VELTRONI AFFOGA NELLE CITAZIONI (INUTILI) IL SUO “C’È TEMPO”. IL GHIACCIOLO ARCOBALENO TORNA IN ESTATE GRAZIE AL FILM

L’angolo di Michele Anselmi 

Un risultato “C’è tempo” l’ha già ottenuto, ancora prima di uscire giovedì 7 marzo con Vision Distribution in 250 copie. Sull’onda della nostalgia veltroniana l’Algida ha deciso di riproporre il ghiacciolo a quattro gusti detto “Arcobaleno”. Era fuori produzione da decenni, ma è bastato che apparisse in un flash-back ambientato nel 1982, e pure sul manifesto in forma di apostrofo, perché la casa di gelati decidesse di riprovarci con l’estate 2019 (poi si vedrà).
Com’è il primo film con attori di Walter Veltroni? Mi verrebbe da dire: a prova di stroncatura. Nel senso che il 63enne ex ministro ai Beni culturali e poi fondatore del Pd non teme il parere dei critici, forse non gli interessa proprio, e fa bene. Lui sostiene, presentando “C’è tempo” all’indomani delle primarie del Pd e nel giorno in cui nacque Lucio Dalla, che “qualsiasi cosa si faccia uno si porta dietro ciò che si è”; e aggiunge: “I buoni sentimenti sono rivoluzionari”. Buoni sentimenti, s’intende, contro le tenebre, i labirinti e le paura che avvelenano l’Italia attuale; mentre l’arcobaleno, evocato ogni due per tre, rappresenta “l’esaltazione della diversità che ci unifica nella comunità di uno sguardo e di un incanto”.
Veltroni ha scritto “C’è tempo” con Doriana Leondeff, sceneggiatrice professionista, ma appare del tutto evidente che il sentimento veltroniano pervade tutta la vicenda: gronda da ogni sequenza e straripa in ogni citazione, come una variazione cinefila sui temi della solitudine e del caos, della diversità e dello scambio.
Per amore del cinema, non solo italiano, Veltroni inietta nella storia una cinquantina di strizzatine d’occhio, che lui non chiama omaggi bensì ringraziamenti, a tenere un profilo basso, quasi con l’aria di chi, in punta di piedi, si accosta alla regia di un film di finzione. I riferimenti sono infiniti: dalla padella di “La Grande Guerra” alla pistola rossa e pallini bianchi di “Dillinger è morto”, dalla vestaglia indossata da Sophia Loren in “Una giornata particolare” all’elmo calcato da Gassman in “L’armata Brancaleone”; e poi Scola e Mastroianni che parlano della commedia italiana, la fattoria di “Novecento”, l’albergo di “Prima della rivoluzione”, il cinema Fulgor di Fellini, “La prima notte di quiete” di Zurlini, Laura Efrikian in comparsata speciale, il nome Lolotta Cortona per evocare in una botta sola “Miracolo a Milano” e “Il sorpasso”, naturalmente “I 400 colpi” di Truffaut citato tre o quattro volte, in un crescendo che culmina nell’entrata in scena dell’ormai settantaquattrenne Jean-Pierre Léaud nel ruolo di se stesso (la situazione è carina). Per non dire dei vari rimandi letterari: a Dylan Thomas, a Daniele Del Giudice, a Clara Sereni.
Tanto, di sicuro troppo. Sepolto dai “ringraziamenti”, il film, che a sua volta prende in prestito il titolo a una canzone di Ivano Fossati, alla fine stenta a vivere di luce propria, nonostante le tinte calde, pastello, molto arcobaleno, immesse dal direttore della fotografia Davide Manca. Insomma, la storia diventa quasi un pretesto per l’erudita esibizione cine-culturale, mentre si allarga, strada facendo, il divario tra ambizioni poetiche e risultati drammaturgici.
Strada facendo perché di road-movie a suo modo si tratta. Su una vecchia Volkswagen nera cabrio si ritrovano infatti a viaggiare per l’Italia il quarantenne “osservatore di arcobaleni” Stefano e il tredicenne appena rimasto orfano Giovanni. Non sapevano di essere fratellastri, e più diversi non potrebbero essere: l’uno è romanista, ciccione e spiantato, l’altro è juventino, petulante e cresciuto negli agi. Il grande ha accettato la tutela del piccolo solo per incassare un generoso lascito, ma noi sappiamo sin dall’inizio che i due sono destinati a volersi bene, a fare nuove conoscenze.
Stefano Fresi e Giovanni Fuoco incarnano i rispettivi personaggi, fortemente caratterizzati anche sul piano fisico; e non sfuggirà ai più che nel tredicenne “precisino” e moralista, ma incapace di buttarsi nell’agone della vita, Veltroni ha pigiato qualcosa di sé-bambino.
Ne esce un film di 108 minuti che cuce insieme una serie di siparietti piuttosto slegati l’uno dall’altro, alcuni buffi e dialettali, altri all’insegna di un’agrodolce meditazione sul tempo che passa e definisce i contorni dell’esistenza. Echeggiano domande del tipo “Quand’è che si smette di essere bambini?” o “Sai di che cosa è fatto il vento?”. C’è anche un pallone calciato in aria dal ragazzino a metà film: prima o poi tornerà sulla terra, a chiudere un ciclo, a siglare il romanzo di formazione.

Michele Anselmi

Lascia un commento