Italia ’77: ultimo atto?


Cineteca Nazionale. «Quale orizzonte in cui si condensano istanze e direttrici drammaticamente in opposizione, il ’77 rappresenta in Italia una stagione profondamente problematica. I film del e sul ’77 sembrano tutti insistere su tale dimensione non riconciliata che tuttavia rappresenta anche la forza, l’energia vitale di un periodo particolarmente degno di interesse non solo dal punto di vista storico-politico, ma anche sul piano culturale e artistico. Parafrasando il titolo di un tardo, misconosciuto “poliziottesco” di Massimo Pirri (Italia: ultimo atto?), uscito proprio in quell’anno, la rassegna presenta una serie di film noti e meno noti in cui, diversamente da quanto accade, nello stesso periodo, nell’ambito della sperimentazione audiovisiva (cui si prevede di dedicare una seconda “puntata” della retrospettiva), il ricatto di una cronaca dominata dalla violenza sembra ostacolare la liberazione dei flussi creativi fondati sull’ironia e sulla leggerezza (con alcune eccezioni), favorendo comunque la produzione di testi particolarmente preziosi per ricostruire lo “spirito” di un cruciale momento di transizione nella storia italiana» (Christian Uva).

Rassegna a cura di Christian Uva

giovedì 20
ore 17.00 Italia: ultimo atto? di Massimo Pirri (1977, 90′)
«Uno dei primi film che, nel contesto del tardo poliziottesco, ha guardato frontalmente ad un argomento considerato tabù per gran parte degli autori dell’epoca. Secondo il regista Massimo Pirri i terroristi rossi non sono più semplici comparse e neanche i “cattivi” di turno, bensì diventano i veri e propri protagonisti della vicenda. Un anno prima che le BR arrivino a colpire con Moro il “cuore dello Stato”, il film racconta la storia di tre estremisti di sinistra che preparano e realizzano il piano di uccidere il Ministro degli Interni, innescando una reazione a catena che ha come conseguenza l’esplosione di una vera e propria guerra civile» (Uva).

ore 19.00 Forza Italia! di Roberto Faenza (1977, 105′)
«Alle elezioni del 1975 la sinistra aveva fatto un forte balzo in avanti e si respirava un’aria da fine “regime”, così allora veniva sentito il periodo del dominio democristiano. Insieme a un gruppetto di cineasti e giornalisti (Marco Tullio Giordana, Marco Bocca, Antonio Padellaro e Carlo Rossella, coordinati da una donna di rara forza e intelligenza, la produttrice Elda Ferri) concepimmo l’idea di costruire un affresco sui trent’anni del potere Dc, dalle storiche elezioni del 1948 sino ai giorni nostri (di allora). Cominciammo a scrivere una sceneggiatura, che era una cavalcata irriverente sul paese Italia, i suoi tic, le sue deformazioni e, soprattutto, il suo malessere politico. Dopodiché, ci mettemmo alla ricerca dei materiali, filmati, interviste, brani di repertorio, spezzoni televisivi… che potessero imbastire cinematograficamente quanto avevamo scritto nel copione. Fummo fortunati perché non solo trovammo quasi tutto ciò che avevamo immaginato, ma anche molto di più: ad esempio la famosa telefonata (talmente grottesca che ancora oggi molti credono sia stata “doppiata”) in diretta tra un ministro e il presidente del consiglio, piena di scurrilità e cinismo» (Faenza).

ore 21.00 Incontro moderato da Carlo Di Carlo, Paolo Mattera, Sofia Scandurra, Christian Uva, Ermanno Taviani
Nel corso dell’incontro verrà presentato il numero, a cura di Ermanno Taviani, Italia 1977: crocevia di un cambiamento della rivista «Cinema e Storia. Rivista di studi interdisciplinari» (n. 3, 2014, Rubbettino)

a seguire Il… belpaese di Luciano Salce (1977, 116′)
Dopo anni passati a lavorare su una piattaforma petrolifera nel Golfo Persico, Guido (Paolo Villaggio) torna a Milano per aprirsi un negozio con i suoi risparmi, ma troverà un’Italia completamente cambiata, invivibile, immersa in un clima di violenza e contestazione che la mano di Salce fumettizza con toni parossistici e grotteschi. Speculare a Un borghese piccolo piccolo di Monicelli, la commedia plumbea di Salce è emblematica di come il cinema popolare rifletteva (su)gli anni di piombo, contribuendo a suo modo a formulare in diretta una lettura critica della società. Come sottolinea Marco Giusti, «teoricissimo».
Per gentile concessione di Fulvio Lucisano e della Italian International Film – Ingresso gratuito

venerdì 21
ore 17.00 Un giorno alla fine d’ottobre di Paolo Spinola (1977, 105′)
«Un giorno alla fine d’ottobre nella Milano che doveva essere di oggi, ma che è già di ieri. Da un lato un funzionario della Montedison in crisi d’identità, che un mattino decide di sfuggire alla routine, abbandona il posto di lavoro, ordina alla segretaria di disdire tutti gli appuntamenti e se ne va a mescolarsi tra la folla. Dall’altro una studentessa universitaria, di famiglia ricca, estremista di sinistra. Terza protagonista: Milano per l’appunto, colta in un clima umido, autunnale; solcata da cortei, insanguinata da scontri fra dimostranti e polizia» (Cosulich). Con Al Cliver e Annie Belle.

ore 19.00 Kleinhoff Hotel di Carlo Lizzani (1977, 105′)
Pascale, moglie francese di un architetto tedesco che lavora in Africa, è costretta, avendo perso l’aereo per Parigi, a pernottare in un albergo berlinese in cui aveva alloggiato da studentessa. Incuriosita dai rumori provenienti dalla stanza accanto scopre, spiando da una fessura, che il suo vicino è un giovane barbuto. Qualche ora dopo saprà anche, avendo ascoltato i suoi dialoghi con un’amica drogata e con un amico, che si chiama Karl, che è un terrorista incaricato di eliminare un presunto traditore…

ore 21.00 Per questa notte di Carlo Di Carlo (1977, 98′)
«La rivoluzione è fallita, il movimento popolare è stato sconfitto dai militari che, dopo una sanguinosa repressione, iniziano una spietata caccia all’uomo e Ossorio, uno dei capi dei ribelli sopravvissuti, fugge ed approda in una città sconosciuta dove egli conta di trovare un mezzo per andarsene in un altro paese, dal quale sia possibile ricominciare a lottare. […] Il fascino che Per questa notte emana gli proviene da un linguaggio che ribalta in valori visivi i motivi narrativi, complicando notevolmente la possibilità di comprensione dello spettatore e […] un allestimento che sublima nella purezza stilistico-espressiva la concretezza del supporto storico-ideologico» (Martini).

sabato 22
ore 17.00 Berlinguer ti voglio bene di Giuseppe Bertolucci (1977, 90′)
Il film è tratto dal monologo teatrale scritto da Giuseppe Bertolucci e Roberto Benigni, Cioni Mario fu Gaspare di Giulia. Il protagonista, Mario Cioni, è un giovane sottoproletario della provincia toscana, un po’ naif e infantile. Legato morbosamente alla madre, è incapace di avere rapporti reali con le altre donne, e per questo subisce spesso le prese in giro e le cattiverie degli amici. «A proposito di Berlinguer ti voglio bene, […] voglio ricordare che quel primo piccolo film aspro, romantico ed eccessivo (così “mio”) può essere giustamente considerato (assieme al contiguo EcceBombo di Nanni Moretti) l’atto di nascita di una generazione di nuovi comici e di un genere che è stato – per tutti gli anni Ottanta e oltre – l’asse portante della nostra disastrata industria cinematografica» (Bertolucci).

ore 19.00 Io sono un autarchico di Nanni Moretti (1977, 98′)
«Avventure e disavventure, private e pubbliche, di un gruppo di teatranti impegnati nella messinscena di uno spettacolo off in una delle tante cantine romane. Esordio nel lungometraggio in Super8, con interpreti presi tra amici e parenti non attori (il padre Luigi, il fratello Franco), di Giovanni Moretti. E fu subito un caso. Nel servirsi della satira (che implica indignazione) corretta da una lucida ironia e da una nascosta tenerezza su una struttura narrativa di taglio cabarettistico, si tira al bersaglio sul contemporaneo cinema italiano (commedia all’italiana ma anche i film politicamente impegnati), sulle velleità del sedicente teatro d’avanguardia, sulle smanie, frustrazioni, orecchiamenti, inautenticità della controcultura giovanile emersa negli anni ’60 e coltivata negli anni ’70. Woody Allen non è lontano» (Morandini).

ore 21.15 Un borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli (1977, 121′)
Giovanni Vivaldi, impiegato ministeriale prossimo alla pensione, insegue il sogno di far assumere nel suo stesso Ministero il figlio Mario, neodiplomato ragioniere, mediante la partecipazione a un concorso che prevede 600 vincitori su 30.000 concorrenti. «Il borghese piccolo piccolo direbbe: ma io che c’entro con la violenza? Invece, c’è dentro fino al collo. Una violenza che annulla gli altri e lui stesso quando il sipario della sua mediocre rappresentazione (l’unica che sappia fare) è strappato dal colpo di pistola» (Sordi). Dal romanzo omonimo di Vincenzo Cerami.

domenica 23
ore 17.00 Il mostro di Luigi Zampa (1977, 99′)
«Giornalista mezzo fallito [Johnny Dorelli] cura una rubrica per un settimanale femminile con lo pseudonimo “Contessa Esmeralda”. Un giorno riceve una lettera in cui gli si annuncia un assassinio. Altri ne seguono. Indagini. Non è un film realistico, è un apologo sulla violenza. Il mostro, dice L. Zampa, non è questo o quel personaggio: è la violenza nella società, nei mezzi di comunicazione di massa, nella famiglia» (Morandini).

ore 19.00 Porci con le ali di Paolo Pietrangeli (1977, 105′)
Due liceali, Rocco e Antonio, si conoscono durante una manifestazione di extraparlamentari. Si innamorano e percorrono una parte della loro adolescenza insieme. Tratto dal libro di culto di Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera,, è diretto dal cantautore Paolo Pietrangeli (sua la canzone-manifesto di una generazione Contessa). Secondo Kezich l’instant-movie arrivò paradossalmente in ritardo: «In mezzo, tra il libro e il film, c’è stato il fenomeno degli indiani metropolitani, la mobilitazione delle università e il rincrudire della guerriglia urbana. Inevitabilmente, perciò, Porci con le ali si presenta come un film su un aspetto già trasformato di una realtà mutevolissima, godibile ormai solo per la splendida fotografia di Dario Di Palma, per il commento musicale di Giovanna Marini e per la fresca partecipazione di un gruppo di ragazzi che si sono tutti doppiati da sé».

ore 21.00 Io sono mia di Sofia Scandurra (1977, 100′)
Il “film manifesto” del movimento femminista, che ha cercato di coniugare impegno militante e cinema commerciale, sia sul piano produttivo (il tentativo di realizzare una pratica femminista sul set) che su quello stilistico (il riferimento ai moduli delle commedia all’italiana), attraverso i corpi specularmente opposti di Stefania Sandrelli e Maria Schneider. Dal romanzoDonna in guerradi Dacia Maraini. «Il femminismo inizia dove finisce il film» (Scandurra).

martedì 25
ore 17.00 La polizia è sconfitta di Domenico Paolella (1977, 97′)
Un delinquente senza scrupoli semina il terrore a Bologna e il commissario Grifi organizza una squadra speciale per catturarlo. Il veterano Paolella, dopo aver attraversato i generi, fa un’incursione anche nel poliziesco sfuggendo alla serialità sia per l’ambientazione (Bologna, città poco sfruttata) che per l’efferatezza del protagonista, Valli (uno spietato Vittorio Mezzogiorno), e delinea una figura di commissario di raro spessore (un bravissimo Marcel Bozzuffi). Ne risulta un film assolutamente da (ri)vedere per comprendere il clima infelice degli anni Settanta, la strategia della tensione, il problema dell’ordine pubblico e dei confini della legalità: «perfetta esemplificazione di ciò che è l’Italia secondo la copertina di “Der Spiegel”, un piatto di spaghetti con una rivoltella sopra», scrisse all’epoca Tullio Kezich.

ore 19.00 La banda Vallanzasca di Mario Bianchi (1978, 99′)
«Cultissimo poliziottesco a basso costo che segna il trionfo, quasi in ogni scena, delle bottiglie di whiskey J&B che fanno da sponsor non tanto occulto a tutta l’operazione. Come spiegava Giovanni Buttafava: “Il titolo non ha la minima attinenza con la vicenda del film, che è centrata sulla storia di un bandito romano, Roberto, che evade di galera, aiutato da una misteriosa Organizzazione. La solita pornografia cronachistica. L’Organizzazione accoglie Roberto e il suo amico Italo in una casa compiacente: “hanno pensato proprio a tutto”, dice Roberto e prende in mano una bottiglia di J&B. Per conto dell’Organizzazione, i due rapiscono una ragazza e la tengono segregata in un appartamento isolato con un grosso televisore e un set di J&B”» (Giusti). Però, nel finale, il film rivela un’imprevedibile lucidità nel delineare le trame oscure che in quegli anni si celavano dietro fatti di cronaca apparentemente legati solo alle gesta di piccoli criminali.

ore 21.00 Io ho paura di Damiano Damiani (1977, 119′)
«Protagonista del film è il “questurino” Ludovico Graziano, uno dei tanti entrati in polizia “per fame”, tipico esemplare di poliziotto pasoliniano. Il Graziano è anche un poliziotto sui generis: ha una relazione turbolenta con una bella ragazza rossa di capelli e di gusti politici, tipica esponente di quella “buona razza” piccolo borghese, classista e figlia di papà avversata dal Pasolini “pro-celerino”. […] L’impianto del film di Damiani fa hitchcockianamente leva sulla classica figura dell'”innocente” capitato, suo malgrado, dentro un gioco che immancabilmente finisce per stritolarlo» (Uva). Con Gian Maria Volonté e Erland Josephson.

mercoledì 26
ore 17.00 Stato interessante di Sergio Nasca (1977, 110′)
Tre episodi sull’aborto, declinati negli schemi della commedia, soprattutto nel primo episodio milanese, storia di tradimenti e esportazione di valuta in Svizzera con uno strepitoso Duilio Del Prete. Dal nord si scende al sud, nella Sicilia macchiettistica dell’onore ferito, fra intrallazzi politici e panni sporchi da lavare in famiglia (Monica Guerritore e Turi Ferro incarnano la figlia ribelle e il padre politico). In mezzo, una struggente incursione in una borgata romana, dove Enrico Montesano e Adriana Asti tirano a campare: dal riso al pianto il passo è breve…

ore 19.00 In nome del papa re di Luigi Magni (1977, 106′)
Paradossalmente In nome del Papa Re è il film sul ’77 che è mancato al cinema italiano, sulla ribellione giovanile, i rapporti padri-figli, l’uso della violenza come strumento di lotta, il conseguente disagio sociale, la strategia della tensione, e quanto altro. «Chi vuole difendere Magni, prendendo ad esempio gli animosi “bombaroli” del 1867? Gli “autonomi”? I cultori della P. 38? Chi è quel giudice ecclesiastico che, dopo avere scoperto, fra gli accusati, un suo figlio naturale, scopre anche la vera giustizia e si comporta e parla come farebbe oggi un aderente a “Magistratura Democratica”?» (Morandini).

ore 21.00 Presentazione di Silvano Agosti

a seguire Nel più alto dei cieli di Silvano Agosti (1977, 90′)
«Un gruppo di fedeli visita Roma durante l’Anno Santo, una Roma atemporale, deserta, con suoni e colori appena accennati. […] Una panne all’ascensore che li sta portando dal pontefice produce strani effetti. Isolato dal mondo, prigioniero nell’ascensore, il gruppo è preso dal panico. Tutti dimenticano le buone maniere e finiscono col divorarsi a vicenda. […] Nel più alto dei cieli è opera autonoma e originale. Personale è la sapiente scelta dei toni e delle luci, la rarefazione degli ambienti e il ritmo pacato dei dialoghi, l’impiego del sottofondo musicale e della Radio Vaticana, l’ironia che pervade costantemente il racconto senza mai assumere però toni farseschi» (Fegatelli).
Ingresso gratuito

giovedì 27
ore 17.00 Verso sera di Francesca Archibugi (1990, 99′)
«Nel 1977, durante gli anni di “piombo”, Ludovico Bruschi, professore universitario in pensione e comunista “aristocratico”, vive a Roma nel suo villino ai Parioli, servito con devozione dalla domestica Elvira, quando arriva improvvisamente suo figlio Oliviero. Questi è un hippy insicuro e inconcludente, che si è appena separato dalla sua compagna Stella (andatasene con un altro), e gli chiede di occuparsi per qualche tempo della loro figlioletta Mescalina, detta Papere, di 4 anni, la quale sostiene di avere sempre accanto a sé Papere II, il suo doppio, con la quale parla e gioca» (www.cinematografo.it).

ore 19.00 Lavorare con lentezza di Guido Chiesa (2003, 111′)
«Ispirato a fatti realmente accaduti, il film racconta la storia di Sgualo e Pelo, due ragazzi che vivono nella periferia di Bologna, le cui vicende si intrecciano con la storica emittente Radio Alice, la radio del movimento studentesco del ’76-’77» (www.cinematografo.it). «Chiesa infatti si tiene alla larga dalla nostalgia ma si concede una pungente ironia (quegli anni sono così remoti che il prologo rievoca le assemblee del movimento e i relativi leaderini come se fosse una comica muta). E lavora di fino sulle facce, i gesti, gli accenti, le canzoni, i fumetti, i linguaggi della pagina, dei muri e del corpo, perché la Storia al cinema non si scrive con le astrazioni e i personaggi di Lavorare con lentezzahanno, tutti, una qualità elementare quanto rara nel nostro cinema così approssimativo e autoindulgente: la credibilità» (Ferzetti).

ore 21.00 Incontro moderato da Christian Uva con Guido Chiesa, Renato De Maria, Emanuele D’Onofrio

a seguire Paz! di Renato De Maria (2001, 105′)
«Dai diversi contesti in cui Pazienza li cala quali antieroi tragici all’unico territorio filmico in cui De Maria, grazie all’ausilio della tecnologia digitale, li riunisce tutti assieme, Zanardi detto “Zanna”, liceale pluriripetente, Pentothal, fumettista fuorisede e fuoricorso, e Fiabeschi, studente in fragile equilibrio tra amore, esami e un servizio militare incombente, vivono ventiquattro ore delle loro vite sgangherate, dalle quattro del mattino all’alba successiva, nella Bologna del ’77» (Uva).
Ingresso gratuito

venerdì 28
ore 17.00 L’appuntamento (Dove, come, quando?) di Giuliano Biagetti (1977, 91′)
«Piccola pochade fiorentina con Renzo Montagnani al solito volenteroso oltre ogni limite. Impiegato, pensa costantemente di tradire la moglie con la sex bomb dell’ufficio, tale Adelina, interpretata da Orchidea De Santis. Ma, una volta che lei gli avrà dato l’appuntamento agognato, gliene capitano di tutti i colori» (Giusti). Grande ritmo e, in controluce, un ritratto dell’Italia in cerca della normalità tra i fuochi del ’77.

In ricordo di Enrico Maria Salerno
ore 19.00 Presentazione di Vittorio Salerno

a seguire Che notte quella notte! di Ghigo De Chiara (1977, 97′)
«Maurizio, ingegnere di mezz’età, ben sistemato al servizio di un grosso affarista e speculatore, si sveglia nel cuore delle ore buie, nella sua nuova casa dall’arredamento modernissimo quanto disagevole, con un gran peso sullo stomaco» (Savioli). In questa insonne il protagonista (uno straordinario Turi Ferro) coinvolge la moglie (Valeria Moriconi), un medico che vive nello stesso palazzo (Adolfo Celi) e un vecchio amico (Enrico Maria Salerno). Superlativo gioco di attori in una pochade travolgente, orchestrata dall’autore Ghigo De Chiara, alla prima e ultima regia cinematografica.

ore 20.45 Incontro con Marino Masè, Renato Scarpa

a seguire R.A.F. (Reperto Archeologico Filmico) di Maurizio Zaccaro (1977, 14′)
Programmato nel 1978 per quattro giorni all’Obraz di Milano accoppiato aStandard e così presentato:«Il Male, inteso come giornale satirico, evidentemente ha fatto scuola: questi giovani del Collettivo Nuovo Cinema Milanese, ci propongono l’immagine della testata senza badare all’economia. Con stile svelto e con un montaggio pulito questo breve cortometraggio tenta, senza mezze misure, la strada dell’ironia e del grottesco, con esiti non sempre controllati , ma tuttavia dignitosi».
Ingresso gratuito

a seguire Standard di Stefano Petruzzellis (1977, 79′)
«Il film descrive la giornata di quattro tipi inconcludenti, raccolti in tre stanze che una donna a mezzo servizio tenta invano di rimettere in ordine. […] Film sul nostro nulla che riempiamo di comico e violento. Standard segna l’esordio d’un autore da non perdere di vista» (Grazzini). Opera prima (e purtroppo ultima) del ventottenne Petruzzellis, diplomato al Csc, finalista al Premio Rizzoli, è il film che metaforicamente chiude gli anni Settanta preludendo al ritorno nell’alveo rassicurante dell’universo domestico, nel quale si perderà il cinema italiano del decennio successivo. Cast strepitoso: Pier Paolo Capponi, Marino Masè e Renato Scarpa sopra ogni standard…
Ingresso gratuito

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Date/Time
Date(s) - 20/02/2014 - 28/02/2014
All Day

Location
Cinema Trevi

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