BASTA CHE FUNZIONI di Woody Allen








Commedia esilarante. Ancora una volta il genio del regista Woody ci ha regalato un piccolo capolavoro dove espedienti narrativi di notevole effetto si combinano con particolari strategie tecniche come la voce in macchina dell’interprete che racconta la sua storia. La voce narrante, normalmente fuori campo, si fa concreta assumendo le sembianze del protagonista che, oltre a narrare le vicende ed essere il personaggio principale di ciò che narra, interloquisce con il pubblico in sala. Il surreale si confonde con il reale ed i tre piani si intrecciano in un divino raccontarsi. Lo schema comunicativo di Umberto Eco sembra qui perfettamente rappresentato, forse con qualche nota creativa in più.

Il piano della voce narrante, il piano del personaggio della storia ed il piano dell’interlocutore con il pubblico del cinema – gli spettatori in sala – si alternano, si intrecciano, ma non si confondono mai perché gli altri personaggi della storia non vedono nessun pubblico e nessuna macchina da presa, ma sono convinti che lui, Boris Yelnikoff, un tempo fisico di fama mondiale ed ora uomo anziano che ha già fallito un tentato suicidio ed ora è in lotta con il mondo, parli da solo nonostante continui ad asserire vi siano dei telespettatori – dall’altra parte – che guardano la loro storia.

La sceneggiatura, magistralmente studiata, non dà tregua ed il pubblico in sala non fa in tempo a smettere di ridere per ascoltare la battuta successiva. La storia vale veramente la pena conoscerla andando al cinema, ma l’epilogo è degno dei cliché della commedia  più classica anche se, «basta che funzioni» è una massima a cui sempre dovremmo far riferimento. E’ così semplice, ma così banalmente vera.

 

Livia Serlupi Crescenzi

 

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Date(s) - 23/09/2009
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