Happy Family – regia di Gabriele Salvatores








La straordinaria arte del raccontare si arricchisce di nuove sfumature nelle immagini e nelle dimensioni narrative che compaiono, si confondono, si intrecciano in quest’opera in cui anche la lodevole cura dei particolari rende di grande spessore il valore dell’intero racconto. Avevamo già incontrato questa tecnica particolare negli anni ’70, con Woody Allen, in «Provaci ancora Sam» e, ancor meglio, ne «La rosa purpurea del Cairo» dove i personaggi scendono in platea, parlano con il pubblico e interagiscono con esso. I personaggi di Salvatores parlano in macchina, non si vede il pubblico, ma lo si intuisce. I livelli di narrazione sono tre: la storia dei personaggi del film, il racconto del film e il racconto dello scrittore del film. Tutti fanno parte di una unica commedia dove la realtà si confonde con l’immaginazione e il pubblico in sala prende parte, volente o nolente, alla scrittura della storia costruendo un ulteriore piano narrativo. Gli attori, ad un dato momento, escono dalla scena in cerca dell’autore del film intenzionato a fare una chiusa a sorpresa perché "un film è sempre un film e non è la realtà". Ma i personaggi non sono d’accordo e come i sei di Pirandello vogliono che la loro storia sia rappresentata per non far restar male il pubblico, ma anche per non restar male loro stessi, perchè anche loro hanno bisogno di sapere come andrà a finire. Ezio (Fabio De Luigi), è l’artefice dell`intera narrazione, l`ideatore dei personaggi e delle loro vicende ed anche per  se stesso si inventa un ruolo perché preferisce vivere  nella fantasia piuttosto che nella realtà, perciò decide di entrare violentemente nel racconto con una bicicletta. Sulla scena due famiglie, completamente estranee e diverse che vivono in una Milano che non è da bere, ma anzi si racconta anche con bellissime immagini in bianco e nero.  Le due famiglie si incontrano per forza perché i rispettivi figli sedicenni hanno deciso di sposarsi. Nonostante Vincenzo (Fabrizio Bentivoglio), sia un ricco avvocato della Milano bene, sposato con Margherita Buy, la madre del sedicenne Filippo (Gianmaria Biancuzzi), il ragazzo deciso a prender moglie, riuscirà a fare volentieri amicizia con l’estroverso e alternativo Diego Abatantuono, il padre di Marta (Alice Croci), il quale si vanta di aver fatto mille lavori tra cui allestire una gelateria in Cecenia e che è sposato con una borghese piccola piccola, la bravissima Carla Signoris. Oltre alla impareggiabile nonna (Corinna Agustoni), esiste Caterina (Valeria Bilello), figlia di primo letto di Vincenzo la quale ha solo un unico difetto che sovrasta le sue impareggiabili doti di bellezza e di valente pianista: puzza. Come tutte le rosse. Così dice lei.

La famiglia si allarga e i piani si confondono nei colori sapientemente scelti per raccontare. Il bianco, il verde, il rosso. I colori della scena e dei costumi parlano anch’essi di questa grande famiglia che supera tutte le paure, proprio quelle paure che sono imprescindibilmente parte del nostro quotidiano. Le interpretazioni sono eccellenti, magistralmente armonizzate da una pregevole regia.

Il film è tratto dall’omonima commedia di Alessandro Genovesi che firma la sceneggiatura insieme a Gabriele Salvatores. E la colonna sonora? Che dire.  Brani scelti di Simon e Garfunkel i quali hanno dato l’autorizzazione per la seconda volta solamente nella storia del cinema, dopo il Laureato, all’utilizzo dei loro capolavori.

Le citazioni sono moltissime ed è estremamente interessante e divertente individuarle, una ad una, godendosi questa pellicola dove reale comicità fa capolino tra verità esistenziali di poetica bellezza.

 

Livia Serlupi Crescenzi

 

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Date(s) - 30/03/2010
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