
Alla fine una discreta mestizia avvolge la commedia tardo-natalizia, qua e là “politicamente scorretta” nei riferimenti agli anziani, magari debitrice di qualcosa a “Una poltrona per due”, a tratti un po’ imbarazzante: penso alla scena con Abbrescia che si tira giù i pantaloni di fronte al supermanager cinese, fino ad allora paziente e zen, per far saltare la firma dell’accordo. Si intona al clima generale il resto del cast, nel quale spiccano Violante Placido, Veronika Logan e Caterina Guzzanti.
PS. Come promesso, visto che ero stato escluso per scelta di Brizzi dalla proiezione stampa per i critici, ho visto il film al primo spettacolo, cinema Giulio Cesare di Roma, pagando il biglietto. Eravamo 18 in sala.

Michele Anselmi

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