Il Colore delle Parole








Presentato a Roma, al Nuovo Cinema Aquila, “Il colore delle parole”, un documentario realizzato da Marco Simon Puccioni, già in concorso al 66° Festival di Venezia nella sezione Orizzonti e vincitore del premio per il miglior documentario all’Umbria International Film Festival 2009.

Alla proiezione erano presenti il regista Marco Simon Puccioni e i protagonisti del film: Teodoro Ndjock Ngana, Justin Mvondo, Martin Kongo, Steve Emejuru, il Direttore Generale dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale e Franco Pittau della Caritas Italiana.

«Le riprese sono iniziate tre anni fa in Camerun – afferma il regista –  per seguire la vita di Teodoro, poeta e mediatore culturale, sposato in Italia e con una figlia, nel suo viaggio di ritorno, dopo trenta anni, a Makak, il villaggio abitato dai Basaa, una delle 250 etnie che vivono in quel paese. Poi, però – prosegue Piccioni – le mie vedute  si sono allargate e ho voluto coinvolgere gli amici in Italia, quelli che sono arrivati come lui negli anni ’70».

La storia racconta gli anni caldi della contestazione visti attraverso gli occhi di questo gruppo di africani, un paese costretto ad affrontare tragedie come l’omicidio Moro o quello di Jerry Maslo, il predicatore battista sud africano ucciso perché difendeva i più deboli. Era un paese in agitazione, ma aperto ai diritti sociali. Le giovani generazioni sentivano come fattore importante della crescita sociale, l’integrazione dei popoli e la risoluzione delle guerre. Il documentario ha una forte connotazione politica. Riporta, infatti, tutte le leggi uscite sull’immigrazione a partire dalla Martelli del 1989, fortemente contestata allora, ma sicuramente migliore di quelle che oggi sono destinate a fomentare un clima di paura del diverso e di intolleranza, come la Turco Napolitano del 2002 e la più recente Bossi Fini. Viene spiegato, nel cortometraggio, come anche il Pacchetto Sicurezza, in realtà, istighi il timore irrazionale di perdere la propria identità. «In Italia, oggi – racconta uno dei protagonisti – non si parla di immigrazione, si discute solo delle persone che sono in procinto di sbarcare sulle coste del sud del Paese, mai di quelle che sono già sul territorio, che lavorano qui da molti anni, che si sentono italiani, che pagano le tasse e che conoscono i problemi di questa società più degli italiani stessi». «Ogni vita è una storia a sé – afferma Martin, musicista e informatico – ma l’integrazione è una storia unica. Sono talmente integrato, dopo 30 anni vissuti qui, che intuisco immediatamente i discorsi degli italiani, però mi sento bollato come diverso perché siamo proprio noi esseri umani a creare questa diversità. Abbiamo gli stessi bisogni – continua – ma non vogliamo prenderne coscienza, se non cominciamo noi immigrati, ormai  naturalizzati, a collaborare con le giovani generazioni nelle scuole, si arriverà all’incomunicabilità».

«Il problema è istituzionale – asserisce Justin, sindacalista – diventa questione sociale solo in un secondo momento. Si devono creare le premesse perché l’integrazione avvenga attraverso regole e leggi eque. E’ difficile dire che un popolo sia veramente razzista perché tutto dipende dalle istituzioni , quelle preposte a emanare le norme».

 

Livia Serlupi Crescenzi

 

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Date(s) - 25/11/2009
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