UN POLIZIOTTO SOLO AL TELEFONO, UNA DONNA SEQUESTRATA. DALLA DANIMARCA “IL COLPEVOLE”: THRILLER TUTTO SUL FILO

L’angolo di Michele Anselmi

Dura il giusto “Il colpevole – The Guilty”, cioè 85 minuti, come certi thriller di una volta. L’ha scritto e diretto un regista svedese di 31 anni, Gustav Möller, deciso a dimostrare che si può fare un film con un solo personaggio, per tutto il tempo al telefono. D’accordo, l’esercizio di stile non è una novità: “Locke” con Tom Hardy, “In linea con l’assassino” con Colin Farrell, il più anzianotto “La vita corre sul filo” con Sidney Poitier… E tuttavia Möller non sfigura affatto nel confronto, dimostrando anzi di saper rinnovare la formula al risparmio, iniettando robuste dosi di suspense, adrenalina e dilemmi morali alla vicenda presa vagamente dalla realtà.
Siamo in Danimarca, dove il giovane poliziotto Asger Holm, temporaneamente parcheggiato per punizione a un centralino per le emergenze, tipo 911, riceve la telefonata allarmata di una donna. Iben dice di essere stata rapita da un uomo che le sta accanto in automobile. Parla in codice, fingendo di rassicurare la figlia rimasta a casa per custodire il fratellino; ma presto la comunicazione si interrompe e il poliziotto, solo di fronte allo schermo del computer e alla luce rossa che s’accende quando qualcuno telefona, si trova a intraprendere una corsa contro il tempo per salvare la donna. Verso dove sta andando quel furgone bianco? Chi è il sequestratore? Che cosa è successo a casa di Iben?
“Il colpevole – The Guilty” è un titolo a chiave, nel senso che custodisce una dimensione morale che coinvolge in prima persona il tenace Asger. Il giorno dopo l’aspetta un difficile processo, ogni tanto dà segni di squilibrio sotto i colpi dello stress, neanche i suoi colleghi lo prendono tanto sul serio quando decide di prolungare il turno per fare luce sugli eventi.
Girato in tempo reale, stando addosso al poliziotto incarnato con febbrile determinazione da Jakob Cedergren, il film, nelle sale dal 7 marzo con Bim e Movies Inspired, custodisce ovviamente una sfida estetica piuttosto ambiziosa: il pubblico sente solo delle voci, sempre più concitate, in un crescendo di rivelazioni shock e fatti di sangue, e a quel punto neanche il poliziotto, sulle prime sicuro di agire per una buona causa, saprà più bene come comportarsi.
Bisogna riconoscere che Möller bluffa ma non bara, confondendo le acque via telefono per spiazzare un po’ tutti, finché la verità non viene a galla; e a quel punto la vicenda si ingarbuglierà ancora un po’, in una chiave di possibile redenzione (ci fermiamo qui).
Teso e nervoso, tutto girato tra due stanze e un corridoio, il film “prende” sin dall’incipit, ma certo richiede allo spettatore di stare al gioco, di non spazientirsi, in definitiva di assumere quell’unico punto di vista (e di ascolto) per provare a immaginare la tragica evoluzione dei fatti.

Michele Anselmi

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