Kusama. Non solo punti nello spazio infinito

Tra gli artisti più influenti nel mondo dell’arte contemporanea, di sicuro, rientra la giapponese Yayoi Kusama, definita dalla rivista ArtRewiew “much-instagrammed blockbuster artist”. Le sue mostre non fanno altro che registrare sold-out molto velocemente e, al momento, è l’artista donna più costosa per quanto riguarda il prezzo d’asta delle opere.

Ma gli inizi non sono stati facili. Nasce a Matsumoto nel 1929, in un’epoca in cui essere una donna indipendente, artista e controcorrente non era assolutamente accettabile. Già da bambina inizia a sviluppare i primi di una lunga serie di traumi psicologici: dal dover spiare il padre mentre andava nei bordelli (per tutta la vita avrà ripulso per il sesso) al vedersi i suoi primi disegni strappati e distrutti con violenza dalla madre, situazione che creerà nell’artista uno stato d’ansia nel finire i lavori il prima possibile.

Nel 1958, dopo aver scritto e mostrato le proprie opere all’artista americana Georgia O’Keeffe, si trasferisce a New York nella speranza di poter esprimere al meglio la sua arte e la sua persona, ora che finalmente si è liberata dai limiti sociali giapponesi. Ma l’esperienza negli Stati Uniti si rivelerà una grande delusione, dove rasenterà spesso la fame e dove vedrà le sue idee e il suo sudore essere “preso in prestito” da artisti come Andy Warhol, Claes Oldenberg e Lucas Samaras. Questi, assieme ad altri eventi come il ritorno in Giappone nel 1973, contribuirono ad aumentare lo stato depressivo di Yayoi tanto da portarla a due tentativi di suicidio e a presentarsi alla Biennale di Venezia del 1992 accompagnata dal suo psichiatra.

È negli anni ’90 che finalmente Kusama inizia ad acquistare quella notorietà artistica di cui è sempre stata alla ricerca. Il documentario di Heather Lenz, la quale venne a conoscenza dell’artista durante gli studi alla facoltà di Storia dell’arte, ripercorre assieme a Yayoi stessa la sua vita tra il profondo senso di isolamento e le continue lotte con una società razzista e sessista, descrivendo come queste possano influire sulla vita di qualcuno considerato “diverso”. La pellicola però non parla solo di questo, ma affronta anche il percorso artistico, l’ossessione per il concetto di infinito e del ripetersi delle cose, dalle “reti” ai “punti”, dalle poltrone falliche alle stanze piene di specchi.

L’obiettivo è quello di far perdere lo spettatore nello spazio infinito, proprio come quando Yayoi Kusama, da bambina, si sentì persa in un vasto campo di fiori. Kusama – Infinty è un’ottima occasione per scoprire un’artista unica nel suo genere e che oggi la vera e grande arte è vivissima e non fa assolutamente parte del passato. In sala dal 4 marzo con Wanted Cinema e Feltrinelli Real Cinema.

Sarah Shaqiri

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