Oltre Report, rischi e vizi di una Legge in fase di rodaggio

ANAC, Roma, 21 aprile 2017

Lunedì 17 aprile Report ha lanciato un j’accuse al sistema di sostegno pubblico del cinema e dell’audiovisivo italiano. Al di là del taglio sensazionalistico dato all’inchiesta giornalistica, che comporta sempre rischi di generalizzazione e può arrivare a una vera e propria demonizzazione degli investimenti pubblici destinati a uno dei settori più strategici del paese (tale è stato il tono di tanti post apparsi sulla pagina Facebook della trasmissione di Rai3), Report ha messo in luce molti di quegli aspetti negativi che come autori dell’Anac abbiamo sempre denunciato.

Come negare, infatti, che l’assegnazione delle risorse pubbliche rispetti solo in parte il principio della valorizzazione della diversità culturale e della promozione del cinema quale fondamentale mezzo di espressione  artistica e culturale? Come non convenire sulla necessità di imporre maggiori e più ferrei controlli affinché il tax credit esterno non sia utilizzato in maniera fraudolenta? E come non essere d’accordo sul fatto che nella scrittura dei decreti attuativi della nuova Legge Cinema si debba correggere il tendenziale sbilanciamento di risorse destinate prevalentemente a un’unica area imprenditoriale?

Tale sbilanciamento si denota nella riduzione dei sostegni selettivi alla somma reale di appena 32 milioni di euro; nell’innalzamento eccessivo dei tetti del tax credit interno a 16 milioni per ogni singola impresa (come prevede la bozza di decreti in discussione); nell’indiscriminato allargamento dei sostegni ai film di puro intrattenimento; nell’assoluta equiparazione di cinema e tv; nella mancanza di controllo sulla corretta destinazione dei fondi (abbiamo appreso che si può persino investire in derivati!). In questo senso, avevamo auspicato la costituzione di un Centro Nazionale del Cinema e dell’audiovisivo, che avrebbe garantito maggiori e più specifici controlli.

Fin dal mese di dicembre, l’ANAC ha avviato, assieme a altre sei associazioni di categoria, un confronto per la definizione di una proposta condivisa sui decreti attuativi della nuova Legge. In maniera unitaria, ci siamo rivolti al neo-insediato Consiglio Superiore del Cinema e dell’Audiovisivo affinché siano corretti tutti quei fenomeni distorsivi che allontanano il sostegno pubblico al cinema dai dettami della nostra Costituzione e delle norme europee, chiedendo, se necessario, di tornare a intervenire su alcuni articoli della nuova legge. In particolare:

– recuperando l’emendamento n°11.12 (testo 2) proposto in Commissione Cultura, che prevedeva un più giusto equilibrio tra sostegni automatici e selettivi pari a una percentuale non inferiore del 25%;

– inserendo nel prelievo fiscale previsto dall’art 14 anche le OTT;

– rivedendo la norma che attribuisce a soli cinque esperti (per inciso, non retribuiti) una quantità eccessiva di competenze. E’ giudizio unanime, infatti, che tali esperti dovranno affrontare un compito talmente enorme e improbo che, nella migliore delle ipotesi, finirà per rallentare, se non addirittura per bloccare, le attività selettive.

In ultimo, ma è a nostro giudizio parte essenziale del problema, ci preme ricordare l’importanza della definizione della figura del produttore indipendente che non può escludere l’aspetto della titolarità di almeno il 30% dei diritti dell’opera prodotta, come previsto dalle legislazioni più avanzate operanti negli altri Paesi, in particolare in Francia e in Inghilterra. Crediamo quindi che sia essenziale non rinviare ulteriormente l’adeguamento della definizione ad altre riforme (Tusmar), che non sappiamo quando saranno varate.

Roma, 21 aprile 2017

Nuova legge cinema: chi gode dei soldi dello stato? Le correzioni delle associazioni degli autori

L’andata in onda della puntata di Report sullo stato di salute del cinema italiano la sera di Pasquetta ha messo in luce più malessere che benessere. Basti pensare a un dato più allarmante: un pugno di sole 6 società controllano l’80% dell’intero settore della distribuzione. Patetiche sono state le risposte di alcuni produttori che neppure sapevano (o fingevano di non sapere) di avere ricevuto cospicui finanziamenti pubblici. Vedi il caso del produttore di Checco Zalone, che è caduto dalle nuvole quando l’inviato di Report gli ha comunicato l’entità del contributo statale a un film che non ne avrebbe avuto certamente bisogno. Idem per le commedie natalizie, anche loro beneficiarie di ingenti somme pubbliche. Insomma a godere dei contributi dello stato sono più le pellicole dichiaratamente commerciali che il cinema di qualità. Come possa fregiarsi del titolo di “film di interesse culturale” una produzione a base di diffusa volgarità è un “crimine” che meriterebbe una commissione di inchiesta al fine di valutare quanti milioni di euro lo stato ha sprecato in questi anni per ingrassare le tasche di alcuni operatori della “deculturizzazione” cinematografica nazionale.

Giustamente le associazioni degli autori si sono destate dal torpore e stanno protestando per imporre correttivi alla nuova legge del cinema approntata dal ministro Franceschini, per la quale sono in fase di attuazione i cosiddetti decreti attuativi. L’ANAC è l’Associazione degli autori cinematografici più longeva, nata nel 1950 dallo scioglimento dell’ACCI, ad opera di registi e sceneggiatori quali Agenore Incrocci (Age), Alessandro Blasetti, Mario Camerini, Ettore G. Margadonna, Furio Scarpelli, Cesare Zavattini e altri meno noti. Negli anni più recenti ha visto formarsi due scissioni, la prima con la fondazione dell’API (formata da autori e produttori, ma con più rappresentanza dei secondi) e in seguito con la nascita dei 100autori. A queste formazioni si è aggiunta poi anche l’Associazione dei giovani produttori. Per una volta tanto tutte queste sigle si sono ritrovate unite in una critica alla nuova legge sul cinema firmata dal ministro Dario Franceschini, di cui abbiamo parlato nell’editoriale precedente.

Proprio in questi giorni l’ANAC ha emesso un comunicato che riassume le sue osservazioni critiche ai decreti attuativi della legge e la cui discussione è all’ordine del giorno. Le riassumo qui di seguito in sintesi. La normativa che concerne la produzione dei cortometraggi, secondo gli autori, appare restrittiva sia per quanto attiene il minutaggio (limitato a 60 minuti), sia per l’obbligo di distribuzione in sala (difficilmente perseguibile). Infine non sono previsti contributi allo sviluppo dei corti, come avviene invece per i lungometraggi, il che è chiaramente un limite che andrebbe rivisto. Viene poi criticato l’articolo 1 della legge, dove si parla di “film difficili”, termine probabilmente mutuato dalle leggi francesi in materia cinematografica (che restano a a tutt’oggi le più avanzate e meglio finanziate). Anche la qualifica di “produttore indipendente” viene messa in discussione, in quanto si dovrebbe definire tale quel produttore che detiene “almeno il 30% della titolarità dei diritti”, mentre nella maggior parte dei casi vengono rilevate quote di proprietà di soggetti terzi, in primis i broadcaster, cioè le emittenti televisive, che anche nel cinema la fanno da padrone. È un fatto che senza la loro partecipazione finanziaria difficilmente film di medio budget vedrebbero la luce. Altro articolo di legge criticato è il “cumulo del credito di imposta cinema e audiovisivo”.

Intanto la prima novità è che il tax credit viene esteso anche ai produttori televisivi, dunque sottraendo risorse ai produttori “puri”, ovvero quelli che operano solo nel settore cinematografico. Non sarebbe più equo che fossero i broadcaster a provvedere a tali finanziamenti, essendo loro i veri decision maker della produzione televisiva? In ogni modo l’articolo 15 della legge che fissa il tetto per ogni impresa di 8 milioni di tax credit per il cinema e altri 8 per le opere televisive va a vantaggio dei grandi gruppi e delle concentrazioni, i soli in grado di mettere in cantiere produzioni di budget medio alto. La stessa definizione di “produttori indipendenti” stenta a essere chiara. Sono da ritenersi indipendenti case di produzione che sono la diretta filiazione di forze oligopoliste come Mediaset, Sky e Rai, quali Medusa, Taodue eccetera? Anche i nuovi gruppi formatisi di recente sotto l’ala di Sky Italia, che vanno da Cattleya a Indiana a Italian International Film, a Palomar alla potente Wildside sono sicuramente meno indipendenti di piccole produzioni senza santi in paradiso. Siamo alle battute iniziali perché al momento sono stati resi noti solo i contenuti dei primi decreti attuativi. Appena sapremo degli altri torneremo sull’argomento.

Roberto Faenza

“REPORT” SUL CINEMA ITALIANO: UNA PUNTATA AD ALZO ZERO. LA TRUFFA DEL TAX-CREDIT, LA FACCIA MESTA DEGLI INTERVISTATI

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Puntata di “Report” ad alzo zero, lunedì sera su Raitre. Tutti falciati o quasi dalla mitraglia, con l’eccezione di chi ha denunciato soprusi, truffe e malversazioni. Ma, al di là della sostanza, spesso incontrovertibile, talvolta opinabile o restituita in modo assai malizioso, colpiva la faccia degli intervistati, perlopiù tra il rassegnato e lo sgomento, come di chi si sentisse avviato a una sorta di fucilazione mediatica.
Qualcuno, come Pietro Valsecchi di Taodue, ha provato a fare lo spiritoso, a controbattere col sorriso, a sdrammatizzare negando tutto, salvo poi riconoscere che il contributo automatico sugli incassi di cui ho goduto largamente anche Checco Zalone è una piccola follia tutta italiana. In generale, però, nessuno è uscito indenne, come era facile immaginare: da Nicola Borrelli, responsabile della ministeriale Direzione cinema, allo stesso ministro Dario “faccio tutto io” Franceschini; da Giovanni Veronesi a Pupi Avati, passando per Paolo Sorrentino, che non rilascia interviste su cose così volgari come i soldi; da Riccardo Tozzi, titolare di Cattleya, la società che ha ricevuto 9 milioni di euro sotto forma di “interesse culturale nazionale” e 20 milioni tra tax credit esterno e interno, a Luigi Abete, banchiere e gran capo per anni di Cinecittà Studios, la società ora in procinto di tornare allo Stato con circa 32 milioni di debiti; da Roberto Benigni, al centro dell’oscura vicenda relativa al flop degli studi cinematografici di Papigno (Terni), a Fabio Fefè, il molto influente e discusso timoniere di Circuito Cinema, il network di sale specializzato nei film d’autore.
Del resto, era difficile uscire indenni dall’interrogatorio serrato di Giorgio Mottola. Il cinema italiano, negli anni, è stato molto sovvenzionato, e tutti, ma proprio tutti, hanno potuto usufruire di finanziamenti elargiti con una certa facilità dalle commissioni ministeriali, con occhio non solo alla qualità dei progetti ma anche all’appartenenza politica, alle amicizie importanti, alla considerazione critica, spesso in un sussulto di generosità ingiustificata rubricabile alla voce, appunto, “interesse culturale nazionale”.
Però ha fatto bene “Report” a usare il bisturi nei confronti dei meccanismi legati al tax credit, da tutti considerato uno strumento moderno di detassazione, di finanziamento automatico, di sostegno alla produzione, se non fosse per la presenza di un corposo e avido “mercato parallelo” affidato a società di intermediazione che lucrano sul sistema e favoriscono le banche.
Fuori onda, Nicola Borrelli s’è lasciato sfuggire: “La colpa è tutta di quei cialtroni dei produttori, sono loro che hanno inventato tutto”. Non sarà facile, a questo punto, fare marcia indietro per il responsabile della Direzione cinema del ministero ai Beni culturali che sta lavorando alla messa a punto dei decreti attuativi relativi alla nuova legge firmata da Franceschini. La torta da 400 milioni di euro, 370 dei quali da distribuire con meccanismi formalmente automatici, fa gola a molti, specie ai potenti del ramo.
Quanto ai politici e ai figli e familiari di politici impegnati variamente nel mondo del cinema e dintorni, la lista finale è risultata di sicuro impatto mediatico, per quanto indiscutibilmente cattivella e allusiva. Ma chi è dell’ambiente, conoscendo il valore di Mario Gianani, Nicola Maccanico, Giampaolo Letta e Giancarlo Leone, saprà fare la tara (in compenso Francesco Rutelli alla presidenza dell’Anica resta un mistero per tutti).

Michele Anselmi

RAICINEMA: L’AD DEL BROCCO, AL SUO SETTIMO ANNO, RILANCIA E MOSTRA LE PRIME SCENE DEL VIRZÌ USA (CANNES O VENEZIA?)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Paolo Del Brocco, da sette anni amministratore delegato di Raicinema, convoca i giornalisti a mezzogiorno per parlare di un tema che gli sta a cuore. Questo: “Nuove produzioni e prossime sfide – Per una diversa idea di cinema”. Qualcuno tra i colleghi presenti, magari alludendo alle voci riguardanti un possibile taglio ai budget della consociata Rai, chiede il perché dell’incontro proprio ora, ma l’interessato non raccoglie, e anzi risponde con una pioggia di cifre. Del tipo: dal 2010 al 2016 Raicinema ha contribuito a realizzare 372 film, di cui 182 tra opere prime e seconde per un investimento complessivo di circa 380 milioni di euro; ha finanziato 300 documentari altri 17 milioni di euro; ha collaborato con circa 300 società di produzione e 520 registi, eccetera.
In effetti Raicinema non sembra patire particolarmente la crisi, soprattutto degli incassi. “È un momento delicato, ma la situazione a me non pare drammatica” minimizza Del Brocco, che invita (il sottoscritto?) a non strapazzare le commedie andate male o malissimo al botteghino, come “Non è un Paese per giovani” e “Slam. Tutto per una ragazza”, che lui invece trova molto riuscite, addirittura coraggiose. Subito dopo ribadisce le due parole-chiave del suo agire, s’intende in sintonia con i vertici attuali di Viale Mazzini: “Innovazione” e “Discontinuità” (naturalmente nel solco della “Tradizione”). E via con le slide divise in sette capitoletti: “La nostra storia”, “Cinema del futuro”, “Coming of Age”, “Pop italiano – Generation”, “Cinema senza frontiere”, “Cinema del reale”, “Oltre il confine”. Per un totale di una quarantina di titoli: e se non tutti saranno distribuiti da 01, tutti portano, in quote diverse, il marchio Raicinema.
I nomi sono di peso: Matteo Garrone con “The Dogman”, ispirato alle trucide imprese del “Canaro”; Mario Martone con “Capri – Batterie”, ambientato nell’isola campana ai primi del Novecento; Daniele Luchetti con “Io sono Tempesta”, forse riferito a Berlusconi ai servizi sociali; Marco Bellocchio con “Il traditore”, sul pentito di mafia Buscetta; i fratelli Taviani con “Una questione privata”, dal romanzo di Fenoglio; Gabriele Salvatores col seguito del “Ragazzo invisibile”; i Manetti Bros con “Ammore e malavita”, un po’ musical e un po’ “poliziottesco” e tante altre cose ancora.
Molti i giovani arruolati, da Roberto De Paolis con “Cuori puri” a Fulvio Risuleo con “Look Up”, da Sebastiano Riso di “Una famiglia” alla coppia Piazza-Grassadonia di “Sicilian Ghost Story”. Anche se la curiosità dei giornalisti si concentra sulle prime immagini di due film girati in inglese, negli Stati Uniti, da registi italiani. Sono “Soldado” di Stefano Sollima, seguito ufficiale di “Sicario”, quindi un trionfo di sparatorie, scoppi e inseguimenti; e “The Leisure Seeker” di Paolo Virzì, protagonisti Helen Mirren e Donald Sutherland.
C’è molta attesa per il road movie americano del cineasta livornese, ormai lanciatissimo e reduce dai David di Donatello per “La pazza gioia”. “The Leisure Seeker” è stato sottoposto ai selezionatori del festival di Cannes: bisognerà attendere ancora qualche giorno per sapere se il direttore Thierry Frémaux lo vuole in concorso, in caso contrario potrebbe aprirsi l’ipotesi veneziana, forse addirittura preferita da Raicinema, perché più a ridosso delle uscite italiana e statunitense.
Chi ha visto il film dice che “è semplicemente straordinario”. Bisogna fidarsi, perché le scene mostrate in anteprima, per quanto scelte con cura, non permettono di farsi un’idea. Per chi non ricordasse, “The Leisure Seeker” è una storia on the road tratta dal romanzo di Michael Zadoorian edito in Italia col titolo “In viaggio contromano” (Marcos y Marcos). Sutherland e Mirren incarnano i due stagionati protagonisti scappati da casa su un vecchio camper del 1978. Budget da quasi 15 milioni di euro, nove settimane di riprese, attori anglosassoni, lingua inglese, ma apparato tecnico tutto italiano: Luca Bigazzi alla fotografia, Massimo Cantini ai costumi, Carlo Virzì alle musiche, Jacopo Quadri al montaggio.
Sul tema, diciamo la verità, i modelli statunitensi si sprecano, da “A proposito di Schmidt” con Jack Nicholson a “Nebraska” con Bruce Dern, ma qui a mollare tutto per l’ultimo viaggio è una coppia sposata da mezzo secolo, piuttosto male in arnese. “The Leisure Seeker”, suppergiù “Chi cerca il tempo libero”, è il nome di un mitico camper della Winnebago molto in voga negli Usa benché australiano; ma è chiaro che suona anche come una metafora esistenziale, un dolce esorcismo, un dichiarazione poetica. Perché nel film i due stagionati protagonisti, inventati dall’autore con riflesso autobiografico, si mettono in viaggio da Boston verso Disneyland lungo la dorsale Est, nel romanzo invece percorrono la trasversale Route 66 partendo da Detroit, con il semplice scopo di scappare da tutto per vivere l’inatteso che resta.
Non è la prima volta che i due attori, l’uno canadese e l’altra inglese, recitano insieme, c’è chi li ricorda in “Bethune: il mitico eroe” di Phil Borsos, 1990; però qui li ritroveremo alquanto invecchiati, resi ottuagenari, a un passo dal congedo. John è un anziano professore in pensione da cinque lustri, colto e vivace, ma sfibrato dall’Alzheimer, spaventato all’idea di finire all’ospizio. Ellen è viva per miracolo, le metastasi la stanno divorando, ma raccoglie le ultime forze, si mette la parrucca e convince il marito, che la ama pur non ricordando il suo nome, a mettersi in viaggio. Alla faccia dei due figli Will e Jane, dei consigli di medici e paramedici, delle analisi da fare e dei rischi da affrontare.
Per Virzì “quella di Zadoorian, così densa di umanità ed emozioni, non è solo una storia americana, parla universalmente di vita, di amore, del trascorrere del tempo, della malattia, della forza e della fragilità dei legami familiari». Il tutto, s’intende, trattato alla sua maniera: con una punta di tenerezza e ironia miste a leggerezza. Un’altra pazza gioia?

Michele Anselmi

Rassegna per i 150 anni dell`Unità d`Italia. Alla Casa del Cinema

Dal 16 marzo all`11 maggio | Rassegna tricolore

Inizia il 16 marzo e va avanti fino all’11 maggio, presso la Casa del Cinema di Roma, la rassegna organizzata dalla Cineteca Nazionale per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Nel programma curato da Sergio Toffetti, sono inserite alcune ristampe (Viva l`Italia di Roberto Rossellini, La pattuglia sperduta di Piero Nelli, Camicie rosse di Goffredo Alessandrini e Francesco Rosi), opere dell`epoca del muto (La presa di Roma di Filoteo Alberini, Il piccolo garibaldino della Cines, Dalle cinque giornate alla breccia di Porta Pia di Silvio Laurenti Rosa) e titoli celebri come Senso di Luchino Visconti, Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato di Florestano Vancini, Allonsanfan di Paolo e Vittorio Taviani e Quanto è bello lu murire acciso di Ennio Lorenzini.
Sempre a Roma, il 17 marzo, presso il Monumento funebre a Mameli, nel Verano, e nel pomeriggio presso il Teatro Scuola Saffi in San Lorenzo, il Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale collabora con l`Anpi (Associazione nazionale partigiani d`Italia), per Viva l’Italia che s’è desta. Dal Risorgimento alla Resistenza all’oggi, appuntamento in ricordo di Goffredo Mameli. Per l’occasione la Cineteca Nazionale mette a disposizione un montaggio di brani da Cavalcata d`eroi di Mario Costa (1949) e Camicie Rosse di Goffredo Alessandrini e Francesco Rosi (1952). Il montaggio unisce brani relativi all’episodio storico della Repubblica Romana, dal primo film, e a quello della fuga di Garibaldi, dal secondo.
Anche a Firenze, appuntamento per le celebrazioni dell’anniversario, da marzo a maggio, presso il Cinema Odeon e l`Auditorium Stensen di Firenze, dove la Cineteca Nazionale organizza in collaborazione con l`Associazione Amici dell`Alfieri l`ultima parte della retrospettiva L`Italia in rosso e nero. Storie in 100 film, carrellata cinematografica sulla storia italiana, dal ventennio fascista alla Resistenza fino al secondo dopoguerra.
L’Unità d’Italia viene celebrata dalla Cineteca Nazionale con altre iniziative nazionali, che coinvolgono cineteche, sale cinematografiche e scuole, e all’estero, come a Canberra (Australia) insieme all`Ambasciata d`Italia e a Washington DC (Stati Uniti) con la National Gallery of Art. Maggiori informazioni nel sito internet www.fondazionecsc.it.