Torino Film Festival. Lo sguardo di Brian De Palma alla 35ma edizione

134 lungometraggi, 10 mediometraggi, 25 cortometraggi, tra cui 59 anteprime italiane: per un totale di 4000 film visionati. Sono i numeri della 35ma edizione del Torino Film Festival, in programma dal 24 novembre al 2 dicembre, interamente dedicata al cinema di Brian De Palma, considerato dagli organizzatori torinesi “un ottimo tecnico e un grande stilista del cinema: un godardiano di formazione”. Oltre alla programmazione delle trentadue pellicole del regista, anche in versione restaurata, tra cui Vestito per uccidere e Gli intoccabili, il Gran Premio Torino sarà consegnato a Pino Donaggio, il musicista italiano specializzato proprio in colonne sonore di film gialli e horror, notato proprio da Brian De Palma, con il quale ha collaborato per la realizzazione della colonna sonora delle pellicole Carrie – Lo sguardo di Satana, Home Movies -Vizietti famigliari, Vestito per uccidere, Blow-Out, Omicidio a luci rosse e Doppia personalità.

I film di apertura e di chiusura del festival- rispettivamente Finding Your Feet e The Florida Project sono diretti da registi, quali Richard Loncraine e Sean Baker, che hanno in passato partecipato alla sezione concorso del Festival. E come da tradizione, anche per la trentacinquesima edizione la selezione delle pellicole in concorso è finalizzata “alla ricerca e alla scoperta dei talenti innovativi, che esprimono le migliori tendenze del cinema indipendente”. Delle quindici pellicole, prime e seconde opere prime, due sono produzioni italiane, tra cui Blue Kids di Andrea Tagliaferri, già assistente di Matteo Garrone, e Lorello Brunello di Jacopo Quadri.

Mentre la sezione Festa Mobile ospita, tra le pellicole più rilevanti dedicate alla musica, alla storia e alla memoria collettiva, il terzo capitolo della saga Smetto quando voglio – Ad Honerem di Sidney Sibilla e il documentario Faithfull. Molte le pellicole italiane presentate nelle altre sezione del festival, come Onde, Afterhours, TFF Doc e chiaramente Italiana Doc e Italiana corti. Infine, tra gli eventi più curiosi di questa edizione da segnalare la rassegna “Non dire gatto…” dedicata ai gatti con la programmazione di sei pellicole. Del resto, proprio il manifesto del TFF omaggia il cinema “gattaro” con la sequenza di Una strega in paradiso di Richard Quine.

Alessandra Alfonsi

A proposito dell’oscurantismo bugiardo. Mario Vargas Llosa e la bussola per il presente

Oggi riproduco in sintesi un interessante articolo di qualche tempo fa di Jan Martínez Ahrens, giornalista di El País, che affronta una tematica ingiustamente lasciata cadere dall’intellighenzia italiana, forse perché espressa da uno scrittore, Mario Vargas Llosa, qui da noi a mio avviso ingiustamente ritenuto di cultura conservatrice. Stiamo parlando di un tema quanto mai attuale: “l’oscurantismo bugiardo”. Martínez Ahrens illustra ciò che spiega Vargas Llosa, quando ci avverte che siamo entrati “nell’era della cultura frivola”. In parole semplici è l’avvento della risonanza mediatica per il semplice fatto di stare sullo schermo, sul web o sulla pagina di un giornale.

Lo scrittore peruviano naturalizzato spagnolo, premio Nobel per la letteratura nel 2010, “aveva da un po’ di tempo la sgradevole sensazione che lo stessero prendendo in giro. Cominciò a provarla visitando mostre e biennali, nell’assistere ad alcuni spettacoli, nel vedere determinati film e programmi tv, e gli accadeva anche quando si adagiava in poltrona a leggere certi libri o riviste. In quei momenti, come lui stesso racconta, lo coglieva la sensazione, poco definita al principio, di essere indifeso di fronte a una sottile cospirazione per farlo sentire incolto o stupido”. Preoccupato di sentirsi culturalmente arretrato o forse addirittura incapace di comprendere la modernità, Vargas Llosa decide di scrivere un saggio “La civilización del espectáculo”, edito in Spagna da Alfaguara, al fine di spiegare quanto stava provando di fronte all’esplosione di un cultura a lui sempre più incomprensibile. Nel saggio affronta la trasformazione della cultura in un caos nel quale “poiché non c’è modo di sapere che cosa sia cultura, tutto è cultura e più nulla ormai lo è”. È il prevalere del frivolo, ormai dominus del nostro intrattenimento quotidiano. L’assolutismo del fatuo e dei suoi sinonimi, futile, vacuo, salottiero, ormai domina non solo ogni forma di sapere, ma tutto ciò che viene rimbalzato sui media, dalla televisione al web.

Possiamo difenderci da tale offensiva? La risposta è sì, ma con juicio: “si può senz’altro sperare in un rinnovamento della vita culturale e che essa abbandoni il tratto sempre più frivolo, superficiale, che è una delle sue caratteristiche principali oggi. Non l’ unica, perché ci sono eccezioni alla regola, per fortuna. Questa banalizzazione ha delle conseguenze non solo nel campo della cultura, ma in tutti gli altri. Per questo nel libro mi riferisco alla politica, alla vita sessuale, ai rapporti umani. Tutte queste cose possono essere molto colpite se la cultura vive nella banalizzazione, nella ‘frivolizzazione’ permanente”. Vargas Losa cita la sua visita alla Biennale di Venezia, dove alcune opere degli artisti esposti lo mettono di fronte a un dubbio. O è lui che non capisce, pensa, oppure sono gli altri a prendersi gioco del comune mortale. “Ricordo lo shock che fu per me, qualche anno fa, visitare la Biennale di Venezia, che era un vetrina del prestigio e della modernità, dello sperimentale. A un certo punto, dopo averla percorsa per un paio d’ ore, giunsi alla conclusione che lì c’era molta più frode e imbroglio che serietà, che profondità. Per me fu un’ esperienza piuttosto importante, che mi portò a riflettere”. Per difendersi dal dubbio di non aver capito e di essere diventato improvvisamente idiota, lo scrittore si rifugia nella lettura dei classici, della grande tradizione pittorica, della musica classica, insomma in tutto ciò che gli sembra “dare un senso, un ordine, un’ organizzazione al mondo… Credo che sarebbe una tragedia se proprio in un’ epoca in cui c’è un progresso tecnologico, scientifico e materiale straordinario, la cultura si trasformasse in puro intrattenimento, in qualcosa di superficiale, lasciando un vuoto che niente può riempire, perché nulla può sostituire la cultura quando si tratta di dare un senso più profondo alla vita”.

Qual è dunque il pericolo che ci troviamo di fronte quando siamo assaliti dal sospetto di non capire la contemporaneità? Torno alla citazione: “oltre alla frivolizzazione, c’è un oscurantismo bugiardo che identifica la profondità con l’oscurità e che ha portato la critica a degli estremi di specializzazione che la mettono al margine rispetto al cittadino comune, all’uomo mediamente colto al quale prima la critica serviva per orientarsi davanti a un’ offerta così enorme”. Al giornalista che lo intervista, Vargas Llosa risponde così: “non tutti possono essere colti alla stessa maniera, non tutti vogliono essere colti alla stessa maniera e non tutti dovrebbero essere colti alla stessa maniera, ci mancherebbe. Ci sono dei livelli di specializzazione che sono spiegabili, a condizione che la specializzazione non finisca col voltare le spalle al resto della società, perché allora la cultura smette di impregnare l’insieme della società, scompare quel consenso, quei denominatori comuni che ti permettono di discriminare tra ciò che è autentico e ciò che è posticcio, tra ciò che è buono e ciò che è cattivo, tra ciò che è bello e ciò che è brutto”.

Insomma questa ondata di frivolezza che spazia dalle presenze in tv dei soliti noti alla cucina alla moda cosa comportano per lo spettatore? Comportano un “quadro di valori completamente confuso, il sacrificio della visione a lungo termine per quella a breve termine, per l’ immediato. Lo spettacolo è proprio questo”. I critici dello scrittore lo accusano di essere arretrato e di idealizzare un passato che non tornerà. A loro risponde: “non sono un conservatore in quel senso, proprio no, e so che nel passato, al tempo stesso di Cervantes e di Shakespeare, esisteva la schiavitù, il razzismo più spaventoso, il dogmatismo religioso, l’Inquisizione, i roghi per i dissidenti… So benissimo che il passato porta con sé tutto questo, ma al tempo stesso non si può negare che in quel passato c’erano cose molto ammirevoli, che hanno segnato profondamente il presente, che hanno arricchito la vita delle persone, la sensibilità, l’immaginazione. E quella era un funzione che aveva l’alta cultura, e oggi non si può nemmeno parlare di alta cultura, perché sarebbe scorretto, politicamente scorretto”. Caro lettore di Cinemonitor che ne pensi di tutto ciò?

Roberto Faenza

BRIZZI LEAKS. TUTTI A PONTIFICARE: CHI SA, DOVEVA DENUNCIARE. COME SE FOSSE FACILE, SPECIE SE NON CI SONO PROFILI PENALI

L’angolo di Michele Anselmi

Federica Lucaferri, attrice di 21 anni, tra le protagoniste di “Poveri ma ricchi” e del seguito “Poveri ma ricchissimi”, dice, intervistata sul “Corriere della Sera” da Giovanna Cavalli a proposito delle accuse di molestie sessuali cadute sul capo di Fausto Brizzi: “Non ci credo, però nemmeno posso metterci le mani sul fuoco. Non è mica mia fratello”. Mi pare una risposta saggia e responsabile. Ma è anche vero che la signorina s’è sempre presentata al regista, pure nell’ormai celebre loft nel quartiere San Lorenzo, in compagnia del fidanzato.
Un po’ meno condivisibili, almeno per quanto mi riguarda, sono alcune delle cose ascoltate in questi giorni, pure ieri sera a “Porta a porta”, nella seconda metà della trasmissione, dopo mezzanotte (prima si parlava di calcio). Vespa ha ricordato, per sdrammatizzare la vicenda, quel compassato e casto direttore di tg assaltato dentro l’ascensore di via Teulada da un’estimatrice molto focosa; Claudio Cerasa, direttore del “Foglio”, ha parlato di una “Tangentopoli del sesso” e ha invitato a distinguere, giocando sulla rima, tra “un porco” e “un orco”; Nancy Brilly ha impartito lezioni a tutte le giovani colleghe, erigendosi a maestra di vita in materia di avance e dintorni; Enrico Lucherini ha spiegato com’era infantile e malvestito Brizzi durante le riprese di “Notte prima degli esami” una vita fa, eccetera.
Stamattina, su Radio24, Luce Telese, ormai un’autorità sul tema, ha urlato: “Un’opera è di chi la fa, altrimenti non distribuitela!”, con riferimento alla legittima decisione di Warner Bros Italia, la quale ha investito molti soldi sul film natalizio, di non coinvolgere Brizzi nella promozione di “Poveri ma ricchissimi” e di cancellare ogni impegno futuro col regista.
Naturalmente, tutti giù a dire che le ragazze aspiranti attrici ospitate nel famoso loft-studio sarebbero dovute andare “subito” dal magistrato, dalla Polizia o dai carabinieri “a denunciare”. Denunciare che cosa? Molti dei comportamenti attribuiti a Brizzi non hanno profilo penale, restano solo gesti scostumati, inqualificabili, anche ridicoli a leggere le cronache, e tuttavia fotografano una certa idea proterva del potere applicata al sesso. Sapere come sono andate le cose non credo possa far male al cinema italiano, anche se nell’ambiente parecchi tremano in queste ore. Poi, s’intende, il regista di “Pazze di me” e ”Com’è bello far l’amore”, proprio oggi 15 novembre compie 49 anni, ha tutti i diritti di difendersi, controbattere, spiegare e querelare.

Michele Anselmi

Il documentario sui 65 anni dell’ Anac applaudito alla Festa del Cinema

L’ Associazione Nazionale Autori Cinematografici ha festeggiato i suoi 65 anni alla Festa del Cinema di Roma con un documentario realizzato da un folto gruppo di giovani dell’Anac e di Cinemonitor  (Piero Balzoni, Valentina Leotta, Emanuela Moroni, Paolo Tommasini, Anna Zanconato) coordinati da Roberto Faenza: un’ opera collettiva, ideata e coordinata da Alessandro Rossetti.
Presentata in una versione ancora non definitiva,  prodotta da Anac e Capetown in coproduzione con l’Istituto Luce Cinecittà e in collaborazione con Rai Cinema, Cineteca Nazionale del Centro Sperimentale e l’Archivio Audiovisivo  del Movimento Operaio e Democratico.
“65 volte Anac”  è il titolo di questo lavoro, realizzato con testimonianze inedite di Carlo Lizzani, Citto Maselli, Cecilia Mangini, Ugo Gregoretti e altri storici soci dell’Anac, presentato in una affollata sala Petrassi che ha visto tra il pubblico anche molti giovani spettatori oltre all’amministratore delegato dell’Istituto Luce Roberto Cicutto, il Presidente di Roma Lazio Film Commission, Luciano Sovena e la Responsabile della Sovrintendenza Archivistica del Lazio, Maria Emanuela Marinelli.  Alla fine della proiezione all’ incontro moderato da Mario Sesti, Alessandro Rossetti  ha illustrato l’impegno decennale  che nasce dalla volontà di valorizzare l’eccezionale memoria  conservata nell’Archivio dell’Anac al quale  il Mibact  ha  assegnato il riconoscimento  di “particolare importanza storica”.  Giuliana Gamba ha spiegato che il lavoro finale sarà formato da quattro puntate di un’ ora circa.  Giacomo Scarpelli ha ricordato come l’Anac non sia mai stata un’associazione corporativa formata da artisti  che rivendicavano i loro privilegi, bensì formata da grandi personalità che si erano messe al servizio di battaglie civili e politiche nazionali e internazionali, spesso ponendo in secondo piano gli interessi professionali. Il presidente Francesco Ranieri Martinotti, partendo dalle storiche battaglie per la difesa della libertà di espressione e del “cinema delle idee”, ha parlato di quanto l’associazione negli ultimi due anni abbia fatto per migliorare una legge che garantisca lo sviluppo di un cinema italiano indipendente e d’autore.

CONCIDENZE & AIUTINI: NOI VINCIAMO IL LEONE D’ORO A VENEZIA. SOLO E SEMPRE CON UN PRESIDENTE DI GIURIA ITALIANO

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (14 e fine)

Non sempre capita, ogni tanto giocano contro, a sorpresa, anche l’antipatia personale, la divergenza estetica o il desiderio di mostrarsi originali e aperti verso cinematografie lontane, ma in generale i presidenti di giuria, ai festival di cinema, tendono a premiare i film del proprio Paese. La controprova, comunque si giudichino i premiati e quest’anno la qualità era buona, viene dalla 74ª Mostra del cinema di Venezia testé conclusasi. Concorso: l’americana Annette Bening ha conferito il Leone d’oro all’americano “The Shape of Water” del regista messicano, ma ormai “americanizzato”, Guillermo Del Toro. Orizzonti: l’italiano Gianni Amelio ha laureato come miglior film l’italiano “Nico, 1988” dell’italiana Susanna Nicchiarelli. Premio Venezia opera prima “Luigi De Laurentiis”: il francese Benoît Jacquot ha premiato il francese “Jusqu’à la garde” del francese Xavier Legrand. Sarà un caso? Io credo di no, anche se i tre film, soprattutto il primo e il terzo a parere di chi scrive, hanno meritato in buona misura quei riconoscimenti.
D’altro canto, proprio noi italiani non dovremmo lamentarci dell’andazzo. La verità nuda e cruda? Vinciamo il Leone d’oro a Venezia solo quando la giuria è presieduta da un italiano. Non c’è malizia in questa affermazione, perché negli anni, diciamo dal 1954 a oggi, film di riconosciuto valore hanno conquistato, meritatamente, il massimo premio: da “La Grande Guerra” a “La battaglia d’Algeri”. E tuttavia la statistica registra questo: con l’aiutino vinciamo, senza dobbiamo accontentarci di premi minori, per lo più attori e attrici.
Poi, certo, le scelte delle giurie sono insindacabili, ancorché discutibili. Prendete l’edizione del 2015. Quell’anno la Mostra sfoderava 21 film in concorso e c’erano 9 premi a disposizione: vinse quasi tutto il Sudamerica, infatti il presidente di giuria Alfonso Cuarón, ribattezzato “Messico e nuvole”, poté dirsi soddisfatto di aver dato un segno forte della sua presenza. «Cannes 2015 sarà ricordato per aver riscoperto il cinema… francese, noi per aver riscoperto quello latino-americano» celiò il presidente Paolo Baratta tra i sorrisi dei cronisti. Di fatto, senza la Coppa Volpi a Valeria Golino, saremmo ripartiti dal Lido a mani vuote.
Non succede così, appunto, quando governa la giuria un presidente italiano. Proviamo a fare la lista. Nel 1954 Ignazio Silone conferisce il Leone d’oro al mediocre “Giulietta e Romeo” di Renato Castellani. Nel 1959 il Leone viene addirittura diviso a metà tra due italiani: “La Grande Guerra” di Mario Monicelli e “Il generale della Rovere” di Roberto Rossellini. Presidente di giuria? Luigi Chiarini, poi direttore della Mostra. Nel 1962 ancora Chiarini premia “Cronaca familiare” di Valerio Zurlini sia pure ex aequo con “L’infanzia di Ivan” di Andrej Tarkovskij. Nel 1963 Arturo Lanocita laurea, tra i fischi della destra, “Mani sulla città” di Francesco Rosi. E ancora: Mario Soldati premia nel 1964 “Deserto rosso” di Michelangelo Antonioni, Carlo Bo nel 1965 “Vaghe stelle dell’Orsa” di Luchino Visconti, Giorgio Bassani nel 1966 “La battaglia d’Algeri” di Gillo Pontecorvo, Sergio Leone nel 1988 “La leggenda del santo bevitore” di Ermanno Olmi. Ci vorranno altri 10 anni prima che l’Italia riconquisti l’ambito Leone: nel 1998 con “Così ridevano” di Gianni Amelio, presidente di giuria Ettore Scola. Fino al recente 2013, quando trionfa il documentario “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi per mano del carismatico presidente Bernardo Bertolucci.
Inutile dire, a scanso di equivoci, che parecchi dei film citati sono capolavori, pietre miliari del cinema italiano, pezzi di storia destinati a durare nel tempo. Grandi anche se non avessero vinto il sospirato primo premio. Ma così è. I Leoni, fino ad ora, sono arrivati solo con presidenti di giuria italiani. Magari è un caso. O forse no. Che dite?

Michele Anselmi

1954:”Giulietta e Romeo” di Renato Castellani
(Presidente di giuria Ignazio Silone)

1959: ex aequo “La Grande Guerra” di Mario Monicelli
e “Il generale della Rovere” di Roberto Rosssellini
(presidente di giuria Luigi Chiarini)

1962: ex aequo “Cronaca familiare” di Valerio Zurlini
e “L’infanzia di Ivan” di Andrej Tarkosvkij
(Presidente di giuria Luigi Chiarini)

1963: “Mani sulle città” di Francesco Rosi
(Presidente di giuria Arturo Lanocita)

1964: “Il deserto rosso” di Michelangelo Antonioni
(Presidente di giuria Mario Soldati)

1965: “Vaghe stelle dell’orsa” di Luchino Visconti
(Presidente di giuria Carlo Bo)

1966: “La battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo
(Presidente di giuria Giorgio Bassani)

1988: “La leggenda del santo bevitore” di Ermanno Olmi
(Presidente di giuria Sergio Leone)

1998: “Così ridevano” di Gianni Amelio
(Presidente di giuria Ettore Scola)

2013: “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi
(Presidente di giuria Bernardo Bertolucci)