CONCIDENZE & AIUTINI: NOI VINCIAMO IL LEONE D’ORO A VENEZIA. SOLO E SEMPRE CON UN PRESIDENTE DI GIURIA ITALIANO

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (14 e fine)

Non sempre capita, ogni tanto giocano contro, a sorpresa, anche l’antipatia personale, la divergenza estetica o il desiderio di mostrarsi originali e aperti verso cinematografie lontane, ma in generale i presidenti di giuria, ai festival di cinema, tendono a premiare i film del proprio Paese. La controprova, comunque si giudichino i premiati e quest’anno la qualità era buona, viene dalla 74ª Mostra del cinema di Venezia testé conclusasi. Concorso: l’americana Annette Bening ha conferito il Leone d’oro all’americano “The Shape of Water” del regista messicano, ma ormai “americanizzato”, Guillermo Del Toro. Orizzonti: l’italiano Gianni Amelio ha laureato come miglior film l’italiano “Nico, 1988” dell’italiana Susanna Nicchiarelli. Premio Venezia opera prima “Luigi De Laurentiis”: il francese Benoît Jacquot ha premiato il francese “Jusqu’à la garde” del francese Xavier Legrand. Sarà un caso? Io credo di no, anche se i tre film, soprattutto il primo e il terzo a parere di chi scrive, hanno meritato in buona misura quei riconoscimenti.
D’altro canto, proprio noi italiani non dovremmo lamentarci dell’andazzo. La verità nuda e cruda? Vinciamo il Leone d’oro a Venezia solo quando la giuria è presieduta da un italiano. Non c’è malizia in questa affermazione, perché negli anni, diciamo dal 1954 a oggi, film di riconosciuto valore hanno conquistato, meritatamente, il massimo premio: da “La Grande Guerra” a “La battaglia d’Algeri”. E tuttavia la statistica registra questo: con l’aiutino vinciamo, senza dobbiamo accontentarci di premi minori, per lo più attori e attrici.
Poi, certo, le scelte delle giurie sono insindacabili, ancorché discutibili. Prendete l’edizione del 2015. Quell’anno la Mostra sfoderava 21 film in concorso e c’erano 9 premi a disposizione: vinse quasi tutto il Sudamerica, infatti il presidente di giuria Alfonso Cuarón, ribattezzato “Messico e nuvole”, poté dirsi soddisfatto di aver dato un segno forte della sua presenza. «Cannes 2015 sarà ricordato per aver riscoperto il cinema… francese, noi per aver riscoperto quello latino-americano» celiò il presidente Paolo Baratta tra i sorrisi dei cronisti. Di fatto, senza la Coppa Volpi a Valeria Golino, saremmo ripartiti dal Lido a mani vuote.
Non succede così, appunto, quando governa la giuria un presidente italiano. Proviamo a fare la lista. Nel 1954 Ignazio Silone conferisce il Leone d’oro al mediocre “Giulietta e Romeo” di Renato Castellani. Nel 1959 il Leone viene addirittura diviso a metà tra due italiani: “La Grande Guerra” di Mario Monicelli e “Il generale della Rovere” di Roberto Rossellini. Presidente di giuria? Luigi Chiarini, poi direttore della Mostra. Nel 1962 ancora Chiarini premia “Cronaca familiare” di Valerio Zurlini sia pure ex aequo con “L’infanzia di Ivan” di Andrej Tarkovskij. Nel 1963 Arturo Lanocita laurea, tra i fischi della destra, “Mani sulla città” di Francesco Rosi. E ancora: Mario Soldati premia nel 1964 “Deserto rosso” di Michelangelo Antonioni, Carlo Bo nel 1965 “Vaghe stelle dell’Orsa” di Luchino Visconti, Giorgio Bassani nel 1966 “La battaglia d’Algeri” di Gillo Pontecorvo, Sergio Leone nel 1988 “La leggenda del santo bevitore” di Ermanno Olmi. Ci vorranno altri 10 anni prima che l’Italia riconquisti l’ambito Leone: nel 1998 con “Così ridevano” di Gianni Amelio, presidente di giuria Ettore Scola. Fino al recente 2013, quando trionfa il documentario “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi per mano del carismatico presidente Bernardo Bertolucci.
Inutile dire, a scanso di equivoci, che parecchi dei film citati sono capolavori, pietre miliari del cinema italiano, pezzi di storia destinati a durare nel tempo. Grandi anche se non avessero vinto il sospirato primo premio. Ma così è. I Leoni, fino ad ora, sono arrivati solo con presidenti di giuria italiani. Magari è un caso. O forse no. Che dite?

Michele Anselmi

1954:”Giulietta e Romeo” di Renato Castellani
(Presidente di giuria Ignazio Silone)

1959: ex aequo “La Grande Guerra” di Mario Monicelli
e “Il generale della Rovere” di Roberto Rosssellini
(presidente di giuria Luigi Chiarini)

1962: ex aequo “Cronaca familiare” di Valerio Zurlini
e “L’infanzia di Ivan” di Andrej Tarkosvkij
(Presidente di giuria Luigi Chiarini)

1963: “Mani sulle città” di Francesco Rosi
(Presidente di giuria Arturo Lanocita)

1964: “Il deserto rosso” di Michelangelo Antonioni
(Presidente di giuria Mario Soldati)

1965: “Vaghe stelle dell’orsa” di Luchino Visconti
(Presidente di giuria Carlo Bo)

1966: “La battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo
(Presidente di giuria Giorgio Bassani)

1988: “La leggenda del santo bevitore” di Ermanno Olmi
(Presidente di giuria Sergio Leone)

1998: “Così ridevano” di Gianni Amelio
(Presidente di giuria Ettore Scola)

2013: “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi
(Presidente di giuria Bernardo Bertolucci)

Il cinema è giovane? Dipende. Il sondaggio dell’Istituto Toniolo

È uscita da poco una interessante indagine sul cinema e i giovani a cura dell’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che in genere non si occupa di tali tematiche, ma che in questa occasione ha presentato (durante il festival di Venezia in un evento organizzato dall’Ente Fondazione dello Spettacolo) dati quanto mai utili che vale la pena riassumere. Intanto una prima considerazione: non è vero che il cinema piace poco ai giovani. Piace invece sempre di più. Semmai i ragazzi italiani disertano le sale a causa del costo del biglietto, ritenuto troppo elevato. Se una coppia di ragazzi deve spendere 15 euro (e a volte anche più) per vedere un blockbuster, preferisce andare in pizzeria. La seconda verità è che, sia a causa dei costi delle proiezioni sia per la scomodità di raggiungere le sale, la maggior parte dei giovani preferisce vedere i film a casa, via streaming o “grazie” alla pirateria, sempre più diffusa a dispetto dei tentativi di repressione.  Quanto alla scelta dei generi, la commedia è quello preferito, sia dai maschi che dalle femmine.

I millennials – per il 91% degli intervistati, così rileva il sondaggio – ammettono di preferire il piccolo al grande schermo per i motivi di cui sopra ed è solito guardare almeno un film a settimana. Le persone comprese tra i 20 e i 34 anni (in Italia sono considerati ancora giovani, mentre in America sono ritenuti quasi “vecchi”, se è vero che i manager delle maggiori corporation hanno in media 35 anni) amano il cinema, ma guardano i film a casa. Di questi, solo uno su cinque è solito frequentare una sala cinematografica, in media due volte al mese. L’indagine è stata condotta a fine luglio su un campione nazionale di 2.045 intervistati. Di loro il 92% manifesta il desiderio di andare più spesso al cinema, il che non avviene come si vorrebbe a causa dei costi (46,4%), della mancanza di agevolazioni (16,6%), del poco tempo a disposizione (11,1%) e infine per la distanza delle sale (10,5%).

L’inchiesta non tiene conto che ci sono numerose città, soprattutto in provincia, dove ormai non esiste neppure più una sala. Non tutti pensano che il fascino della sala sia secondario rispetto ad altre modalità di fruizione (televisore, tablet, computer, per non dire cellulare). Infatti la maggioranza (53%) preferirebbe vedere i film sul grande schermo, mentre il 47% ritiene che le sale siano destinate al declino a causa dell’online, dello streaming e di altri dispositivi tecnologici futuribili. Alessandro Rosina, docente di Statistica sociale e responsabile dell’indagine, fa notare come, “davanti alla televisione, a un pc o a un tablet capita spesso di essere da soli”. Mentre “la visione del film in sala è un evento collettivo con valore di relazione” e condivisione. La sua opinione è che “l’invenzione dei fratelli Lumière, dopo aver costruito l’immaginario collettivo di tante generazioni, continua a esercitare fascino su quelle di oggi”. Abbiamo detto in premessa che il genere di film preferito dai giovani è la commedia (preferita dal 21,5% degli intervistati). Al secondo posto troviamo il thriller (17,5%) e qui maschi e femmine si dividono con il 20,5% dei maschi contro il 14,4% delle femmine. Al terzo posto si inserisce il fantasy (14,5%), con valori abbastanza uguali fra maschi (15,3%) e femmine (13,6%). Un dato questo che mi stupisce perché normalmente negli altri paesi è il pubblico femminile a preferire il fantasy.  Infine un dato destinato certamente a crescere: l’amore per le serie tv, per lo più americane. Il 36% degli intervistati le segue direttamente sul televisore,  il 23,6 sui propri pc, tablet o smartphone.

Roberto Faenza

L’ANAC a 360gradi

Viaggio attraverso i generi

26 aprile • 23 maggio 2017

Nella lettura della storia del cinema è inevitabile imbattersi nella diatriba sul significato da attribuire al termine “autore”, che ha creato più di un subbuglio nel corso dei decenni. Il risultato è stato troppo spesso quello di perdersi in discussioni sterili, tra autori con la maiuscola o minuscola, artigiani semi-sconosciuti e maestri rivalutati solo con il passare degli anni. Per cercare di dare il proprio contributo, e rivendicare la pluralità di sguardi tra i propri soci, l’ANAC – Associazione Nazionale Autori Cinematografici, ha deciso di organizzare quattro incontri nei quali gli studenti (in particolar modo quelli del CSC – Centro Sperimentale di Cinematografia, della Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté e dell’Istituto Roberto Rossellini) avranno modo di confrontarsi con registi che hanno lavorato su e attraverso il genere: spaghetti western e fantascienza, horror e thriller. Come è risaputo, l’ANAC ha avuto e ha tra i suoi iscritti alcuni dei nomi più rappresentativi della storia del cinema italiano a livello internazionale (tra cui Citto Maselli, Paolo e Vittorio Taviani, Liliana Cavani, Gianni Amelio e Ettore Scola, Pier Paolo Pasolini, Roberto Rossellini, Cesare Zavattini, Mario Monicelli, Age e Scarpelli, Sergio Amidei, Francesco Rosi, Federico Fellini, Ugo Pirro, Michelangelo Antonioni); altri soci hanno invece dovuto attendere per una complessiva rivalutazione e un’analisi più specifica dei loro lavori.

L’intenzione degli organizzatori nel realizzare la 14° edizione di Percorsi di Cinema – rassegna patrocinata e sostenuta dal MIBACT, e in collaborazione con la Casa del Cinema – è quella di offrire un altro punto di vista sul cinema italiano, parallelo e non alternativo, a studenti che vorrebbero trasformare la loro passione in un mestiere. Tre incontri con tre registi fondativi nella ricerca di una via espressiva al genere, a volte riconosciuti prima all’estero che in Italia, secondo il celebre adagio del nemo propheta in patria. Augurando una pronta guarigione a Umberto Lenzi, Steve della Casa presenterà il suo Spasmo (1974), thriller del quale restano impressi nella mente i manichini che raffigurano donne seviziate, e parlerà di Cuore criminale, l’ultimo libro pubblicato da Lenzi; Paolo Bianchini, autore celebrato negli ultimi anni per il recupero tardivo di Hypnos – Follia di massacro (1967), presenterà al pubblico di giovani Quel caldo maledetto giorno di fuoco (1968); incontrerà gli studenti anche Ruggero Deodato, il regista che inventò il filone del “cannibal movie” e che nel 2016 è tornato dietro la macchina da presa dopo ventitré lunghi anni di assenza, per dirigereBallad in Blood, thriller ispirato al misterioso omicidio perugino di Meredith Kercher per il quale furono accusati Amanda Knox e Raffaele Sollecito.

Ad accompagnare queste tre incursioni nel genere, l’ANAC affianca un incontro nel quale Italo Moscati parlerà di Pasolini – a sua volta membro dell’associazione – come autore cinematografico dall’assoluta libertà espressiva che va oltre l’impegno e il genere, ma li racchiude entrambi. Un particolare approfondimento sarà dedicato da Moscati al rapporto di Pasolini con l’Anac in occasione dell’occupazione della Mostra del Cinema di Venezia nel 1968; un punto di contatto che darà la possibilità agli studenti non solo di approfondire la propria conoscenza dell’autore, del quale verranno proiettati i cortometraggi La ricotta e Che cosa sono le nuvole?, ma allo stesso tempo di comprendere il percorso dell’ANAC e il ruolo da essa svolto nelle battaglie in difesa della cultura del nostro paese che l’hanno vista protagonista dal 1952 ad oggi. Riannodare i fili del passato per comprendere il presente e cercare di costruire insieme il futuro.

Locandina Anac a 360gradi

PROGRAMMA DEGLI INCONTRI

Mercoledì 26 aprile, h. 16.00

Ballad in Blood di Ruggero Deodato

Alla presenza dell’autore. Modera l’incontro Raffaele Meale.

Introduce per Anac Francesco Martinotti.

 

Martedì 9 maggio, h. 16.00

Spasmo di Umberto Lenzi

Steve Della Casa presenta il cinema di Lenzi.

Modera l’incontro Raffaele Meale. Introduce per l’Anac Giuliana Gamba.

 

Martedì 16 maggio, h. 16.00

Quel caldo maledetto giorno di fuoco di Paolo Bianchini

Alla presenza dell’autore. Modera l’incontro Raffaele Meale. Introduce per l’Anac Antonio Falduto.

 

Martedì 23 maggio, h. 16.00

La ricotta e Che cosa sono le nuvole? di Pier Paolo Pasolini

Italo Moscati presenta il cinema di Pier Paolo Pasolini. Introduce per l’Anac Alessandro Trigona Occhipinti.

Oltre Report, rischi e vizi di una Legge in fase di rodaggio

ANAC, Roma, 21 aprile 2017

Lunedì 17 aprile Report ha lanciato un j’accuse al sistema di sostegno pubblico del cinema e dell’audiovisivo italiano. Al di là del taglio sensazionalistico dato all’inchiesta giornalistica, che comporta sempre rischi di generalizzazione e può arrivare a una vera e propria demonizzazione degli investimenti pubblici destinati a uno dei settori più strategici del paese (tale è stato il tono di tanti post apparsi sulla pagina Facebook della trasmissione di Rai3), Report ha messo in luce molti di quegli aspetti negativi che come autori dell’Anac abbiamo sempre denunciato.

Come negare, infatti, che l’assegnazione delle risorse pubbliche rispetti solo in parte il principio della valorizzazione della diversità culturale e della promozione del cinema quale fondamentale mezzo di espressione  artistica e culturale? Come non convenire sulla necessità di imporre maggiori e più ferrei controlli affinché il tax credit esterno non sia utilizzato in maniera fraudolenta? E come non essere d’accordo sul fatto che nella scrittura dei decreti attuativi della nuova Legge Cinema si debba correggere il tendenziale sbilanciamento di risorse destinate prevalentemente a un’unica area imprenditoriale?

Tale sbilanciamento si denota nella riduzione dei sostegni selettivi alla somma reale di appena 32 milioni di euro; nell’innalzamento eccessivo dei tetti del tax credit interno a 16 milioni per ogni singola impresa (come prevede la bozza di decreti in discussione); nell’indiscriminato allargamento dei sostegni ai film di puro intrattenimento; nell’assoluta equiparazione di cinema e tv; nella mancanza di controllo sulla corretta destinazione dei fondi (abbiamo appreso che si può persino investire in derivati!). In questo senso, avevamo auspicato la costituzione di un Centro Nazionale del Cinema e dell’audiovisivo, che avrebbe garantito maggiori e più specifici controlli.

Fin dal mese di dicembre, l’ANAC ha avviato, assieme a altre sei associazioni di categoria, un confronto per la definizione di una proposta condivisa sui decreti attuativi della nuova Legge. In maniera unitaria, ci siamo rivolti al neo-insediato Consiglio Superiore del Cinema e dell’Audiovisivo affinché siano corretti tutti quei fenomeni distorsivi che allontanano il sostegno pubblico al cinema dai dettami della nostra Costituzione e delle norme europee, chiedendo, se necessario, di tornare a intervenire su alcuni articoli della nuova legge. In particolare:

– recuperando l’emendamento n°11.12 (testo 2) proposto in Commissione Cultura, che prevedeva un più giusto equilibrio tra sostegni automatici e selettivi pari a una percentuale non inferiore del 25%;

– inserendo nel prelievo fiscale previsto dall’art 14 anche le OTT;

– rivedendo la norma che attribuisce a soli cinque esperti (per inciso, non retribuiti) una quantità eccessiva di competenze. E’ giudizio unanime, infatti, che tali esperti dovranno affrontare un compito talmente enorme e improbo che, nella migliore delle ipotesi, finirà per rallentare, se non addirittura per bloccare, le attività selettive.

In ultimo, ma è a nostro giudizio parte essenziale del problema, ci preme ricordare l’importanza della definizione della figura del produttore indipendente che non può escludere l’aspetto della titolarità di almeno il 30% dei diritti dell’opera prodotta, come previsto dalle legislazioni più avanzate operanti negli altri Paesi, in particolare in Francia e in Inghilterra. Crediamo quindi che sia essenziale non rinviare ulteriormente l’adeguamento della definizione ad altre riforme (Tusmar), che non sappiamo quando saranno varate.

Roma, 21 aprile 2017

Nuova legge cinema: chi gode dei soldi dello stato? Le correzioni delle associazioni degli autori

L’andata in onda della puntata di Report sullo stato di salute del cinema italiano la sera di Pasquetta ha messo in luce più malessere che benessere. Basti pensare a un dato più allarmante: un pugno di sole 6 società controllano l’80% dell’intero settore della distribuzione. Patetiche sono state le risposte di alcuni produttori che neppure sapevano (o fingevano di non sapere) di avere ricevuto cospicui finanziamenti pubblici. Vedi il caso del produttore di Checco Zalone, che è caduto dalle nuvole quando l’inviato di Report gli ha comunicato l’entità del contributo statale a un film che non ne avrebbe avuto certamente bisogno. Idem per le commedie natalizie, anche loro beneficiarie di ingenti somme pubbliche. Insomma a godere dei contributi dello stato sono più le pellicole dichiaratamente commerciali che il cinema di qualità. Come possa fregiarsi del titolo di “film di interesse culturale” una produzione a base di diffusa volgarità è un “crimine” che meriterebbe una commissione di inchiesta al fine di valutare quanti milioni di euro lo stato ha sprecato in questi anni per ingrassare le tasche di alcuni operatori della “deculturizzazione” cinematografica nazionale.

Giustamente le associazioni degli autori si sono destate dal torpore e stanno protestando per imporre correttivi alla nuova legge del cinema approntata dal ministro Franceschini, per la quale sono in fase di attuazione i cosiddetti decreti attuativi. L’ANAC è l’Associazione degli autori cinematografici più longeva, nata nel 1950 dallo scioglimento dell’ACCI, ad opera di registi e sceneggiatori quali Agenore Incrocci (Age), Alessandro Blasetti, Mario Camerini, Ettore G. Margadonna, Furio Scarpelli, Cesare Zavattini e altri meno noti. Negli anni più recenti ha visto formarsi due scissioni, la prima con la fondazione dell’API (formata da autori e produttori, ma con più rappresentanza dei secondi) e in seguito con la nascita dei 100autori. A queste formazioni si è aggiunta poi anche l’Associazione dei giovani produttori. Per una volta tanto tutte queste sigle si sono ritrovate unite in una critica alla nuova legge sul cinema firmata dal ministro Dario Franceschini, di cui abbiamo parlato nell’editoriale precedente.

Proprio in questi giorni l’ANAC ha emesso un comunicato che riassume le sue osservazioni critiche ai decreti attuativi della legge e la cui discussione è all’ordine del giorno. Le riassumo qui di seguito in sintesi. La normativa che concerne la produzione dei cortometraggi, secondo gli autori, appare restrittiva sia per quanto attiene il minutaggio (limitato a 60 minuti), sia per l’obbligo di distribuzione in sala (difficilmente perseguibile). Infine non sono previsti contributi allo sviluppo dei corti, come avviene invece per i lungometraggi, il che è chiaramente un limite che andrebbe rivisto. Viene poi criticato l’articolo 1 della legge, dove si parla di “film difficili”, termine probabilmente mutuato dalle leggi francesi in materia cinematografica (che restano a a tutt’oggi le più avanzate e meglio finanziate). Anche la qualifica di “produttore indipendente” viene messa in discussione, in quanto si dovrebbe definire tale quel produttore che detiene “almeno il 30% della titolarità dei diritti”, mentre nella maggior parte dei casi vengono rilevate quote di proprietà di soggetti terzi, in primis i broadcaster, cioè le emittenti televisive, che anche nel cinema la fanno da padrone. È un fatto che senza la loro partecipazione finanziaria difficilmente film di medio budget vedrebbero la luce. Altro articolo di legge criticato è il “cumulo del credito di imposta cinema e audiovisivo”.

Intanto la prima novità è che il tax credit viene esteso anche ai produttori televisivi, dunque sottraendo risorse ai produttori “puri”, ovvero quelli che operano solo nel settore cinematografico. Non sarebbe più equo che fossero i broadcaster a provvedere a tali finanziamenti, essendo loro i veri decision maker della produzione televisiva? In ogni modo l’articolo 15 della legge che fissa il tetto per ogni impresa di 8 milioni di tax credit per il cinema e altri 8 per le opere televisive va a vantaggio dei grandi gruppi e delle concentrazioni, i soli in grado di mettere in cantiere produzioni di budget medio alto. La stessa definizione di “produttori indipendenti” stenta a essere chiara. Sono da ritenersi indipendenti case di produzione che sono la diretta filiazione di forze oligopoliste come Mediaset, Sky e Rai, quali Medusa, Taodue eccetera? Anche i nuovi gruppi formatisi di recente sotto l’ala di Sky Italia, che vanno da Cattleya a Indiana a Italian International Film, a Palomar alla potente Wildside sono sicuramente meno indipendenti di piccole produzioni senza santi in paradiso. Siamo alle battute iniziali perché al momento sono stati resi noti solo i contenuti dei primi decreti attuativi. Appena sapremo degli altri torneremo sull’argomento.

Roberto Faenza