“LA CASA DI JACK” PER STOMACI FORTI, NONOSTANTE LE CITAZIONI. LARS VON TRIER SI SENTE SERIAL-KILLER E NON LO NASCONDE

L’angolo di Michele Anselmi

Teorizza l’imprendibile serial-killer impersonato da Matt Dillon: “A volte il modo migliore di nascondersi è non nascondersi affatto”. Vale anche per Lars von Trier, il quale inietta parecchio di sé stesso nella figura riprovevole, ma per lui conturbante, dell’assassinio seriale protagonista di “La casa di Jack”. Non per nulla l’attore americano ha ammesso qualche giorno fa, presentando il film a Roma: “Lars me l’ha detto, mai gli era successo di sentire un personaggio tanto vicino a lui. In effetti Jack è Lars, un ossessivo compulsivo, solo che Lars non ha mai ammazzato nessuno”. Per fortuna.
Nelle sale da giovedì 28 febbraio con Videa, “La casa di Jack” è uno di quei film estremi, oltraggiosi, lambiccati, pure sgradevoli, di sicuro autoriferiti, che non si vedono a cuor leggero. Un po’ come il feroce “Henry, pioggia di sangue” di David McNaughton che piacque tanto ai cinefili prima di essere irriso come demenziale da Nanni Moretti in “Caro diario”.
Anche il danese Lars von Trier non si fa mancare nulla nel suo “La casa di Jack”, tra ammazzamenti, torture, schizzi di sangue, corpi straziati, ossa spezzate, seni tagliati e atrocità varie dettagliatamente restituite sullo schermo; in un crescendo di crudeltà fredda, a suo modo venata di humour macabro, tesa a disturbare lo spettatore e insieme a stupirlo perché inframmezzata da suggestioni erudite, continui riferimenti culturali, strizzatine d’occhio al proprio cinema passato.
Tanto per dire: un celebre dipinto di Eugène Delacroix, “La barca di Dante”, 1822, viene scrupolosamente rifatto in una delle sequenze conclusive, con un’ossessione estetizzante che attraversa un po’ tutta la prospettiva del film, come se la descrizione delle bestiali gesta fosse solo un pretesto per parlare d’altro, forse delle radici profonde del male, del solito lato oscuro che si anniderebbe in ciascuno di noi essere umani.
Delacroix pantografato, dunque; ma anche Glenn Gould che si tormenta al pianoforte, il poema di William Blake sulla tigre e l’agnello, la quercia di Goethe nel bel mezzo del lager di Buchenwald, le ardite costruzioni naziste di Albert Speer, i cartelli gettati via ad uno ad uno da Bob Dylan nel video su “Subterranean Homesick Blues”, eccetera. Tutto mischiato, anzi frullato, in un film dalla pezzatura lunga, 155 minuti, naturalmente siglato dall’accattivante “Hit the Road Jack” di Ray Charles per chiudere in letizia dopo tanta sofferenza.
Non vi diremo di che materiale è fatta la casa che Jack intende erigere, per non rovinare la sorpresa; e intanto, attraverso cinque capitoli detti “Incidenti” più un “Epilogo-Catabasi” (catabasi significa discesa di una persona viva nell’Ade), assistiamo alle efferatezze del frustrato ingegnere Jack, il quale per sentirsi architetto, cioè un “creativo”, trasforma ogni omicidio che commette in una sorta di “opera d’arte” firmata Mr. Sophistication”.
Siamo negli anni Settanta, in un’America di provincia non meglio definita: qui lo psicopatico, affetto anche da un disturbo ossessivo compulsivo per la pulizia, mette a punto i suoi ammazzamenti, perlopiù ai danni di donne stupide, credulone, facilmente raggirabili. Jack non si nasconde, anzi vorrebbe quasi essere catturato, ma anche quando si confessa a un poliziotto, che gli commina solo una multa, non viene creduto.
Non vale la pena di prendere sul serio le motivazioni, ammesso che ci siano, in base alle quali quel bambino di campagna, crescendo, è diventato Jack; a von Trier interessa, semmai, fare dell’uomo malvagio il paradigma di una grottesca meditazione sulla forza dell’abominio in una società distratta, a suo modo narcotizzata. L’escamotage drammaturgico consiste in un insistito, anche buffo, confronto dialettico, che attraversa tutto il film, tra l’assassino e un suadente Verge, cioè Virgilio, incarnato dal povero Bruno Ganz. Ed ecco spiegato il riferimento a Dante.
Benché sedotto dalla personalità del regista, Matt Dillon deve aver faticato non poco sul set nell’inscenare tutte quelle nequizie e scelleratezze, restando impassibile di fronte agli effetti più o meno “splatter” delle azioni criminali. Uma Thurman appare nel primo capitolo, e anche lei, verbosa e rompiscatole, non farà una bella fine. Come tutti, del resto, in questo film sociopatico e indecifrabile che a tratti, per un certo fulgore visivo, suscita qualche conato di ammirazione.

Michele Anselmi

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