“CROCE E DELIZIA”, QUANDO L’AMORE SCOCCA TRA DUE GAY-AFTER. UN ALTRO SCONTRO DI CLASSE TRA COLTI E BURINI, ANCHE SE…

L’angolo di Michele Anselmi

Tra “Ferie d’agosto” e “Come un gatto in tangenziale”, ma con una curvatura omosessuale, in stile “gay after”, che fa la differenza. “Croce e delizia”, nelle sale da giovedì 28 febbraio con Warner Bros, producono Matteo Rovere e Roberto Sessa, si inoltra in terreni assai arati dal recente cinema italiano, ma lo fa con un certo garbo, in modo che lo scontro culturale di classe, un po’ il solito tra colti e burini, tra alta società frescona e piccola borghesia caciarona, non stinga solo nel cliché farsesco.
Da questo punto di vista il regista Simone Godano, sempre coadiuvato dalla sceneggiatrice Giulia Steigerwalt, fa un passo avanti rispetto al precedente “Moglie e marito” nel raccontare la bizzarra storia di Tony Castelvecchio e Carlo Petagna.
Occhio ai cognomi. Non siamo troppo lontani dai Molino e dai Mazzalupi di “Ferie d’agosto” by Paolo Virzì, appunto: i Castelvecchio sono progressisti, infranciosati, disuniti, vacui, vivono nel lusso e s’occupano d’arte; i Petagna sono conservatori, molto uniti, hanno una pescheria a Nettuno, si vestono in canottiera e bermuda, chiamano i figli Sashimi.
Il caso vuole che le due famiglie si ritrovino a passare le vacanze insieme in una sontuosa villa di Gaeta a picco sul mare. Improbabile? Sì, se non fosse che tutto è combinato dai due capifamiglia, appunto il separato Tony e il vedovo Carlo. Conosciutisi all’ospedale in attesa di una colonscopia, i due cinquantenni hanno scoperto di piacersi, di amarsi, di essere fatti l’uno per l’altro; e adesso vogliono sposarsi, ma prima debbono confessarlo al parentado. Una parola. Anche perché i rispettivi primogeniti, ovvero la tormentata Penelope e lo sgomento Sandro, hanno deciso di fare comunella per sabotare ad ogni costo quell’amore scandaloso.
“Croce e delizia”, già usato da Luciano De Crescenzo per un suo film del 1995, è un titolo che ricorda certi movie-movie italiani degli anni Ottanta, tipo “Testa o croce” o “Culo e camicia”. Magari è voluto, anche se Godano s’allontana da quei modelli, spiegando che la chiave del film “è l’assenza di cattivi”, nella prospettiva “di stare con tutti i personaggi, nel bene e nel male, per comprenderne il punto di vista”. In effetti la commedia è abbastanza tenera, non dirò “buonista”, cerca la complicità del pubblico, pur nel disegno umoristico dei due gruppi sociali apparentemente agli antipodi: per gusti, abitudini, frequentazioni.
“La caducità del tempo non ci piace” sospira l’elegante e baffuto Tony nel giorno del suo compleanno; mentre la tosta nuora di Carlo, alla domanda “Esperienze lesbo?”, risponde “No, io so’ de Nettuno”. Insomma avete capito. E tuttavia, incassati gli stereotipi caratteriali, i tic verbali e gli affondi macchiettistici, bisogna riconoscere che “Croce e delizia” alla fine sfodera un languore non peregrino, un palpito di amarognola irresolutezza che redime lo schema abbastanza convenzionale, incluso il solito balletto durante il barbecue.
Merito soprattutto dei due protagonisti, che sono Fabrizio Bentivoglio e Alessandro Gassmann, l’uno soavemente menefreghista nel fare Tony, l’altro dolcemente realista nel fare Carlo. Jasmine Trinca e Filippo Scicchitano rivaleggiano, un po’ piacendosi, nel ruolo dei rispettivi figli assai giudicanti, mentre il contorno dei villeggianti sfodera la presenza di Lunetta Savino, Anna Galiena, Clara Ponsot e Rosa Diletta Rossi (tutte un po’ sopra le righe). Occhio al cerimoniere del “matrimonio” nella scena finale: è Daniele Ciprì, come sempre ottimo direttore della fotografia.

Michele Anselmi

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