TFF, retrospettive e omaggi, da Robert Altman a Sion Sono


29° Torino Film Festival | Una strategia di intercultura?

Scomparso nello stesso anno che l’ha visto vincitore dell’Oscar alla carriera, Robert Altman torna a vivere a Torino con una retrospettiva dedicata ai suoi cinquanta anni di lavoro. Quaranta è il numero dei lungometraggi da lui firmati che saranno presentati al pubblico sugli schermi del cinema Massimo, del Reposi e del Greenwich. In aggiunta ai film più celebri, una selezione dei suoi lavori per le serie televisive statunitensi: un’immersione completa, sostenuta da saggi (editi da “Il Castoro”) e dalla consueta “sfilata” di fotografie negli spazi del Museo Nazionale del Cinema interno alla Mole Antonelliana. Riusciranno le immagini a farsi testimoni dello spirito ironico caratteristico di quest’autore davvero rivoluzionario nello stile e nei contenuti? Indagatore del cinema americano contemporaneo e “decostruttore” di generi e movimenti di macchina, Altman è riuscito a conquistare un ruolo da “narratore veggente” attraverso ritratti graffianti e malinconici – si pensi per esempio ad “America oggi”, vincitore del Leone d’Oro a Venezia, o all’ultimo “Radio America” – dipingendo l’affresco di un popolo disorientato attraverso i volti di Shelley Duvall, Elliott Gould o Donald Suthherland, attori divenuti simbolici nell’immaginario altmaniano e che hanno contribuito a costruire il mosaico di una nazione in crisi e della sua rinascita.

Eugène Green è protagonista della seconda retrospettiva. Originario di New York ma profondamente europeo per l’interesse verso una società occidentale in costante tensione tra classicismo e modernità, inizia il suo percorso produttivo come drammaturgo e scrittore alla fine degli anni Settanta, partendo dall’attenzione verso la musica e il teatro barocco. La sua personalità resta tutta da scoprire sul piano audiovisivo, perché Green esordisce soltanto quest’anno nel cinema con il suo “Toutes les nuites”, un’opera di educazione spirituale che in qualche modo sembra racchiudere lo spirito sia di Flaubert che di Bresson.

Soggetto chiave della sezione monografica “Rapporto confidenziale” sarà invece il regista giapponese Sion Sono che si avvicinò all’arte con la poesia prima dell’esordio alla regia con “Bicycle Sighs” (1990) e divenne celebre con la storia di un serial killer da lui scritta e diretta (“The Room”). Dal 2011, anno che segna la distribuzione del suo “Suicide Circle”, l’opera di Sion sembra pervasa da un’ondata visionaria e provocatoria di ispirazione pop, dove l’horror e la politica si fondono a perfezione con il melò. Da “Guilty of romance”, film presentato nell’ambito del Festival, il suo pubblico si aspetta adesso un invito formale all’interno di una festa privata, quella di una giovane donna debole alla scoperta della possibilità di una doppia vita sul confine dell’immoralità.

Profondamente differente dal lavoro di Sion Sono è la ricerca condotta per la realizzazione del film che aprirà l’evento: si tratta di “Moneyball-L’arte di vincere” di Bennet Miller che sarà proiettato al Teatro Regio (piazza Castello 215) il 25 novembre alle ore 20. Ispirandosi ad una storia vera, il film mette in luce l’abilità di Billy Beane (interpretato da Brad Pitt) e la “rivoluzione” a cui il suo nome è legata indelebilmente nell’ambito della sfera sportiva statunitense. Assunto come general manager della squadra di baseball degli Oakland’s Athletics, infatti, Billy riesce a riportare al successo una squadra che sembrava destinata al fallimento sfidando i limiti imposti dalle disponibilità economiche per merito di un innovativo sistema d’analisi statistica computerizzata messo in rilievo da un giovane studioso di economia. Già presentato al Toronto Film Festival, questo film racchiude in sé una solida idea politica, incentrandosi su un personaggio forte non soltanto sul piano diegetico ma anche su quello simbolico: nella scrittura di Steven Zaillian e Aaron Sorkin, Beane diventa una figura ossessionata dal suo lavoro e in conflitto costante tra il suo passato di “sconfitto” e il suo presente di “vincente” e suggerisce quindi l’idea che nulla sia davvero irrimediabile. Lo spirito di rivalsa è un’arma in grado di sostenere una squadra – e di conseguenza una “collettività” – sfidando ogni tipo di avversità.

Il genere documentario trova invece un comodo cuscino di salvataggio nella regia di Martin Scorsese: all’interno del festival, il film portavoce del genere sarà “Living in the Material World”. Dedicata a George Harrison, quest’opera esce strategicamente puntuale con il decennale della morte dell’ex membro dei Beatles. La gran quantità dei materiali a cui il regista ha avuto accesso consiste in un archivio privato della famiglia con fotografie, filmati e lettere, materiali raggiungibili anche grazie al fatto che Olivia Arias, la moglie di Harrison, è co-produttrice del film. Si presume che la fruizione risulterà poco soddisfacente per i fans più accaniti del musicista a causa di una distribuzione frammentaria dei contenuti e della rappresentazione “sbilanciata” degli avvenimenti sul piano cronologico. Sembra quasi che il requisito primario per la partecipazione a questa edizione del festival sia lo statuto di “prodotto straniero” radicato nel fenomeno dell’intercultura: fanno eccezione “I più grandi di tutti” di Paolo Virzì e “Inconscio italiano” di Luca Guadagnino, due film italiani inseriti nell’eterogenea offerta dell’evento.

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Ilaria Abate

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Date(s) - 25/11/2011 - 03/12/2011
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