JULIANNE MOORE O LA RIVOLTA SESSUALE DELLE ULTRACINQUANTENNI. IL CILENO LELIO RIFÀ IL SUO “GLORIA” A HOLLYWOOD CON LE STAR

L’angolo di Michele Anselmi 

Il regista cileno Sebastían Lelio spiega così perché ha rifatto con attori americani il suo “Gloria”, fortunato film del 2013: “È come la cover di una melodia creata insieme, suonata in un momento nuovo, in un nuovo contesto e con una band nuova”. Sarà. Di sicuro “Gloria Bell”, con il cognome del personaggio aggiunto sul titolo, si rivolge specialmente al grande mercato anglosassone e internazionale, oltre a coloro che non hanno visto l’originale (in Italia ebbe un discreto seguito, incassando 800 mila euro al botteghino).
Rifare un proprio film a Hollywood sembra essere diventata una moda, forse redditizia; è ancora nelle sale “Un uomo tranquillo” che il norvegese Hans Petter Moland ha tratto pari pari dal suo “In ordine di sparizione”. Di solito il prototipo è migliore del remake, anche per l’utilizzo di attori spesso sconosciuti, meno convenzionali. Ma “Gloria Bell”, che arriva giovedì 7 marzo nelle sale con Cinema di Valerio De Paolis, si spiega solo con la presenza di Julianne Moore, che è una star, quindi dotata di carisma planetario e di bellezza non comune, a differenza della cilena Paulina García, pure straordinaria in “Gloria”.
La storia, trasportata da Santiago del Cile a Los Angeles, è la stessa, quasi pantografata. Si racconta la fragile riscossa erotico-sentimentale di una donna ultracinquantenne, in menopausa, separata dal marito, con due figli che le danno qualche preoccupazione. Gloria è un’impiegata che dietro gli occhiali spessi custodisce la determinazione a non farsi compatire. Tra commedia e dramma, realismo e grottesco, la seguiamo nelle sue peregrinazioni notturni nei locali da ballo frequentati da single agé in cerca di avventurette.
Il colpo di fulmine, o qualcosa di simile, scatta con Arnold, reduce da un by-pass intestinale che gli ha fatto perdere almeno trenta chili; l’uomo, incarnato dallo sfuggente John Turturro, è un ex marine, gestisce un parco giochi dove si pratica il bungee jumping e si fanno percorsi di guerra con pistole spara-vernice. Lui si insinua nel cuore e nel desiderio di Gloria; lei, in cerca di calore umano e di sesso, accetta la corte, pronta a lasciarsi andare, a perdere il controllo. Lo perderà, senza tanti crucci morali, anche perché la donna è scafata, moderna, sicura di volersi prendere una ragionevole porzione di godimento. Ma quanto può durare con quell’ometto invertebrato, pure fedifrago, tiranneggiato da moglie e figlie?
Un po’ come succedeva nell’originale, Lelio fotografa con naturalezza e senza pudori i corpi nudi dei due amanti a letto, neanche poi così imbarazzanti, specie quello di lei: in fondo tonico e non artefatto dalla chirurgia plastica, costantemente al centro del racconto sottilmente voyeuristico. Il tutto in bilico tra malinconia e umorismo, pulsioni sessuali e affondi sentimentali, piccole ribellioni e servitù familiari.
Può darsi che in “Gloria” la vicenda asprigna della cinquantenne in cerca d’amore evocasse un Cile non del tutto guarito dalle ferite della dittatura fascista; di sicuro “Gloria Bell”, a parte qualche vago riferimento all’America di Trump, non asseconda una lettura politica, tutto concentrandosi sulla prova a fior di pelle di Julianne Moore. La sua Gloria è una donna che vuole rimettersi al centro della propria esistenza, stanca di sentirsi un personaggio secondario nella considerazione di parenti e amici. In auto canta a squarciagola canzoni come “Love Is In The Air”; sa essere anche seducente e dovrà imparare a farsi valere senza rinunciare agli obblighi della brava madre.
Naturalmente nel finale liberatorio rimbomba di nuovo l’incalzante canzone di Umberto Tozzi, sia pure nella versione in inglese di Laura Branigan: quasi diventando un inno di autoaffermazione femminile, uno sberleffo alle vischiose complicazioni dell’animo maschile, un orgoglioso rifiuto a una certa idea di “terza età”.

Michele Anselmi

Lascia un commento