Into The Blue | Il terremoto dell`Aquila nel film di Dante





Into the Blue | Recensione e Intervista


Presentato a Roma al Nuovo cinema Aquila, Into the Blue, il lungometraggio realizzato da Emiliano Dante, un giovane regista aquilano che ha voluto fare della sua esperienza di terremotato una testimonianza non all’insegna del pietismo, ma, al contrario, come resoconto di un nuovo vissuto. Infatti, unica via d’uscita dalla sua dolorosa condizione è reinventarsi una esistenza nella tendopoli di Collemaggio. La  dimensione spazio temporale, nel campo, è completamente trasformata e impone una nuova riflessione sulla precarietà esistenziale. Persino il tremore delle tende sotto la pioggia ritma il susseguirsi di monotoni giorni senza ritorno di un’esistenza sospesa in un non-luogo. Precarietà che si trasmuta nei giovani abitanti di questo non-spazio costretti a sognare e ideare vite diverse nei sei mesi documentati dal film.

In questo contesto parte l’iniziativa di alcuni ragazzi della tendopoli che si armano di tutta la loro creatività realizzando un lavoro assolutamente d’eccellenza. Un lungometraggio dove l’inquadratura si fa arte pittorica regalando all’occhio del pubblico impagabili ricordi delle opere di Magritte o di Monet.

Sono Emiliano insieme a Valentina, Paolo, Elisabetta, Stefano e Alessio che tentano di vivere e non sopravvivere nella tendopoli di Collemaggio dal giorno del tragico terremoto aquilano del 6 aprile 2010, nonostante il mondo fuori abbia loro assegnato i soli ruoli di vittime inconsolabili o, tuttalpiù, di prigionieri disperati.

Emiliano Dante è il regista e la sua voce diventa importante per capire appieno il senso dell’intero lavoro che questo gruppo di ragazzi ha voluto realizzare rendendo la loro lettura della realtà una nota di saggezza illuminata dalla loro giovane età.

 

Quanta importanza hai dato all`arte rispetto alla denuncia nel fare questo lungometraggio?

Sinceramente, mi sono rifiutato di fare un film di denuncia, per quanto tentato. E l`ho fatto proprio perché sono terremotato – ed essere terremotati per me ha un peso esistenziale, ha una molteplicità di dimensioni che prescinde completamente dall`essere a favore o contro Berlusconi o Bertolaso. Nel film volevo esprimere altro, volevo esprimere la nostra condizione interna, ciò che, per chi è fuori, è difficile vedere, o non interessa – perché non è strumentalizzabile né contro, né a favore. Il che non vuol dire affatto non avere una consapevolezza politica. Secondo me è giustissimo che gli attivisti vengano a L’Aquila e riportino i fatti, denunciando gli abusi, le mancanze e la cattiva politica. Ma se io, che sono terremotato, faccio la stessa cosa in ciò che produco, allora svilisco l`importanza e la criticità esistenziale di ciò che mi è capitato, mi appiattisco su Berlusconi o su Bertolaso. Il terremoto è qualcosa di più di contestare o lodare. Posso dire poi, a monte di questo, che la mia espressività passa attraverso un linguaggio che viene dall`arte – certo – mi sono laureato e ho fatto una tesi di dottorato in storia dell`arte contemporanea, come autore vengo dalla fotografia d`arte. Il mio background è questo. E se emerge in una situazione del genere, girando senza nemmeno avere i monitor, talvolta stando di fronte alla camera posata sul cavalletto, senza nessuno dietro a controllare dopo che ho fatto l`inquadratura… beh, vorrà dire che è un qualcosa di molto radicato.

 

Alcune riprese e inquadrature sono veramente belle. Ad esempio, il cielo ricco di luce con le vaporose nubi che si avvicendano assolutamente in contrasto con il paesaggio sottostante immerso nell`oscurità ricordano le opere di Magritte e la pittura surrealista. Ma tutti questi esercizi di stile non mettono poi in secondo piano la vera tragicità dell`evento?

Non credo che siano esercizi di stile, perché (almeno nelle mie intenzioni) quelle inquadrature esprimono idee fondanti del film. E le ho usate pur sapendo che sono un po` abusate, proprio per un motivo concettuale, non stilistico. Riguardo alla tragicità, io ragiono esattamente al contrario. L`immagine sporca è la retorica del dolore, per lo meno in quel "set" che è stato L`Aquila. Io, che in quel "set" ci vivo, che sono parte della scenografia, non posso ragionare nello stesso modo. Io posso e forse devo trovare una qualche bellezza, posso e forse devo trasfigurare liricamente ciò che mi succede. Perché no, posso avere in mente Yves Klein, vivendo in una tendopoli tutta blu. Questo non vuol dire negare la tragedia. Quando ho montato la fiaccolata del 6 luglio in memoria dei morti, per capirci, non riuscivo ad andare avanti, perché scoppiavo continuamente a piangere. Ma non ho fatto un film per impietosire qualcuno, ho fatto un film per esprimere qualcosa. E questo qualcosa, forse, tornando alla domanda, passa più attraverso Magritte o Chagall che attraverso Santoro o Vespa. Il che non mi pare un demerito.

 

Livia Serlupi Crescenzi

 

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Date/Time
Date(s) - 21/04/2010
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