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Ciclopi
Sedaris David
Dopo una giovinezza di vagabondaggi e studi, di lavori improbabili e precari, David Sedaris debutta all`inizio degli anni `90 alla National Public Radio leggendo il suo racconto "l diari del Paese di Babbo Natale" ed è subito un successo tanto improvviso quanto esplosivo. L`esilarante narrazione delle sue gesta come elfo natalizio in un grande magazzino di New York, oltre a far ridere fino alle lacrime, fotografa in modo impietoso alcune `icone sacre` del mondo di oggi: il mito del Natale affogato nei consumi, il muto naufragio dei bambini, vittime incolpevoli di questa frenesia insensata, la surreale crudeltà dei rapporti di lavoro, il vuoto e la solitudine che la valanga luccicante di regali non riesce minimamente a nascondere. David diventa una star radiofonica e nel 1994 il primo libro in cui raccoglie le sue storie si rivela un immediato bestseller, e impone definitivamente al grande pubblico questo giovane umorista gay, feroce e umanissimo al contempo, questo osservatore assolutamente singolare delle follie della modernità, dei meccanismi implacabili e selvaggi dei rapporti familiari e personali.
Da allora il culto di David Sedaris non ha fatto che crescere, grazie alla sua `voce` inconfondibile: soavemente oscena, accuratamente smisurata, sulfurea e innocente. Nel suo mondo nessuno è al sicuro e non esistono vacche sacre. In questa raccolta del meglio dei suoi due primi volumi si passa dal racconto `natalizio` che lo ha lanciato, alla sua incredibile esperienza `on the road` con Peg, un`amica tetraplegica, dalle sanguinose scaramucce tra madre e nonna, ai deliri di "Bollettino di Omofobia di Glen", dalla spassosa narrazione di una giovinezza resa surreale da una rassegna impressionante di tic, alle gesta di un gruppo di ragazzini alle prese con un libro porno, tragicamente scambiato per un romanzo realista... Amatissimo dalla generazione di scrittori di punta come Dave Eggers e David Foster Wallace, adorato dal pubblico giovanile (e non) che segue le sue tournée annuali di letture neanche fossero concerti rock, osannato dalla critica, le sue storie - che senza eccessiva modestia Sedaris definisce altrettanti brevissimi "grandi romanzi americani" - hanno dato una nuova, devastante dimensione all`umorismo e costituiscono per il lettore un`esperienza ricchissima, illuminante e - soprattutto - immensamente divertente.
Casa editrice: Mondadori
Anno di pubblicazione: 2003
Cinquant`anni di storia italiana, dalla campagna napoleonica ai moti rivoluzionari del 1848. L`amore di un uomo, Carlo Altoviti, per una donna, la Pisana, volubile e appassionata. La storia romantica - ma anche sottilmente ironica - dei due protagonisti, della loro attrazione e della irrealizzabilità del loro sentimento, fino a un drammatico scioglimento che ricompone i destini.
Casa editrice: Mondadori
Anno di pubblicazione: 2005
Accolto dalla critica americana come un vero caso letterario, "Drown" è l`opera prima di Junot Díaz, dieci racconti che spaziano dai barrios dominicani alle comunità urbane del New Jersey. Storie dure, basate per lo più sull`esperienza dell`autore: padri in fuga e madri piene di grinta disposte a lottare fino all`ultimo per i propri figli; la difficile e ambigua esperienza degli immigrati; una generazione condannata alla violenza, alla povertà, all`incertezza. Protagonisti sono soprattutto gli adolescenti, in un`inconsapevole, confusa attesa dell`evento che cambi le loro vite. Tra droghe, miseria, sesso e cinismo, Díaz compone una piccola epopea ricca di ironia e misurato lirismo, in cui batte un ritmo oscillante tra dolore e gioia, rabbia e perdono.
Casa editrice: Mondadori
Anno di pubblicazione: 2008
Tre romanzi brevi, tre storie, tre peregrinazioni: al centro tre personaggi, veri o fittizi, richiamati in vita da un passato illustre. Un mercante trecentesco trascura le carovane per inseguire la chimera della poesia. Riesce a farsi ricevere da Dante a Ravenna, prende quasi abusivamente parte alla scalata del Mont Ventoux con Petrarca, ritrova Boccaccio a Firenze dopo la peste e salva il "Decameron", quindi scrive di suo un poema in terza rima... Alla vigilia dell`alluvione del 1966, un "filologo di second`ordine" segue le sue tracce nell`archivio della Biblioteca Nazionale di Firenze. Un grande poeta italiano - il cui nome compare solo nell`ultima riga del racconto - attraversa in fuga l`Italia cinquecentesca; tormentato da incubi e ossessioni, varca a piedi l`Appennino e si mette infine per mare verso Sorrento, travestito da pastore, in un impossibile viaggio a ritroso nel tempo e negli affetti. Il professor Hegel di Berlino è al culmine della sua carriera. "Accigliato per la forza interna dei pensieri", insofferente con i due assistenti che lo accompagnano, fa una lunga escursione sulle Alpi bernesi. Sempre incapace d`arguzia, perde la pazienza di fronte a un ritratto del detestato Washington e ricorda senza palpito di pietà la pazzia di un amico di gioventù, Friedrich Holderlin. Cesare De Marchi dà forma a un emozionante gioco letterario in cui il vero flirta con il verosimile e il grottesco, la citazione con l`invenzione, la profondità dell`emozione con il disincanto. Una lingua sensibile, che svaria dall`ironia alla comicità, dalla malinconia allo scatto drammatico e insegue, nell`arazzo del racconto, la follia dei poeti, la gravità del genio, la vanità dell`illusione.
Libro che, a mio avviso, si presta solo alla lettura. Per le scelte linguistiche (peraltro riuscite) che ricreano gli stili del passato; per la brevità delle storie che poco spazio lascia all’immaginazione; per la macchinosità che ho riscontrato soprattutto, ad esempio, nel terzo racconto.
Fatta eccezione per “Insipiens quidam”, gli altri due non mi hanno entusiasmato, né convinto.
Casa editrice: Feltrinelli
Anno di pubblicazione: 2003
In un appartamento scalcinato nella torrida estate newyorchese si aggira, oppresso dalla calura, uno stravagante drappello di emigrate di origine russa: Nina, fragile ex modella che porta la propria ex bellezza con stralunato distacco; Valentina, dolce e generosa come le sue forme abbondanti; Irina, dalla tempra di ferro - non per nulla era un`acrobata e ora è un ricco avvocato - e la figlia, Majka, adolescente caustica... quando si decide a parlare. Le bottiglie di vodka animano una riunione via via sempre più affollata di personaggi bizzarri, che pare più un allegro party che... un addio. Perché di questo si tratta. Il padrone di casa, Alik, pittore geniale, uomo affascinante e soprattutto `artista della vita`, ha radunato presso di sé le persone più care per trascorrere con loro gli ultimi istanti che una malattia fatale gli concede. E riservando a tutti una sorpresa finale, in linea con il suo personaggio imprevedibile, riannoda i fili di quelle esistenze strampalate in cui lui ha giocato un ruolo importante e cui vuol lasciare un testamento spirituale, dimostrandosi tagliente, sarcastico e vivo, anche nel suo ultimo viaggio. Un libro dove la tragedia flirta con la commedia, lo humour e l`ironia. Un romanzo che usa la morte per raccontare la vita, la perdita per raccontare l`amore e l`esilio per raccontare la patria.
Casa editrice: Frassinelli
Anno di pubblicazione: 2004
L’autrice, che ha scritto la sceneggiatura del film Harry ti presento Sally, impiega l’ironia yiddish per raccontare che “il collo comincia ad andarsene verso i 43 anni e tanti saluti”.
Il rito della Manutenzione del corpo tra cerette, tapis roulant, personal trailer… in un mix esilarante alla Woody Allen. E’ la sceneggiatura della vita.
Casa editrice: Feltrinelli
Anno di pubblicazione: 2007
In Russia, dov`era nato e vissuto in età comunista, e in America dov`erano stati pubblicati i suoi libri durante l`esilio finale, Dovlatov è considerato un classico. I suoi romanzi e i suoi racconti sono infatti ritenuti la migliore testimonianza letteraria dell`Homo sovieticus d`epoca poststaliniana. Una situazione che - secondo Dovlatov - produceva una umanità caratteristica, esaltando all`eccesso quel certo anarchismo estetizzante, quel ribellismo individualistico, e soprattutto l`immensa riserva di autoironia propri del popolo russo, o almeno di quello spezzone di Russia in cui Dovlatov si ambientava, fatto di intellettuali e pseudo tali, dalla vita alcolica e picaresca, sempre sospesi tra il dissenso e il desiderio di sbarcare il lunario con il minimo di fatica. Scene di coinvolgente comicità, fatte di quadri staccati tenuti insieme in collages estremamente naturali, volti a rappresentare il caos insito nella condizione umana; storie sempre autobiografiche, allegramente pessimistiche, quasi che la vecchia URSS fosse lo scenario più adatto a esprimere l`assurdo dell`esistenza. Con un`attenzione spasmodica verso il linguaggio reale. Nel "Giornale invisibile" si racconta di ciò che succede tra russi intorno al tentativo di fondare un periodico a New York, per la colonia degli immigrati. Perché l`Homo sovieticus, in patria o in esilio resta tale in realtà, come se fosse, assai più che il frutto di una società storica, una delle alternative dell`essere uomini.
Sergej Dovlatov appartiene a una generazione di scrittori russi la cui vita è stata, se non schiacciata dagli eventi dell`epoca sovietica, compressa e convogliata, loro malgrado, verso il destino dell`emigrazione nella speranza di potere finalmente pubblicare. Solo una volta altrove, lontano dalla madre patria, essi hanno scoperto l`amaro rovescio della medaglia: nella nuova realtà di emigrati veniva loro a mancare il pubblico dei lettori cui naturalmente le loro opere erano rivolte. Con l`emigrazione, infatti, svanivano i punti di riferimento, si smarriva l`identità e diventava assurdo fare le cose che si sapevano fare, come scrivere di cose russe, in russo e per dei lettori russi: una condizione che Dovlatov sintetizza con la formula felice di un perenne "camminare a testa in giù".
È questo il paradosso che lo scrittore racconta nel Giornale invisibile, un`opera che aggiunge un altro tassello alla storia degli scrittori russi, nati come Dovlatov negli anni quaranta. Prendendo spunto da un episodio autentico della sua vita, l`autore ricorda il tentativo di fondare a New York un giornale russo per gli emigrati, ripercorrendo le vicende accadute e apportando solo qualche modifica ai nomi del giornale ("Lo specchio" nel romanzo, "Il nuovo americano" nella realtà) e dei suoi compagni nell`impresa.
La connotazione autobiografica è una costante della prosa dovlatoviana. La vita dell`homo sovieticus è di per sé un materiale così ricco di spunti che lo scrittore non sente il bisogno di inventare nulla. Con una laconicità che, secondo Josif Brodskij che gli fu amico, apparenta la sua scrittura alla lapidarietà della poesia, Dovlatov ricostruisce un mondo, quello degli scrittori o presunti tali, sempre sospesi tra ispirazione artistica e delirio alcolico, grandi ideali e compromessi con la realtà.
Al testo principale del romanzo si alternano di tanto in tanto dei brandelli (brani di taccuino intitolati Solo per Underwood) che costituiscono delle microstorie incastonate. Sono annotazioni ironiche che mettono in rilievo assurdità e paradossi (anche linguistici) e in cui affiorano continuamente reminiscenze dell`universo sovietico.
Benché l`antieroe, alter ego dell`autore, viva in America come se fosse in Russia, è grato al paese che l`ha accolto, ne apprezza i valori e dimostra di sapere cogliere il fascino che la metropoli esercita su di lui e che nasce da una combinazione di elementi nuovi e apparentemente bizzarri, soprattutto se rapportati alla realtà sovietica che è il suo principale punto di riferimento: "New York è un camaleonte (…) è serenamente affabile e mortalmente pericolosa (…). La sua estetica ha le tonalità di una catastrofe ferroviaria (…). È stata creata per vivere, per lavorare, per divertirsi e per morire". Forse lo scrittore ha il presentimento che New York sia la sua ultima meta (vi morirà a quarantanove anni nel 1990) quando scrive: "Da qui si può scappare solo sulla luna".
Il segreto di Dovlatov non è solo quello di poter scrivere di qualsiasi cosa in maniera interessante (come ha osservato il poeta e critico letterario Lev Losev), ma è anche quello di una narrazione basata sull`understatement che fa sì che, anche quando lo scrittore parla di sé e dei suoi amici, la sua prosa non risulti mai autocelebrativa e conservi invece un mirabile equilibrio grazie all`(auto)ironia.
Giulia Gigante
Casa editrice: Sellerio
Anno di pubblicazione: 2009
Pulsatilla è l’autrice e la protagonista di questo libro: la Ballata delle prugne secche, diario ironico di una 26enne foggiana, prende le mosse proprio dall’inizio della sua biografia, da quando, ancora nel grembo della madre, tutti pensavano fosse un bel maschietto: il cordone ombelicale era stato scambiato, nelle ecografie, per un pene! Inizio tormentato, seguito da un’infanzia non da meno: figlia unica di genitori di sinistra e che litigavano furentemente. A 4 anni il padre le spiega come nascono i bambini e a 12 gli srotola un preservativo davanti agli occhi. Ma Pulsatilla cresce anche a suon di colonie estive, campi scout e “consumo critico”, ovvero: niente carne, niente pesce, niente mozzarella e niente tv. Tagliata fuori dalle discussioni dei suoi compagni di classe, Pulsatilla trova da fare di meglio, come rollarsi una canna insieme alla madre in cucina. Genitori moderni, i suoi, che fanno di tutto per recuperare un rapporto e un dialogo con la figlia, difficile da conquistare. Dopo anni di liti furenti, i genitori, infatti, si separano: inizia la spola di Pulsatilla tra la casa della madre (iper ordinata!) e quella del padre (iper disordinata!).
Pulsatilla è sempre stata una bambina strana: invece di giocare con le bambole, si divertiva a picchiare Spumone («Mio dio com’era grassa quella bambola! Grassa e brutta! E aveva un faccione da schiaffi! Mi vengono i nervi solo a pensarci. L’avevo ribattezzata Alice e la prendevo a schiaffi. Alice? Sbam! Alice? Sbaa-bàm! Poi la mettevo a centrocampo come un pallone e la riempivo di calci»). Impertinente e dispettosa, Pulsatilla si diverte a prendere in giro genitori e zie, chiedendo loro regali assurdi ed introvabili. A dieci anni iniziò a dedicarsi ad altro: «giocare allo chef e masturbarmi».
Pulsatilla cresce, con l’adolescenza arriva il primo ciclo mestruale e con esso la felicità di essere finalmente donna; poi la fase anoressica: la consapevolezza di non essere bella e magra come altre coetanee e la voglia di scomparire. Nel libro, un mini prontuario (ovviamente ironico) con i trucchi del mestiere per schivare controlli di madri e amici in tutte le occasioni (alle feste, in discoteca, al pub, al ristorante, alle feste comandate, ecc.) e abbandonarsi serenamente alla malattia.
Pallida, smunta e senza forze, Pulsatilla riesce a diventare anoressica. Proprio in quel periodo, conosce Peppe, il suo primo ragazzo. Anche in questo caso l’autrice-protagonista sfodera la sua ironia, raccontando in brevissimi paragrafi le prime esperienze sessuali in un linguaggio che non ha alcun freno inibitore.
Dopo Peppe, arriva Franchino e poi gli uomini “virtuali”. È il 1995 e Pulsatilla scopre internet e quindi le chat. La chat diventa la sua droga: trascorre notti intere davanti al Pc, prima s’innamora di James, ragazzo canadese conosciuto in chat; poi tocca a Steve, in contatto da Londra; dopo, approfittando dell’assenza della madre, negli Usa per lavoro, ospita a casa Federico_76, altro ragazzo “virtuale” che per tre settimane diventa il suo zerbino.
Nel 1999 Pulsatilla ha 18 anni e decide di andare, per la seconda volta, in Inghilterra, con la speranza di incontrare uno dei suoi uomini conosciuti in chat. Alla fine farà coppia con “Pappetta di pollo”, il nipote della signora che le aveva affittato la stanza a Londra. Qualche mese di andirivieni tra l’Italia e l’Inghilterra e poi la fine della relazione. Era la fase freak: «Portavo capelli a mazzetti, una frusciante gonna di raso viola sotto il malleolo, campanelli, sbavature kajal intorno agli occhi e ogni sorta di chincaglieria che mi si attaccava addosso con potere magnetico. Freak era la definizione che davo io, mia madre diceva che sembravo una vedova indiana che si era appena data fuoco».
Fuggi da Foggia è invece il capitolo, a metà libro, in cui Pulsatilla si sofferma sulla sua città: la provincia, la delinquenza e la mancanza assoluta di forze dell’ordine; il dialetto assurdo ed incomprensibile, la gastronomia. Un lungo elenco di termini, ricette, aneddoti e luoghi comuni.
Casa editrice: Castelvecchi Editore
Anno di pubblicazione: 2006
Nella notte hanno tentato un furto in comune, ma la guardia Firmato Bicicli non ha visto nulla. Invece, quando al gruppetto dei curiosi accorsi davanti al municipio s`avvicina Anna Montani, il maresciallo Accadi la vede, eccome: un vestito di cotonina leggera e lì sotto pienezze e avvallamenti da far venire l`acquolina in bocca. Da quel giorno Bicicli avrà un solo pensiero: acciuffare i ladri che l`hanno messo in ridicolo e che continuano a colpire indisturbati. Anche il maresciallo Accadi, da poco comandante della locale stazione dei carabinieri, da quel momento ha un`idea fissa. Ma intorno alla bella modista e al suo segreto ronzano altri mosconi: per primo Romeo Gargassa, che ha fatto i soldi con il mercato nero durante la guerra e ora continua i suoi loschi traffici; e anche il giovane Eugenio Pochezza, erede della benestante signora Eutrice nonché corrispondente locale della "Provincia". Il romanzo è centrato su una protagonista femminile vitale, ambiziosa e sensuale, un po` furba e un po` ingenua. Intorno al suo frequentatissimo atelier, tra cognac doppi e partite a scala quaranta, si muove e si agita tutto il paese: dal sindaco Balbiani con il segretario comunale Bianchi, giù fino al trio di giovinastri composto dal Fès, dal Ciliegia e dal Picchio, passando per l`appuntato Marinara, che deve rimediare alle distrazioni del superiore, e poi le misteriose titolari della farmacia Gerbera e Austera Petracchi, la cuoca di casa Pochezza e sua figlia Ersilia, lo spazzino Oreste e il messo Milico...
La capacità narrativa di Andrea Vitali è ormai cosa nota. Dopo il successo di Olive Comprese, La figlia del podestà e Un amore di zitella - solo per citarne alcuni – questo nuovo romanzo conferma il suo talento. Che sia il medico condotto di Bellano si capisce, non solo leggendo i ritratti che fa dei suoi concittadini, ma anche gustando una serie di particolari legati al territorio: le case, le stradine battute e l’aria che tira sul lungolago. Una vita immersa nel suo piccolo mondo, all’interno del quale Vitali dipinge il ritratto di una società complessa e articolata, capace di contenere la varietà e l’universalità italiana.
La giostra dei personaggi, anche in questo caso, è ricca e colorita. L’immancabile appuntato dei Carabinieri in continua combutta con il nuovo maresciallo, il prevosto e il suo sostituto, l’oste, lo spazzino, faccendieri e traffichini, giovinastri che vagano nelle notti d’inverno, serve e cuoche, guardie e ladri. Come il gioco che si faceva da bambini, quando i buoni e i cattivi si stabilivano di volta in volta in base al caso, La modista porta un sottotitolo che suona a tutti familiare: “un romanzo con guardia e ladri”. La guardia, per l’appunto, è Firmato Bicicli, un povero diavolo che durante il ventennio aveva dapprima indossato la camicia nera e poi quella rossa, senza mai comprenderne la differenza, e che ora, negli anni difficili della ricostruzione, aveva ottenuto per intercessione del sindaco, la divisa di guardia notturna. Servizio di vigilanza privata, si direbbe oggi, pagato dai commercianti del paese. I ladri forse ci sono, forse no. Certo il Fès, il Ciliegia e il Picchio rincasano troppo tardi ultimamente, ma questo non prova niente… Il maresciallo Accadi ci perde la testa. Lui, siciliano tutto d’un pezzo, non può permettersi di fare la figura del fesso agli occhi del capitano che sta a Lecco e dell’appuntato Marinara, il quale non perde mai l’occasione di deriderlo, ha i suoi informatori in paese, sa e non parla… E poi c’è la modista, Anna Montani: bella, florida, piena di curve e avvallamenti, vedova, forse. Un’infanzia a lavorare la terra, l’adolescenza a servizio in casa di signori e poi il matrimonio con quel Raimondi, partito per la campagna di Russia e mai più tornato, forse disertore, forse disperso… magari morto. E nell’attesa quelle curve e quegli avvallamenti rischiano di sciuparsi dietro alla vetrina del suo atelier di stoffe, cappellini e foulard francesi.
Storie che si intrecciano, tenute insieme da piccoli e grandi interessi, in una società che si prepara al boom degli anni sessanta. La modista cerca un buon partito, i bottegai cercano protezione, il sindaco scambia favori con altri favori, tutto il paese si prepara ad uscire dalla crisi. Una piccola umanità in fermento, ma senza dei veri progetti, senza visione del futuro, solo quotidiane battaglie, fatte di qualche ingenua furbata, qualche disegno sconnesso. Un vai e vieni che si risolve nella solita storia di sempre, con qualche sorpresa, un po’ di ironia e il lago che bagna le esistenze.
Un romanzo che diverte e fa riflettere, come un vecchio film neorealista. Un libro capace di suscitare la nostalgia di un passato semplice nelle sue dinamiche, di personaggi umili e onesti le cui storie appartengono ormai all’immaginario collettivo. Un patrimonio di ricordi e d’identità che Andrea Vitali, abilmente, riporta alla luce, restituendogli dignità con brillante ironia.
Casa editrice: Garzanti
Anno di pubblicazione: 2008
Le protagoniste di "Le lune di Giove" sono donne a una svolta: una svolta dell`età o del gusto, della rabbia o della passione, una delle piccole o grandi svolte quotidiane che plasmano le vite e i caratteri, e che potrebbero forse passare inavvertite non fosse per l`intelligenza vivida e acuminata che le individua e le svela. Per molte di loro la svolta è amorosa, e in qualche raro caso la reazione rabbiosamente solutiva.
La protagonista di "Agganci" replica al commento sarcastico del marito su una zia che solo lei si sente in diritto di disprezzare con il lancio stupefacente di una torta al limone nel suo piatto di pirex. "Anch`io ero stupefatta del resto" osserva poi. "Che quel che la gente trova di solito esilarante si rivelasse un verdetto tanto sconvolgente nella vita vera". Piú spesso il verdetto è meno teatrale ma ugualmente definitivo. La rinuncia di Valerie al gioco della seduzione viene cosí commentata in "Festa di fine estate": "Il suo modo di vivere, la sua persona, ricordano all`interlocutore come l`amore non sia né buono né onesto e come non contribuisca alla felicità della gente in maniera affidabile". Ma non c`è alcuna autocommiserazione nella rinuncia; semmai una buona dose di pragmatismo: "La decisione da prendere in fondo si riduce a questo: vuoi essere pazza oppure no? Personalmente, mi manca l`energia, la semplice ardente volontà di rimanere pazza a lungo"; un autentico sollievo: " Quando cominci veramente a lasciar perdere, succede cosí. Ti parte dentro una fitta di dolore segreta, inaspettata. E subito dopo, un senso di leggerezza. Vale la pena rifletterci, sulla leggerezza"; la complicità che riscatta le cognizioni di cui volentieri si farebbe a meno: "Il cuore delle mie fantasie, quel momento in cui ci si abbandona all`assalto che di sicuro metterà fine a tutto ciò che si è stati prima. Ostinata credenza da vergini questa, nel potere assoluto di una storia; qualsiasi moglie con un po` di esperienza potrebbe dirvi che cose del genere non esistono". E l`imperativo categorico di non voltarsi mai indietro: "Quanto alla vita che è sepolta qui, meglio pensarci su due volte, prima di rimpiangerla".
Casa editrice: Einaudi
Anno di pubblicazione: 2008
Perle ai porci. Diario di un anno in cattedra. Da carogna
Perboni Gianmarco
Settembre il giorno della prima campanella. Il professor Perboni prende servizio come docente di Lingua e letteratura inglese all`Istituto tecnico De Bernardi nel corso C. Il più ostico, a detta della vicepreside. Un corso come tutti gli altri, è convinto Perboni, lui che con svariati anni di insegnamento alle spalle, prima da precario, poi di ruolo - conosce bene gli studenti italiani di oggi. Una generazione scoraggiante, irrecuperabile, bovinamente supina. Ragazzi che, in cima alla scala delle proprie aspirazioni, pongono quella di partecipare ad Amici e, al secondo posto, "almeno conoscere qualcuno che abbia partecipato ad Amici". Adolescenti viziati da genitori disposti a procurare certificati medici fasulli che consentano di uscire dall`aula per andare in bagno ogni dieci minuti, e pronti a denunciare l`insegnante al primo brutto voto (non importa se meritato). Allievi ormai resi incontrollabili da docenti sempre più demotivati, confusi - troppo entusiasti o troppo negligenti e fiaccati da uno stipendio ridicolo e da obblighi burocratici assurdi e contraddittori. Ma Perboni non teme più nulla perché ha messo a punto il suo personale metodo da carogna... Questo romanzo è il diario di un anno di scuola. E, raccontando interrogazioni da purga staliniana, inquietanti consigli docenti e surreali colloqui con i genitori, insinua nel lettore il sacrosanto sospetto che il quadro della scuola dipinto da Perboni rispecchi perfettamente la disperante realtà delle aule italiane.
Perboni torna in cattedra. Questa volta però non si tratta del maestro elementare di deamicisiana memoria, ma dell’anonimo professore di un istituto tecnico dei nostri giorni, che ha scelto come pseudonimo il nome del maestro per “eccellenza”. Insegnante non di primo pelo ma con un’esperienza di oltre vent’anni, il novello Perboni racconta la scuola d’oggi in un diario ironico e appassionante, che si legge come un romanzo. Nato da un blog di “appunti disorganizzati per trovare ancora un senso alla scuola”, Perle ai porci è il resoconto di un anno tra i banchi, da settembre a luglio, raccontato in prima persona da chi siede al di là della cattedra. Un libro in cui nomi e luoghi sono di fantasia, ma eventi e circostanze sono assolutamente reali, e da cui scaturisce un ritratto a tutto tondo dei giovani d’oggi e del loro mondo, a tratti spassoso a tratti scoraggiante. Insieme agli studenti, anche docenti, presidi e genitori si affollano in un racconto spesso irresistibilmente comico, venato della disillusione e del cinismo di chi ormai non si sorprende più di nulla. Perché Perboni è un professore appassionato che per sopravvivere ha saputo sviluppare un metodo personale di lavoro che a volte lo trasforma, agli occhi degli studenti, in una vera e propria “carogna”.
Come non sorridere leggendo le pagine in cui Perboni espone la tattica infallibile per dissuadere la studentessa “che trascorre più tempo seduta sul cesso che sulla sedia dietro al banco” a richiedere l’ennesima visita alla toilette. E che dire del capitolo in cui, incarnando il perfetto perfido insegnante, spiega come cogliere di sorpresa lo studente meno preparato e trascinarlo alla cattedra per un’interrogazione rigorosamente non programmata proprio quando era ormai convinto di averla fatta franca. Per non parlare dei colloqui con i genitori che molto spesso se ne escono con dichiarazioni a dir poco disarmanti tipo: “Capisce professore, alla scuola mio figlio può dedicare solo ritagli di tempo dagli allenamenti. D’altra parte il calcio è un impegno importante, da prendere seriamente”, oppure: “Tutti quattro? Ma mia figlia mi ha detto che aveva tutti otto! È sicuro di non sbagliarsi lei?”.
Ecco alcuni esempi di ciò che possiamo leggere in queste pagine che ci trascinano nel vivo del gran “circo” della scuola italiana che non smette mai di sorprenderci e farci riflettere, seppur con un amaro sorriso.
da Ibs
Casa editrice: Rizzoli
Anno di pubblicazione: 2009
Le donne che tessono la trama di questi otto racconti sono spesso osservate nel punto di svolta della loro vita. Avvenimenti dimenticati, sogni ad occhi aperti, incontri fortuiti squarciano all`improvviso l`orizzonte e ci conducono in territori lontani e di frequente ignorati. Il sogno d`amore che Louisa vive in tempo di guerra e che viene infranto quando la vita riprende il suo pacato ritmo quotidiano riaffiorerà con forza in un momento inaspettato. L`intraprendente Gail assume una nuova identità per scoprire cosa le ha sottratto un rapporto che credeva assai radicato. Durante una gita, una delle ragazze di un college femminile scompare misteriosamente. Non verrà più trovata, ma qualcuno sarà in grado di decifrare l`enigma legato alla sua sparizione. Così le emozioni profonde annidate nell`animo dei personaggi cercano la loro strada sotterranea, nella complessità dei rapporti umani, per emergere alla coscienza in improvvisi lampi di luce e diventare segreti svelati.
Casa editrice: Einaudi
Anno di pubblicazione: 2008
Illustre capostipite dei manifesti femminili del Novecento e primo brillante intervento della Woolf sul tema "donne e scrittura", questo scritto è un piccolo trattato ironicamente imaginifico, personalissimo nella misura tesa di toni e motivi: il "conversational", le proiezioni letterarie, l`analisi sociale, la satira. Il `leitmotiv` della stanza, grembo e prigione dell`anima femminile, si allarga fino a comprendere tutti i luoghi della dimora umana: la natura, la cultura, la storia e la "realtà" stessa nella sua inquietante ed esaltante molteplicità. "Saggio narrativo" tipico della originale e multiforme produzione saggistica di Virginia Woolf, "Una stanza tutta per sé" affronta, in modo ironico e pieno di vita, di ragione e senso critico nutrito dalla forza delle emozioni, il tema della creatività femminile e quindi della rivendicazione `femminista` dei diritti delle donne. Sulla scia di S.T. Coleridge, la Woolf afferma la superiorità creativa della mente androgina ed esprime, in toni amari e risentiti contro i privilegi maschili, una genuina indignazione per il ruolo subalterno cui era costretta la donna intellattuale del suo tempo, e la donna in genere - a meno che non avesse la fortuna di avere una `stanza tutta per sé` ovvero una rendita che le permettesse di essere liberamente creativa. Lucida analisi dell`essere scrittrice in una società in cui il dominino convenzioni repressive che riducano la donna a madre, sorella o figlia, la Woolf, intessendo un colloquio ideale con grandi scrittori come Montaigne, John Donne, T.S. Eliot e Lukacs, ci conduce in questo saggio alla ricerca di un punto di equilibrio interiore, di un momento di bellezza e verità.
Casa editrice: Newton Compton
Anno di pubblicazione: 2004
È l`inizio di una nuova razza. Perché è meglio. Perché non è importante amare. È importante non soffrire. È imperativo eliminare gli effetti collaterali. Tutto escludendo ogni informazione. Josephine è oltre il pensare. Lei e gli altri devotamente ignorano. Ha saltato tutte le generazioni. Questa è la vera novità. Saltano anche la propria. Non conosce i Queen, ma nemmeno i Radiohead. Kurt Cobain è un`ombra e i Beatles un nome che ha sentito ma che non associa a nulla. Nulla. La Francia è la più grande democrazia del mondo perché l`ha detto qualcuno. Il 1968 è l`anno prima del 1969, Jean Lue Godard e Michel Gondry sono solo due nomi, forse due patrioti della rivoluzione francese. Josephine è con gli altri. Ognuno su una scialuppa, da soli, mentre la barca si allontana, e li lascia in mare aperto. Avenue du 8 mai 1945, numero 25. Millenovecentoquarantacinque. Il giorno dell`inizio di una guerra. 0 della sua fine. 0 della morte di qualcuno. Non Napoleone, quello è più vecchio. No. Sì, è più vecchio. Basterebbe chiedere a tuo nonno, Josephine. È ancora vivo, lui saprebbe. Parlare con il nonno, parlare veramente. Farsi raccontare la guerra. Parlare con qualcuno. Aprire un libro. Sognare qualcosa. No, niente. Napoleone, 1945. Napoleone è morto, i nazisti l`hanno esiliato. Poi gli hanno sparato. Ascoltava i Radiohead mentre lo portavano via all`Isola d`Elba, sul fiume. "Young Europe" è una storia che ferisce in profondità. Scioccante, ironica.
Casa editrice: Aliberti
Anno di pubblicazione: 2010
Nabil si sente insultato, quando Aldo lo chiama "zamel", frocio, dopo aver fatto l`amore con lui. Reagisce con violenza, lo uccide. Un epilogo tragico della nuova vita in Tunisia che Aldo aveva sognato come rifugio per sé, omosessuale che si riteneva "sbagliato". Tra grigliate di pesce, incroci di sguardi amorosi e chiacchierate sulla spiaggia, l`amico Edo aveva tentato di convincere Aldo che non, esiste colpa o malattia, ma una libertà sessuale da affermare, diritti da acquisire. Gli aveva ricordato storie di repressione e autorepressione: Wilde, Pasolini, Whitman, Pavese, Montale. Ma i fantasmi culturali di Aldo sono duri a morire.
da "La Recherche"
[...] “Zamel” è incentrato, principalmente, su uno scambio sia orale che epistolare tra due amici gay incontratisi in Tunisia, l’uno, Edo, felice della sua vita e studioso della cosiddetta cultura gay, fatta da autori di cui molti conoscono le opere ma ne ignorano la vita privata, che però spesso traspare dalle pagine dei loro libri, come il Gadda, Whitman, Pavese o Montale; l’altro, Aldo, invece vive permeato della sotto-cultura da retrobottega che vuole i gay come finte donne che devono stare nascoste ed accontentare di soppiatto i maschi, cosa che funziona benissimo in Tunisia, dove la visione ancestrale della divisione dei sessi chiude un occhio sui rapporti tra uomini, a patto che il tunisino si comporti da maschio, usando il turista bianco, come succedaneo della donna. Così Aldo, omosessuale, ma pregno dell’omofobia respirata a pieni polmoni in Italia, in famiglia e in società, si sente realizzato in un ambiente dove l’omosessualità viene vissuta come tabù, non se ne parla, nessuno è omosessuale, ma è assai facile portarsi chiunque a letto, proprio perché è una cosa che ufficialmente non esiste. Edo cerca di spiegare all’amico quanto sarebbe più giusta una società in cui non vi fossero disparità di trattamento in base all’orientamento sessuale, egli illustra come l’omofobia si respiri, vi si sia immersi e quanto sia perniciosa per la sana crescita morale ed intellettuale degli individui, omosessuali e non. [...] Un libro socialmente utile, ben orchestrato anche dal punto di vista della costruzione narrativa; è attraversato da un’ironia spesso graffiante nei confronti di un sistema sociale iniquo e diseguale nei diritti; a tratti divertente e addirittura spiritoso nelle parti dei dialoghi tra Aldo e Edo, anche se i temi trattati, sia relativamente alle vicende personali di Aldo, che a quelle del movimento gay di lotta per la affermazione dei propri diritti affettivi, lasciano ben poco spazio alla retorica o alla risata...
Casa editrice: Marcos y Marcos
Anno di pubblicazione: 2009
Formare nuovi protagonisti della “società della conoscenza”, in grado di spaziare nei territori contemporanei della comunicazione e confrontarsi con il continuo evolversi delle tecnologie, delle professioni e della società.
La radio della Sapienza Università di Roma è uno spazio di pensiero e movimento sociale che, valorizzando il passato, vive nel presente e si rivolge al futuro.
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Giunto alla 67a edizione, è il festival cinematografico più antico del mondo. Il premio principale che viene assegnato è il Leone d`Oro, considerato uno dei più importanti dal punto di vista della critica cinematografica. Venezia 1-11 settembre.