Il sospetto apre la rassegna A qualcuno piace classico


Torna in scena quel bicchiere di latte | "A qualcuno piace classico"

Centomila film racchiusi in uno dei più ricchi archivi cinematografici europei: la Cineteca Nazionale è il regno di un patrimonio che vale certo la pena proteggere in tempi in cui anche i contenuti audiovisivi si sono convertiti alle logiche del web. La conservazione di queste opere d’arte prevede un ciclico restauro delle pellicole. Ogni anno vengono “messi a nuovo” non soltanto quelli che vengono ritenuti formalmente i “grandi capolavori del cinema italiano”, ma anche opere minori e meno conosciute di altre – non necessariamente per criteri “meritocratici” – allo scopo di promuoverne una precisa diffusione culturale sul territorio.

È noto che il cinema Trevi di Roma ricopra un ruolo principale all’interno della catena e anche nel 2012 rappresenterà uno dei luoghi deputati a questa missione: a partire dal mese di febbraio, questa sala presenterà una ricca programmazione, nel rispetto di una complessa articolazione della cinematografia italiana, ospitando personalità di rilievo nell’ambito di manifestazioni prive di finalità commerciali. Affianco alla consueta offerta, quest’anno si posiziona un preciso tentativo di ri-scoperta che vede la cineteca unita con il Palazzo delle Esposizioni e l’Assessorato “La farfalla sul mirino” per lo scopo comune di riscoprire il piacere di un cinema lontano.

“A qualcuno piace classico” è il nome emblematico della rassegna in oggetto, la cui apertura merita forse un più ampio approfondimento. La scelta deve essere stata ardua: selezionare soltanto dieci tra tutti i leggendari capolavori della settima arte, scegliere solo dieci registi per soli dieci appuntamenti totali. Con imbarazzo si dice di “preferirne” l’uno piuttosto che l’altro, ma i processi selettivi sembrano aver obbedito a leggi oggettive dal momento che i nomi di Buñuel, Lang, Visconti, Ford o Tati brillano nell’elenco della classifica e facendo sentire “a casa propria” chiunque abbia avuto il piacere di averli incontrati almeno una volta sulla sua strada.

Trasmessa nel suo formato originario, la pellicola 35mm che avvierà la rassegna sarà “Suspicion” (Il sospetto,  Alfred Hitchcock, 1941): martedì 21 febbraio alle 21 sarà proiettata, presso gli spazi del Palazzo delle Esposizioni, la versione italiana dell’opera firmata dal maestro inglese e prodotta dalla RKO. Il soggetto si ispira al romanzo di Francis Iles “Before the fact” e narra la storia di Johnny, affascinante playboy dalla dubbia fama e Lina, una giovane che accetta di divenire sua moglie contro il parere della famiglia dai rigidi costumi. La trama è tutta qui e uno spettatore giovane potrebbe domandarsi cos’ha reso questo film tanto meritevole del posto in “top-ten”. In breve “Suspicion” è più lodevole tentativo di trasferire l’ambiguità sul piano della rappresentazione visiva. La tensione emerge sul piano stilistico nell’uso strategico di inquadrature spiazzanti (nel rigoroso rispetto del découpage classico) mentre la macchina da presa trascina l’osservatore verso il “precipizio” del dubbio, attraverso movimenti che testimoniano quanto fu attribuito all’opera di Hitchcock: in lui “tutte le scene d’amore sono filmate come scene d’omicidio e tutte le scene d’omicidio come scene d’amore”. Nella celebre intervista con Truffaut, infatti, il regista ci aiuta a scoprire l’essenza di questo film mentre ci rivela le ragioni per cui non ne fu mai pienamente soddisfatto. Si tratta del suo secondo film inglese girato a Hollywood (romanzo, attori e atmosfera a tema), eppure gli sarebbe piaciuto disporre di un ambiente più autentico e meno “artificioso”.

È un’opera il cui punto di forza si esplica in primo luogo nella scelta degli interpreti. Accanto a Joan Fontaine, già perfetta protagonista del precedente “Rebecca” (Rebecca, la prima moglie, 1940), non poteva situarsi James Stewart, attore che non avrebbe mai accettato di interpretare il ruolo di un assassino. Cary Grant fu la sua scelta più corretta, nonostante alla sua figura si leghi una vena di rimpianto da parte dell’autore: nel finale del film Hitchcock pensò per lui che fosse tutt’altro che innocente.

Johnny, nella sua fantasia, avrebbe dovuto fischiettare tranquillamente nell’atto di imbucare una lettera di congedo scritta dalla moglie, consapevole di trovarsi sul punto di morire. Le censure hollywoodiane hanno agito purificando l’intreccio poliziesco della sceneggiatura e privando il film del suo reale grado di drammatizzazione: l’impatto emozionale sullo spettatore è ben diverso se nel romanzo originario la donna che scopre la colpevolezza del marito diventa qui una “moglie che lo ipotizza”. La magia consiste nel fatto che quasi nessuno ricorda il finale, perché in qualche modo il regista ha già compiuto prima la sua scelta e l’ha resa viva sul piano estetico al punto che nessun limite imposto è servito a cambiarla. Il significato di “sospetto” si estende qui oltre ogni senso ricostruibile e forse si amplifica nella rinomata scena madre del film.

Cary Grant trasporta con eleganza lungo le scale un bicchiere di latte sul quale confluiscono la potenza del dubbio e il fascino del “tocco di colore” in uno schermo paradossalmente bianco e nero: il candore luminoso sembra fuoriuscire dalle due dimensioni, trascinando lo spettatore voyeur dalla dolcezza dell’infanzia alla paura della morte. Inserire un proiettore interno al bicchiere stesso: fu questo il gesto irripetibile, l’intuizione di un artista di fronte al quale ci si chiede se il cinema classico non sia forse una forza eterea e inafferrabile, avvolta nel mistero perenne nonostante i molteplici studi, saggi e analisi critiche che in questi decenni hanno tentato di elaborarne i contenuti. 

Ilaria Abate

 

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Date(s) - 21/02/2012
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