DIVENTARE BOSS DELLA DROGA A 17 ANNI E FINIRE ALL’ERGASTOLO. NON È UNA PASSEGGIATA “COCAINE”, STORIA DI WHITE BOY RICK

L’angolo di Michele Anselmi

Occhio alla frase più emblematica del film: “Siamo leoni e un leone non lascia mai il Serengeti” (la mitica pianura africana, ndr). La pronuncia il padre scombinato Richard Wershe nella Detroit immiserita dalla crisi economica dei primi anni Ottanta: tra droga, povertà e abbandono, mentre il freddo incombe, l’uomo, smerciando Kalashnikov e costruendo silenziatori illegali, prova come può a tenere insieme la famigliola piuttosto disfunzionale, visto che il figlio quattordicenne Rick già commercia in droga per arrotondare e la figlia più grandicella è una “tossica” persa.
“Cocaine. La vera storia di White Boy Rick” è appunto una storia vera, incisa nella pelle del protagonista, il ragazzino sveglio che appena tre anni dopo finirà condannato all’ergastolo, pare impossibile ma è così, senza aver ucciso nessuno, “solo” per essere stato beccato con 17 kg di cocaina. Sui titoli di coda sentiamo la voce del vero Rick: risale al 2017, quando venne finalmente liberato, esattamente dopo trent’anni di galera.
Il film di Yann Demange, regista francese cresciuto e formatosi a Londra, è di quelli un po’ da cinema indipendente anche se distribuisce una major hollywoodiana, la Sony: luce naturale, tono iperrealista, dialoghi smozzicati, piani sequenza e macchina a mano, abiti dozzinali, interni squallidi, un senso di sconfitta che attraversa tutta la parabola del ragazzino.
Incastrato da due cinici agenti Fbi, il giovane criminale finirà pure col diventare loro informatore, pensando di farla franca al processo, invece no. In mancanza dei pesci grossi ci si rifà sui piccoli. A Rick, nel frattempo pure diventato padre e salvato per miracolo dai chirurghi dopo un proiettile in pancia, non resterà che scontare la pena, sperando in tempi migliori.
Se Eastwood fa il corriere della droga a quasi 90 anni in “The Mule”, l’esordiente diciottenne Richie Merritt ringiovanisce appena sullo schermo per indossare i riccioli, il giaccone militare e i jeans scampanati del suo piccolo-grande spacciatore. Rick in fondo non è cattivo, cerca solo una strada per non soccombere in quel contesto degradato, per tirare su dei soldi, rimettere insieme la famigliola in una parvenza di normalità. Il film lo pedina, un po’ avvitandosi su sé stesso, in queste sue peregrinazioni criminali, tra buffo e orribile.
Matthew McConaughey, ormai specializzato in parti da proletario urbano, fa il padre sciroccato che prova a sottrarsi alla dura legge di Detroit (“Se non prendi bustarelle, prendi fregature”); nel cast spuntano volti un tempo noti, come Jennifer Jason Leigh, Bruce Dern e Piper Laurie. Di sicuro il film, per cosa racconta e come lo racconta, non è una passeggiata; ma chi ama il genere magari apprezzerà.

Michele Anselmi

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