Il documentario sui 65 anni dell’ Anac applaudito alla Festa del Cinema

L’ Associazione Nazionale Autori Cinematografici ha festeggiato i suoi 65 anni alla Festa del Cinema di Roma con un documentario realizzato da un folto gruppo di giovani dell’Anac e di Cinemonitor  (Piero Balzoni, Valentina Leotta, Emanuela Moroni, Paolo Tommasini, Anna Zanconato) coordinati da Roberto Faenza: un’ opera collettiva, ideata e coordinata da Alessandro Rossetti.
Presentata in una versione ancora non definitiva,  prodotta da Anac e Capetown in coproduzione con l’Istituto Luce Cinecittà e in collaborazione con Rai Cinema, Cineteca Nazionale del Centro Sperimentale e l’Archivio Audiovisivo  del Movimento Operaio e Democratico.
“65 volte Anac”  è il titolo di questo lavoro, realizzato con testimonianze inedite di Carlo Lizzani, Citto Maselli, Cecilia Mangini, Ugo Gregoretti e altri storici soci dell’Anac, presentato in una affollata sala Petrassi che ha visto tra il pubblico anche molti giovani spettatori oltre all’amministratore delegato dell’Istituto Luce Roberto Cicutto, il Presidente di Roma Lazio Film Commission, Luciano Sovena e la Responsabile della Sovrintendenza Archivistica del Lazio, Maria Emanuela Marinelli.  Alla fine della proiezione all’ incontro moderato da Mario Sesti, Alessandro Rossetti  ha illustrato l’impegno decennale  che nasce dalla volontà di valorizzare l’eccezionale memoria  conservata nell’Archivio dell’Anac al quale  il Mibact  ha  assegnato il riconoscimento  di “particolare importanza storica”.  Giuliana Gamba ha spiegato che il lavoro finale sarà formato da quattro puntate di un’ ora circa.  Giacomo Scarpelli ha ricordato come l’Anac non sia mai stata un’associazione corporativa formata da artisti  che rivendicavano i loro privilegi, bensì formata da grandi personalità che si erano messe al servizio di battaglie civili e politiche nazionali e internazionali, spesso ponendo in secondo piano gli interessi professionali. Il presidente Francesco Ranieri Martinotti, partendo dalle storiche battaglie per la difesa della libertà di espressione e del “cinema delle idee”, ha parlato di quanto l’associazione negli ultimi due anni abbia fatto per migliorare una legge che garantisca lo sviluppo di un cinema italiano indipendente e d’autore.

Conan la leggenda. Un corposo e competente saggio restituisce a Conan quel che è di Conan.

In libreria per i tipi di Odoya, Conan la leggenda di Enrico Santodirocco analizza il personaggio creato dal maestro dello Sword and Sorcery Robert E. Howard e magnificato al cinema da John Milius. Presentiamo il prezioso volume attraverso una corposa intervista a Santodirocco, autore di un saggio-guida perfetto per addentrarsi in un universo nel suo genere unico per coesione e capacità di fascinazione.

Conan la leggenda mette insieme l’accuratezza della ricerca e un serio studio filologico per analizzare un personaggio che attraversa letteratura, cinema, fumetto e molto altro. In che modo hai armonizzato i diversi metodi analitici?
Dalla sua nascita Conan ha cambiato pelle di continuo, passando dalla narrativa classica a quella a fumetti, poi al cinema, alla TV, divenendo, in ultimo, anche un fenomeno di merchandising. Ho pertanto provato a dare il giusto spazio a ogni vita vissuta dal cimmero, cercando, ove possibile, di segnalare le interconnessioni che legano le varie arie tematiche. Quando, ad esempio, ho affrontato la vita dell’autore, ho puntato a sottolineare le esperienze che hanno contribuito alla nascita del suo personaggio più fortunato; nei fumetti, ho indicato quali racconti di Howard sono stati adattati e con che differenze; nel cinema, le influenze delle storie, sia a fumetti che letterarie, sulla produzione delle pellicole, senza rinunciare a dire quanto del materiale su Conan è stato portato in Italia. In appendice, infatti, ho fornito il libro anche di una guida che descrive quali racconti o storie a fumetti sono contenuti in un dato libro o albo.

Conan la leggenda è un libro insolito per il panorama editoriale italiano. Da dove nasce l’idea e come hai lavorato con Odoya?
In un periodo in cui il genere fantastico gode di tanta popolarità, ho trovato quantomeno bizzarro che non ci fosse in libreria un testo su un personaggio così iconico e fondamentale per la letteratura popolare. Ecco perché, mosso dalla passione per il personaggio e consapevole di avere abbastanza materiale per avventurarmi in un’impresa simile, ho deciso di cimentarmi nella stesura di un saggio che lo raccontasse in tutte le sue forme, permettendo anche al giovanissimo di orientarsi nel vasto universo di Conan e all’appassionato di scoprire qualcosa di nuovo su di lui. Un modo, nel mio piccolo, per puntare ancora una volta i riflettori sul barbaro e dargli l’importanza che merita.
Odoya è stato l’editore, cui mi sono rivolto per dar vita alla mia idea. Essendo un’autorità nell’ambito della saggistica, ho inviato loro il mio manoscritto, nella speranza che potesse trovare spazio nel loro prestigioso catalogo. Dopo la firma del contratto, ho fornito Mauro Cremonini, il bravissimo grafico e supervisore del mio lavoro, di una ricca gallery d’immagini, frutto di una lunga ricerca iconografica. A queste immagini Odoya ne ha aggiunte altre, andando a creare il testo che trovate nelle librerie. Siccome anche l’occhio vuole la sua parte, per la copertina, ho segnalato a Mauro il nome di Gerald Brom, un illustratore internazionale che si fece un nome per il suo stile “alla Frank Frazetta” sperando di poter ottenere uno dei suoi lavori. Così è stato.

Il tuo libro è in parte anche la biografia di un autore fondamentale per il fantastico. Quali sono stati gli studi di riferimento?
Non si poteva affrontare Conan senza prima ricostruire la vita del suo creatore. Per farlo, mi sono avvalso di numerose fonti. Tra queste, le principali sono state Conan the Phenomenon, il saggio di Paul Sammon, e Blood and Thunder: the life and art of Robert Howard di Mark Finn. Per quest’ultima devo ringraziare Roberto Luppi un appassionato del personaggio che ha provveduto a fornirmi estratti e traduzioni del libro. Ho cercato, però, di non farmi mancare nulla, quindi ho consultato anche vecchi redazionali di libri o fumetti e, per aver un’idea più intima dello scrittore, visto lo splendido film, Il mondo intero, tratto dall’opera di Ellis Novalyne Price One Who Walk Alone.

In Italia penso all’interesse dimostrato da Pilo e Fusco, ma non mi viene in mente molto altro… Com’è il rapporto tra Howard e il nostro Paese?
Se si guarda ad Howard attraverso la sua opera più rappresentativa, il rapporto non può che dirsi solido e direi anche di lunga data. L’Italia è un Paese che ha amato e continua ad amare profondamente Conan. Oltre ai citati Pilo e Fusco, bisogna ricordare che la produzione cinematografica di Conan il barbaro e Conan il distruttore era di Raffaella e Dino de Laurentiis, che la colonna sonora di Yado era di Ennio Morricone, che i primi videogiochi usciti su Conan (delle avventure testuali) erano stati realizzati da italiani. Ancora, che il recente gioco da tavola L’era di Conan è della Ares Games, una casa editrice italiana, senza dimenticare i numerosi fumetti che nel periodo in cui nacque la suddivisione italiana della Marvel videro la luce grazie al talento di autori e disegnatori del nostro Paese. Forse non sono in tanti a saperlo, ma la Yorick Fantasy Magazine, una rivista dedicata al fantastico, pubblicò ben due raccolte ufficiali, vale a dire con la licenza della Conan properties, di racconti dedicati a Conan, con i titoli di Nel segno di Conan e il Ritorno di Conan d’Ausonia. Lo stivale tricolore è quindi stato dietro al processo produttivo d’innumerevoli lavori sul cimmero e la nascita di gruppi sui social dedicati a Conan e allo Sword and sorcery, come Italian sword and sorcery, testimonia che l’interesse del nostro Paese nei confronti del barbaro è più vivo che mai.

La parabola cinematografica di Conan è piuttosto particolare. Dal capolavoro di Milius si arriva ad un remake tutt’altro che riuscito passando per le variazioni di Fleischer. Come affronti questo aspetto nel tuo saggio?
Nel mio saggio ho cercato di tratteggiare la storia cinematografica di Conan, prestando attenzione alla produzione di ogni pellicola, delineando la trama e i riferimenti letterari e fumettistici, lì dove presenti, e offrendo uno sguardo anche ai progetti naufragati o futuri. Ho provato anche a dare spazio alle produzioni minori o, addirittura, fan made che, pur avendo mezzi modesti ed esiti mediocri, hanno ciò che tante grandi produzioni troppo spesso perdono, il cuore e la passione.

Qual è il rapporto tra il fumetto classico e le declinazioni cinematografiche? In che modo si è evoluto nel tempo?
Fumetto e cinema sono due media molto vicini e in qualche modo complementari con una storia relativamente recente, ma che sta conoscendo, oggi più che mai, un periodo fortunato e prolifico. In fondo, un fumetto è quanto di più vicino a uno storyboard cinematografico e rende per uno studio di produzione la trasposizione di un albo una scelta quasi fisiologica. Nel caso di Conan, il fumetto è stato non solo il mezzo per estendere il suo pubblico e per espandere la sua mitologia, ma anche un trampolino per il grande schermo. La prima sceneggiatura del film di Milius, poi scartata, era di Ed Summer e di un altro autore, Roy Thomas, una delle penne più brillanti del barbaro nei comics. Quasi in uno scambio di favori tra vecchi amici, della pellicola uscirà anche un adattamento a fumetti. Ancora più pesante è il ruolo dei comics nel seguito Conan il distruttore, dove lo screenplay, in seguito pesantemente rimaneggiato da Stanley Mann, era scritto da Roy Thomas e Gerry Conway. Del film uscirà ancora una volta un adattamento a fumetti, e, alla stregua di un director’s cut, un albo che narra la storia come era stata concepita da Thomas e Conway prima della riscrittura di Mann. Così anche nell’ultimo film con Jason Momoa è possibile sentire l’impronta lasciata dal fumetto Nato sul campo di battaglia di Gregh Ruth e Kurt Busiek. Insomma, per quel che concerne il barbaro, cinema e fumetto sono andati quasi sempre di pari passo, ed è auspicabile che anche in futuro sia così. D’altronde piccolo e grande schermo si stanno via via allineando come forme di comunicazione, il primo, non facendosi mancare i mezzi del secondo e il secondo, sfornando capitoli su capitoli dei brand di maggiore richiamo, spianando ambedue la strada a quel personaggio che già nei racconti di Howard e poi nella sua seconda vita a fumetti, era di fatto seriale.

Da un punto di vista letterario, chi credi abbia raccolto l’eredità di Howard?
Difficile dirlo. Ogni autore è figlio del proprio tempo e Howard non fa eccezione. La ricerca di una nuova forma di narrazione, la sperimentazione e la mescolanza di generi che hanno fatto di Howard un precursore e un innovatore, lo rendono, per molti versi, unico e inimitabile. È possibile rinvenire tratti comuni in scrittori a lui temporalmente vicini, come Moorcock e Lieber, più ostico, è invece, trovare un erede moderno, proprio perché lontano per sensibilità dal contesto socio culturale in cui lo scrittore si è formato. La letteratura è in continua mutazione e, pur potendo sentirsi ancora oggi un’eco profonda del lavoro di Howard in svariate opere, non solo letterarie, è cambiato considerevolmente il modo di avvicinarsi al fantastico. Il sense of wonder, cui mirava lo scrittore di Cross Plains lascia il posto in molte occasioni ad senso di raccapriccio che nasce dinanzi a situazioni che non sorprendono perché fantastiche nell’accezione letteraria del termine, piuttosto, perché eccezionali nella loro scabrosità o imprevedibilità. Non è la creatura proveniente da un lontano passato a spaventare, quanto il lato più oscuro che emerge dall’uomo giusto, o quello virtuoso che affiora dall’uomo ingiusto. Il contesto fantastico è sempre più lasciato sullo sfondo per dare vita ad una sorta di para-realismo. Prendendo, ad esempio, una saga sulla bocca di tutti, Le cronache del fuoco e del ghiaccio è innegabile che sia un’opera profondamente diversa dal Conan di Howard, eppure è possibile scorgere nei personaggi di Martin, ricchi di umane contraddizioni, e nelle loro sfumature caratteriali, la fioritura di quei semi presenti in tutto il ciclo dedicato al cimmero, dove un selvaggio proveniente dal nord, un ladro, un assassino, era capace di mostrarsi un re giusto, un amico leale, un amante appassionato e gentile.

Parliamo della sovrapposizione tra Conan e Howard… Un caso quasi da manuale.
Scrivere, per un autore, è sempre un modo di raccontarsi, anche quando il tema o il contesto sembra lontano dalla sua vita. Nel caso di Howard, Conan è stato uno specchio talvolta fedele, altre volte deformante di ciò che lo scrittore era, ma in ogni caso un riflesso della sua personalità. La forza prorompente della sua penna può essere paragonata alla forza che Conan dimostra in battaglia; le sue peregrinazioni in giro per il Texas, al vagabondare di Conan per il mondo hyboriano; la corporatura del cimmero, vicina a quella che Howard costruì con anni di palestra e sport. Ma per altri versi i due erano molto distanti. Se il cimmero quasi in ogni avventura poteva contare sulla dolce compagnia di una bella fanciulla, Howard ebbe nella sua vita, con ogni probabilità, due sole donne: la madre Hester e l’amica/amante Novalyne Price; se il primo era sempre sicuro di sé e capace di gettarsi alle spalle una giornataccia con un boccale di birra, Howard era fragile e estremamente pessimista. In sintesi, attraverso analogie e differenze è possibile affermare che se Howard ha raccontato Conan, Conan ha raccontato Howard.

CONCIDENZE & AIUTINI: NOI VINCIAMO IL LEONE D’ORO A VENEZIA. SOLO E SEMPRE CON UN PRESIDENTE DI GIURIA ITALIANO

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (14 e fine)

Non sempre capita, ogni tanto giocano contro, a sorpresa, anche l’antipatia personale, la divergenza estetica o il desiderio di mostrarsi originali e aperti verso cinematografie lontane, ma in generale i presidenti di giuria, ai festival di cinema, tendono a premiare i film del proprio Paese. La controprova, comunque si giudichino i premiati e quest’anno la qualità era buona, viene dalla 74ª Mostra del cinema di Venezia testé conclusasi. Concorso: l’americana Annette Bening ha conferito il Leone d’oro all’americano “The Shape of Water” del regista messicano, ma ormai “americanizzato”, Guillermo Del Toro. Orizzonti: l’italiano Gianni Amelio ha laureato come miglior film l’italiano “Nico, 1988” dell’italiana Susanna Nicchiarelli. Premio Venezia opera prima “Luigi De Laurentiis”: il francese Benoît Jacquot ha premiato il francese “Jusqu’à la garde” del francese Xavier Legrand. Sarà un caso? Io credo di no, anche se i tre film, soprattutto il primo e il terzo a parere di chi scrive, hanno meritato in buona misura quei riconoscimenti.
D’altro canto, proprio noi italiani non dovremmo lamentarci dell’andazzo. La verità nuda e cruda? Vinciamo il Leone d’oro a Venezia solo quando la giuria è presieduta da un italiano. Non c’è malizia in questa affermazione, perché negli anni, diciamo dal 1954 a oggi, film di riconosciuto valore hanno conquistato, meritatamente, il massimo premio: da “La Grande Guerra” a “La battaglia d’Algeri”. E tuttavia la statistica registra questo: con l’aiutino vinciamo, senza dobbiamo accontentarci di premi minori, per lo più attori e attrici.
Poi, certo, le scelte delle giurie sono insindacabili, ancorché discutibili. Prendete l’edizione del 2015. Quell’anno la Mostra sfoderava 21 film in concorso e c’erano 9 premi a disposizione: vinse quasi tutto il Sudamerica, infatti il presidente di giuria Alfonso Cuarón, ribattezzato “Messico e nuvole”, poté dirsi soddisfatto di aver dato un segno forte della sua presenza. «Cannes 2015 sarà ricordato per aver riscoperto il cinema… francese, noi per aver riscoperto quello latino-americano» celiò il presidente Paolo Baratta tra i sorrisi dei cronisti. Di fatto, senza la Coppa Volpi a Valeria Golino, saremmo ripartiti dal Lido a mani vuote.
Non succede così, appunto, quando governa la giuria un presidente italiano. Proviamo a fare la lista. Nel 1954 Ignazio Silone conferisce il Leone d’oro al mediocre “Giulietta e Romeo” di Renato Castellani. Nel 1959 il Leone viene addirittura diviso a metà tra due italiani: “La Grande Guerra” di Mario Monicelli e “Il generale della Rovere” di Roberto Rossellini. Presidente di giuria? Luigi Chiarini, poi direttore della Mostra. Nel 1962 ancora Chiarini premia “Cronaca familiare” di Valerio Zurlini sia pure ex aequo con “L’infanzia di Ivan” di Andrej Tarkovskij. Nel 1963 Arturo Lanocita laurea, tra i fischi della destra, “Mani sulla città” di Francesco Rosi. E ancora: Mario Soldati premia nel 1964 “Deserto rosso” di Michelangelo Antonioni, Carlo Bo nel 1965 “Vaghe stelle dell’Orsa” di Luchino Visconti, Giorgio Bassani nel 1966 “La battaglia d’Algeri” di Gillo Pontecorvo, Sergio Leone nel 1988 “La leggenda del santo bevitore” di Ermanno Olmi. Ci vorranno altri 10 anni prima che l’Italia riconquisti l’ambito Leone: nel 1998 con “Così ridevano” di Gianni Amelio, presidente di giuria Ettore Scola. Fino al recente 2013, quando trionfa il documentario “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi per mano del carismatico presidente Bernardo Bertolucci.
Inutile dire, a scanso di equivoci, che parecchi dei film citati sono capolavori, pietre miliari del cinema italiano, pezzi di storia destinati a durare nel tempo. Grandi anche se non avessero vinto il sospirato primo premio. Ma così è. I Leoni, fino ad ora, sono arrivati solo con presidenti di giuria italiani. Magari è un caso. O forse no. Che dite?

Michele Anselmi

1954:”Giulietta e Romeo” di Renato Castellani
(Presidente di giuria Ignazio Silone)

1959: ex aequo “La Grande Guerra” di Mario Monicelli
e “Il generale della Rovere” di Roberto Rosssellini
(presidente di giuria Luigi Chiarini)

1962: ex aequo “Cronaca familiare” di Valerio Zurlini
e “L’infanzia di Ivan” di Andrej Tarkosvkij
(Presidente di giuria Luigi Chiarini)

1963: “Mani sulle città” di Francesco Rosi
(Presidente di giuria Arturo Lanocita)

1964: “Il deserto rosso” di Michelangelo Antonioni
(Presidente di giuria Mario Soldati)

1965: “Vaghe stelle dell’orsa” di Luchino Visconti
(Presidente di giuria Carlo Bo)

1966: “La battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo
(Presidente di giuria Giorgio Bassani)

1988: “La leggenda del santo bevitore” di Ermanno Olmi
(Presidente di giuria Sergio Leone)

1998: “Così ridevano” di Gianni Amelio
(Presidente di giuria Ettore Scola)

2013: “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi
(Presidente di giuria Bernardo Bertolucci)

Il cinema è giovane? Dipende. Il sondaggio dell’Istituto Toniolo

È uscita da poco una interessante indagine sul cinema e i giovani a cura dell’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che in genere non si occupa di tali tematiche, ma che in questa occasione ha presentato (durante il festival di Venezia in un evento organizzato dall’Ente Fondazione dello Spettacolo) dati quanto mai utili che vale la pena riassumere. Intanto una prima considerazione: non è vero che il cinema piace poco ai giovani. Piace invece sempre di più. Semmai i ragazzi italiani disertano le sale a causa del costo del biglietto, ritenuto troppo elevato. Se una coppia di ragazzi deve spendere 15 euro (e a volte anche più) per vedere un blockbuster, preferisce andare in pizzeria. La seconda verità è che, sia a causa dei costi delle proiezioni sia per la scomodità di raggiungere le sale, la maggior parte dei giovani preferisce vedere i film a casa, via streaming o “grazie” alla pirateria, sempre più diffusa a dispetto dei tentativi di repressione.  Quanto alla scelta dei generi, la commedia è quello preferito, sia dai maschi che dalle femmine.

I millennials – per il 91% degli intervistati, così rileva il sondaggio – ammettono di preferire il piccolo al grande schermo per i motivi di cui sopra ed è solito guardare almeno un film a settimana. Le persone comprese tra i 20 e i 34 anni (in Italia sono considerati ancora giovani, mentre in America sono ritenuti quasi “vecchi”, se è vero che i manager delle maggiori corporation hanno in media 35 anni) amano il cinema, ma guardano i film a casa. Di questi, solo uno su cinque è solito frequentare una sala cinematografica, in media due volte al mese. L’indagine è stata condotta a fine luglio su un campione nazionale di 2.045 intervistati. Di loro il 92% manifesta il desiderio di andare più spesso al cinema, il che non avviene come si vorrebbe a causa dei costi (46,4%), della mancanza di agevolazioni (16,6%), del poco tempo a disposizione (11,1%) e infine per la distanza delle sale (10,5%).

L’inchiesta non tiene conto che ci sono numerose città, soprattutto in provincia, dove ormai non esiste neppure più una sala. Non tutti pensano che il fascino della sala sia secondario rispetto ad altre modalità di fruizione (televisore, tablet, computer, per non dire cellulare). Infatti la maggioranza (53%) preferirebbe vedere i film sul grande schermo, mentre il 47% ritiene che le sale siano destinate al declino a causa dell’online, dello streaming e di altri dispositivi tecnologici futuribili. Alessandro Rosina, docente di Statistica sociale e responsabile dell’indagine, fa notare come, “davanti alla televisione, a un pc o a un tablet capita spesso di essere da soli”. Mentre “la visione del film in sala è un evento collettivo con valore di relazione” e condivisione. La sua opinione è che “l’invenzione dei fratelli Lumière, dopo aver costruito l’immaginario collettivo di tante generazioni, continua a esercitare fascino su quelle di oggi”. Abbiamo detto in premessa che il genere di film preferito dai giovani è la commedia (preferita dal 21,5% degli intervistati). Al secondo posto troviamo il thriller (17,5%) e qui maschi e femmine si dividono con il 20,5% dei maschi contro il 14,4% delle femmine. Al terzo posto si inserisce il fantasy (14,5%), con valori abbastanza uguali fra maschi (15,3%) e femmine (13,6%). Un dato questo che mi stupisce perché normalmente negli altri paesi è il pubblico femminile a preferire il fantasy.  Infine un dato destinato certamente a crescere: l’amore per le serie tv, per lo più americane. Il 36% degli intervistati le segue direttamente sul televisore,  il 23,6 sui propri pc, tablet o smartphone.

Roberto Faenza

L’ANAC a 360gradi

Viaggio attraverso i generi

26 aprile • 23 maggio 2017

Nella lettura della storia del cinema è inevitabile imbattersi nella diatriba sul significato da attribuire al termine “autore”, che ha creato più di un subbuglio nel corso dei decenni. Il risultato è stato troppo spesso quello di perdersi in discussioni sterili, tra autori con la maiuscola o minuscola, artigiani semi-sconosciuti e maestri rivalutati solo con il passare degli anni. Per cercare di dare il proprio contributo, e rivendicare la pluralità di sguardi tra i propri soci, l’ANAC – Associazione Nazionale Autori Cinematografici, ha deciso di organizzare quattro incontri nei quali gli studenti (in particolar modo quelli del CSC – Centro Sperimentale di Cinematografia, della Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté e dell’Istituto Roberto Rossellini) avranno modo di confrontarsi con registi che hanno lavorato su e attraverso il genere: spaghetti western e fantascienza, horror e thriller. Come è risaputo, l’ANAC ha avuto e ha tra i suoi iscritti alcuni dei nomi più rappresentativi della storia del cinema italiano a livello internazionale (tra cui Citto Maselli, Paolo e Vittorio Taviani, Liliana Cavani, Gianni Amelio e Ettore Scola, Pier Paolo Pasolini, Roberto Rossellini, Cesare Zavattini, Mario Monicelli, Age e Scarpelli, Sergio Amidei, Francesco Rosi, Federico Fellini, Ugo Pirro, Michelangelo Antonioni); altri soci hanno invece dovuto attendere per una complessiva rivalutazione e un’analisi più specifica dei loro lavori.

L’intenzione degli organizzatori nel realizzare la 14° edizione di Percorsi di Cinema – rassegna patrocinata e sostenuta dal MIBACT, e in collaborazione con la Casa del Cinema – è quella di offrire un altro punto di vista sul cinema italiano, parallelo e non alternativo, a studenti che vorrebbero trasformare la loro passione in un mestiere. Tre incontri con tre registi fondativi nella ricerca di una via espressiva al genere, a volte riconosciuti prima all’estero che in Italia, secondo il celebre adagio del nemo propheta in patria. Augurando una pronta guarigione a Umberto Lenzi, Steve della Casa presenterà il suo Spasmo (1974), thriller del quale restano impressi nella mente i manichini che raffigurano donne seviziate, e parlerà di Cuore criminale, l’ultimo libro pubblicato da Lenzi; Paolo Bianchini, autore celebrato negli ultimi anni per il recupero tardivo di Hypnos – Follia di massacro (1967), presenterà al pubblico di giovani Quel caldo maledetto giorno di fuoco (1968); incontrerà gli studenti anche Ruggero Deodato, il regista che inventò il filone del “cannibal movie” e che nel 2016 è tornato dietro la macchina da presa dopo ventitré lunghi anni di assenza, per dirigereBallad in Blood, thriller ispirato al misterioso omicidio perugino di Meredith Kercher per il quale furono accusati Amanda Knox e Raffaele Sollecito.

Ad accompagnare queste tre incursioni nel genere, l’ANAC affianca un incontro nel quale Italo Moscati parlerà di Pasolini – a sua volta membro dell’associazione – come autore cinematografico dall’assoluta libertà espressiva che va oltre l’impegno e il genere, ma li racchiude entrambi. Un particolare approfondimento sarà dedicato da Moscati al rapporto di Pasolini con l’Anac in occasione dell’occupazione della Mostra del Cinema di Venezia nel 1968; un punto di contatto che darà la possibilità agli studenti non solo di approfondire la propria conoscenza dell’autore, del quale verranno proiettati i cortometraggi La ricotta e Che cosa sono le nuvole?, ma allo stesso tempo di comprendere il percorso dell’ANAC e il ruolo da essa svolto nelle battaglie in difesa della cultura del nostro paese che l’hanno vista protagonista dal 1952 ad oggi. Riannodare i fili del passato per comprendere il presente e cercare di costruire insieme il futuro.

Locandina Anac a 360gradi

PROGRAMMA DEGLI INCONTRI

Mercoledì 26 aprile, h. 16.00

Ballad in Blood di Ruggero Deodato

Alla presenza dell’autore. Modera l’incontro Raffaele Meale.

Introduce per Anac Francesco Martinotti.

 

Martedì 9 maggio, h. 16.00

Spasmo di Umberto Lenzi

Steve Della Casa presenta il cinema di Lenzi.

Modera l’incontro Raffaele Meale. Introduce per l’Anac Giuliana Gamba.

 

Martedì 16 maggio, h. 16.00

Quel caldo maledetto giorno di fuoco di Paolo Bianchini

Alla presenza dell’autore. Modera l’incontro Raffaele Meale. Introduce per l’Anac Antonio Falduto.

 

Martedì 23 maggio, h. 16.00

La ricotta e Che cosa sono le nuvole? di Pier Paolo Pasolini

Italo Moscati presenta il cinema di Pier Paolo Pasolini. Introduce per l’Anac Alessandro Trigona Occhipinti.