La fuga. La solitudine delle opere prime

La fuga è l’opera prima della regista Sandra Vannucchi e come tale rappresenta un atto di coraggio a prescindere dalla compiutezza dell’opera stessa. Per un piccolo lungometraggio low cost non è facile arrivare sul grande schermo, così come non è facile per un produttore e un distributore assumersi il rischio di portare avanti un progetto del genere. Per questo si tratta a prescindere di un atto di coraggio, da lodare e sostenere, che fa bene al cinema e in particolare al cinema italiano.

Sandra Vannucchi, candidata all’Efa Young Audience Award 2018, si gioca la sua occasione con la storia di una bambina di undici anni, Silvia, che intraprende appunto “la fuga” verso Roma, per esaudire il desiderio di visitare la città eterna. Un desiderio restato a lungo inascoltato in famiglia, sepolto dalle preoccupazioni e da una situazione familiare complessa. La madre di Silvia è infatti vittima di una depressione cronica, condizione che rende precario ogni equilibrio relazionale. Durante il solitario viaggio in treno, Silvia incontra Emina, una ragazza rom, con cui instaura un rapporto di naturale empatia.

Prodotto da PERCHE NO FILMS e ZAS FILMS, con la collaborazione di RSI (Radiotelevisione svizzera) e distribuito da Lo Scrittoio, il film sarà nelle sale italiane dal 7 marzo. Pur essendo un lavoro indipendente e a basso budget annovera tra gli attori Donatella Finocchiaro e Filippo Timi, mentre a dirigere la fotografia Vladan Radovic, già lodato per Anime nere, Vergine giurata, La pazza gioia, Smetto quando voglio. Nei panni delle protagoniste troviamo Lisa Ruth Andreozzi, Madellena Halilovic che interpretano rispettivamente Silvia e Emina.

È certamente ammirevole che artisti affermati prestino il loro lavoro per occasioni del genere, ulteriore atto di coraggio e di grande sostegno al cinema italiano da elogiare in toto. La sceneggiatura, tuttavia, appare didascalica e il gruppo dei giovani attori coinvolti, comprese le due giovani protagoniste, mancano di pregnanza nell’interpretazione. Per quanto la scelta di piccoli attori non professionisti possa essere portata avanti per dare un tocco di realismo al film, l’effetto resta straniante.

I diversi temi trattati, rapporto tra genitori e figli, integrazione, adolescenza, depressione, sono disseminati lungo la linea narrativa del film, ma nessuno di essi appare debitamente approfondito. In questo, il budget potrebbe essere stato un limite: trapela, infatti, l’urgenza della regista di raccontare una storia complessa (tra l’altro autobiografica, anche lei infatti scappò di casa 10 anni) che probabilmente avrebbe avuto un respiro diverso se i mezzi a disposizione fossero stati più ampi.
Una seconda occasione non si nega a nessuno, anzi ci auguriamo che Sandra Vannucchi, così come altri giovani registi, possa continuare a sperimentare e poter contare su produttori e distributori coraggiosi.

Chiara Pascali

Lascia un commento